Il Turco a Vienna: in libreria

La capitale dell'impero, l'esercito cristiano contro l'esercito turco, due mesi di assedio, una splendida domenica di gloria.

«Cominciò così la grande battaglia attorno alle mura di Vienna. Era il 12, nel giorno di domenica benaugurante per i cristiani. Alle quattro del mattino, re Giovanni insieme con il figlio Jakub servì personalmente e con devozione la messa celebrata da frate Marco nella cappella camaldolese. Lo scontro si protrasse fino a sera per concludersi trionfalmente in Vienna liberata; all'alba del giorno dopo, sotto il ricco padiglione del gran visir conquistato dalle sue truppe che stavano saccheggiando il campo ottomano, Giovanni III poteva scrivere una trionfante lettera alla sua regale consorte. Terminava così, dopo due lunghi mesi, l'incubo dell'assedio alla prima città del Sacro Romano Impero e capitale della compagine territoriale ereditaria asburgica. Con esso, l'ultima Grande Paura provocata da un assalto ottomano a una Cristianità peraltro tutto meno che unita».


Invito

Giovedì 2 febbraio 2012 alle 17,00, a Roma, nella sala capitolare del Chiostro di Santa Maria sopra Minerva, Piazza della Minerva 38, Franco Cardini parteciperà insieme con il Vicepresidente del senato on. Vannino Chiti alla presentazione del numero della rivista "La Porta d'Oriente" dedicato alla storia dell'orientalismo e coordinato dalla professoressa Mirella Galletti dell'Università di Napoli. L'ingresso è libero, dietro presentazione di documento d'identità.



Europa...

20 Gennaio 2012

Intervista a Franco Cardini. Leggi...


La fede e il manganello. Una storia palestinese

11 Gennaio 2012

Avrei dovuto andare a Gerusalemme e a Betlemme anche quest’anno, per la messa di Natale. Lo faccio ormai da anni, quasi tutti gli anni. Ma non sempre il lavoro ti permette lussi del genere: quest’anno ho dovuto farne a meno. Mi sono così perduto, fra le altre cose, il non troppo edificante ma in cambio piuttosto divertente round di pugilato tra alcune comunità cristiane. La notizia ha “fatto epoca”, si fa per dire, durante la settimana prenatalizia:  poi tutto è rientrato nella normalità. Ma amici palestinesi mi fanno sapere che ancor adesso, in pieno gennaio, il derby intercristiano continua. Non ce ne rendiamo conto perché siamo bombardati da tante e tali notizie – dalla Terrasanta e da altrove – da far passare in secondo piano quella di qualche monaco che si picchia con qualche altro: semmai, prestiamo attenzione ai rapporti, cattivi purtroppo, tra israeliani ebrei e israeliani musulmani (e/o cristiani), tra israeliani e palestinesi e così via. In realtà, a questi bizzarri aspetti della vita vicino-orientale bisognerebbe porre  maggior attenzione per capire sul serio il formicaio di problemi sottostanti alla difficile convivenza politica e interculturale di quella parte del mondo. Parliamone, allora, “fuori stagione”: perché sapere e capire queste cose farà sì che il prossimo attentato palestinese e la prossima repressione israeliana ci coglieranno meno impreparata.
Partiamo da alcuni dati generali e generici, che debbono però essere ben chiari. A richiesta, preciserò meglio questi dati. Frattanto ne diffondo le linee di  massima, perché vedo che in giro c’è molta ignoranza e molta confusione, alimentata da chi (molti) ha interesse a che queste cose restino confuse.  Stiamo parlando del complesso israeliano-palestinese, una realtà territoriale grande più o meno quanto la Toscana nella quale convivono una decina di milioni di persone così distribuiti: uno stato, Israele, e alcuni territori occupati, sette milioni di cittadini israeliani, di cui sei di fede almeno formalmente ebraica e uno ripartito tra musulmani e cristiani di varia confessione, con i primi in deciso aumento e i secondi in decisa flessione (non tanto perché si convertano, quanto perché se e quando possono  se ne vanno).  Esistono poi appunto i cosiddetti “territori occupati”,  che dovrebbero andar a far parte del futuro stato palestinese, per ora riconosciuto in quanto Autority: a nordest la cosiddetta Cisgiordania o West Bank  con città quali Gerico e Ramallah, abitate (a parte i coloni ebrei israeliani, insediati abusivamente ma in crescita numerica) da un paio di milioni di palestinesi tra musulmani, in maggioranza, e cristiani di varia confessione anch’essi in flessione, e la fascia sudoccidentale di Gaza, un milione tra musulmani in decisissimo aumento sostenuti dal partito Hamas e cristiani in decisa decrescita e in stato di sofferenza. La popolazione cristiana palestinese era, almeno fino agli Anni settanta, in buona armonia con quella musulmana: ma la costante, opposta ma decisa e convergente azione dei gruppi fondamentalisti musulmani e delle autorità israeliane di occupazione, che in un primo tempo almeno hanno favorito i fondamentalisti stessi (salvo poi pentirsene, ma troppo tardi) ha fatto sì che i rapporti tra musulmani e cristiani si guastassero e che la lotta patriottica dei palestinesi, tesa a giungere finalmente a uno stato palestinese (la continuità territoriale del quale resta però problematica e a tutt’oggi è impossibile), si trasformasse in una lotta indipendentistica dei palestinesi musulmani, che oggi – con minor chiarezza quelli dell’OLP, tra cui ci sono ancora molti cristiani; con decisione quelli di Hamas – dirigono il loro impegno alla creazione di una Palestina musulmana, nella quale i cittadini arabi cristiani sarebbero di serie B. Il vecchio nazionalismo palestinese di stampo socialista e, per intendersi, d’ispirazione nasseriana, quello di Arafat, è finito: era démodé e corrotto, ma “laico” e rispettoso del principio di convivenza cristiano-musulmana. Oggi non è più così. Di ciò approfittano le forze oltranziste israeliane, che sono almeno in parte purtroppo anche al governo, per procrastinare ulteriormente sine die il tempo del ritiro delle forze d’occupazione dal territorio palestinese. Allo stato attuale delle cose, è probabile comunque che di stati palestinesi ne nascerebbero due, uno in Cisgiordania e uno a Gaza e dintorni.
In questo quadro già allarmante, dominato dal “muro divisorio” eretto dagli israeliani e dalla persistente politica degli insediamenti coloniali che erodono il territorio palestinese (e non si vede come questo trend potrebbe recedere), si inserisce la discordia tra le diverse comunità cristiane: poche decine di migliaia di fedeli – a parte le comunità cristiane occidentali, cattoliche e protestanti, e quelle greco-ortodosse e russo-ortodosse, in relativa crescita  grazie soprattutto all’impegno della Russia di Putin – ripartiti tra i cristiani arabi di rito greco ma disciplinarmente afferenti alla Chiesa cattolica (i “melkiti”), cristiani armeni aderenti alla chiesa nazionale che ha rapporti sempre più stretti con la Chiesa cattolica, cristiani arabi di rito greco aderenti alla Chiesa autocefala ortodossa, cristiani siriani vicini alla Chiesa ortodossa ma fedeli alla loro tradizione monofisita, con una piccola ancorché gloriosa presenza di monofisiti etiopi nella basilica del santo Sepolcro e in qualche santuario sito in territorio israeliano-palestinese. E’ un quadro di massima, molto generico e impreciso, che però serve a spiegare almeno in sede propedeutica la complessità di quel paese e dei relativi problemi. Da notare che tutte le comunità cristiane presenti in quella che i cristiani chiamano la Terrasanta (il paese di Gesù, oggi diviso tra Israele e Palestina che resta occupata in attesa di un accordo bilaterale israelo-palestinese che in realtà l’attuale governo israeliano e l’attuale classe dirigente palestinese sono tacitamente concordi nel non ricercare sul serio) si spartiscono le differenti aree della basilica della Resurrezione di Gerusalemme (il “Santo Sepolcro”) e di quella della Natività a Betlemme, avvicendandosi nei medesimi spazi per i differenti servizi liturgici. Anni fa, in un periodo in cui io ero presente a Gerusalemme – ed era ancora vivo il grande archeologo francescano e mio fraterno amico Michele Piccirillo, testimone competente e divertito di questi derbies – si ebbe una bella rissa tra monaci armeni e monaci siriani a causa di uno splendido, simpaticissimo  gatto tigrato cui la comunità armena teneva molto e che difatti girava nell’area armena della basilica, ma che i siriani detestavano. Neppure i buoni padri francescani, di tanto in tanto, disdegnavano dal canto loro qualche partita di pugilato.
All’interno del Santo Sepolcro, il servizio di polizia è tradizionalmente assicurato da un paio di famiglie di palestinesi, che sono cittadine israeliane e di fede musulmana (fu il sultano Solimano a stabilire, nel Cinquecento, che fossero i musulmani a mantener l’ordine nelal basilica, viste le risse tra i cristiani). Sull’argomento, anni fa una splendida studiosa romnana di nascita ed ebrea di fede, Simonetta della Seta, ascrisse insieme con me un romanzo storico sull’argomento, Il guardiano del Sepolcro, edito da Mondadori, il cui protagonista e io narrante era il guardiano musulmano della basilica. Il fatto che un’ebrea e un cattolico si fossero messi insieme per dar voce a un israelo-palestinese musulmano avrebbe potuto essere una bomba: e in effetti, per qualche anno, Mondadori pubblicò il libro come  best seller. Poi, misteriosamente, lo lasciò andare fuori catalogo. Evidentemente dava fastidio a qualcuno. Sconcertati, Simonetta ed io – convinti come eravamo e siamo di aver cercato di lavorare per la reciproca comprensione tra popoli e fedi differenti ma affini – cercammo di capire chi fossero questi nostri occulti nemici. Non siamo mai riusciti a saperlo.  Il libro continua ad essere fuori commercio. Chissà se qualche lettore di queste righe sarà tanto interessato e tanto autorevole da venir  a capo della faccenda e quanto meno convincere Mondadori a ripubblicarlo. Noi (e sì che frattanto Simonetta è diventata apprezzatissima attachée culturale della nostra ambasciata a Tel Aviv: un ruolo di potere e di prestigio) non ci siamo riusciti. Questo, se volete, è un appello.

                                                                                     Franco Cardini


Per una nuova strategia dello sciopero

Lettera aperta di un lavoratore pendolare ai lavoratori scioperanti

10 Gennaio 2012

Cari Compagni,

permettete a un lavoratore come Voi, che non ha una "storia di sinistra" ma che si sente da sempre socialista, di rivolgersi a Voi con questo vecchio, glorioso vocativo di "Compagni", oggi così imbarazzante e démodé.

A oltre settantun anni, ho la fortuna di continuar a lavorare: sono, come docente universitario, uno stipendiato del pubblico servizio in attesa di ricevere tra qualche mese un Trattamento di Fine Servizio che, calpestando i diritti da me acquisiti in mezzo secolo di lavoro, riceverò in forma ridotta e arbitrariamente rateizzata. Frattanto, continuo a lavorare e – dal momento che oltre alla mia sede di lavoro fiorentina ne ho due "sussidiarie" a Parigi e a San Marino e abito a Prato -  sono anche un pendolare.
Sono preoccupato per gli esiti della "ristrutturazioine" della nostra rete ferroviaria, a livello nazionale come regionale. Non sono affatto convinto dell'opportunità delle tanto propagandate "grandi opere":  è evidente che il ponte di Messina non si farà mai, ma era opportuno anche solo il parlarne, con una rete ferroviaria così dissestata tra Calabria e Sicilia, con una linea Messina-Palermo ancora in gran parte a un solo binario? Serve davvero la TAV Torino-Lione, che sconvolgerà un delicato contesto paesistico per far guadagnare poche decine di minuti in velocità alle merci? E in Toscana, è opportuna una politica che rischia di sopprimere come "rami secchi" tratte ferroviarie storiche come la Faentina e la Porrettana, con ulteriori disagi per i pendolari che saranno costretti a utilizzare i mezzi propri  con aumento di spese, di pericolo, di disagio e d'inquinamento, solo perché quelle tratte sono considerate "non remunerative" per gli azionisti? Ed è ancora una volta in quanto "non remunerative" che si lasciano intere stazioni non infime – come quella di Pescia in Valdinievole – prive di servizi igienici o telefonici, in attesa di sopprimerle del tutto?  Ma, contro questa politica tutta tesa al profitto e incurante dei diritti e dei bisogni della gente, specie dei meno abbienti, è un'arma adeguata lo sciopero? O quanto meno certi tipi di sciopero?
Ho subìto sulla mia pelle, fra il 9 e il 10 gennaio 2012, lo sciopero ferroviario che ha imperversato con particolare durezza in Toscana. Avevo già fatto esperienze del genere: quella del mattino del 10 gennaio è stata particolarmente dura. Poiché ero arrivato la sera prima in auto con una collega da Parigi a Genova, se il 10 ho voluto essere al lavoro per le 9 a Firenze sono dovuto partire da Genova alle 5,50 del mattino per poter prendere poi il treno regionale "garantito"  da Pisa a Firenze alle 7,54:  un treno che, in quella fascia oraria, è stato l'unico a partire tra altri quattro soppressi e che era zeppo fino all'inverosimile. Abbiamo passato oltre un'ora e mezzo in piedi, stretti come acciughe, senza poter utilizzare i servizi, in un'atmosfera irrespirabile. Ho assistito a un paio di episodi di persone colte da malore, per fortuna lieve, e a una serie di piccole risse ad ogni stazione tra chi voleva salire su un treno zeppo che rappresentava l'unica risorsa della mattinata per raggiungere il posto di lavoro e i passeggeri installati nei vagoni che si rifiutavano di  farli salire in quanto ciò era obiettivamente impossibile. Non ho visto l'ombra di personale ferroviario, né a bordo né a terra. Mi chiedo quanti siano stati i rapporti stilati dagli agenti Polfer, che pure qua e là si vedevano sotto le pensiline ma che non sembravano particolarmente interessati a quel che stava accadendo. Alla stazione di Firenze Rifredi, mentre attendevamo pazientemente, stivati fino all'inverosimile, il segnale di partenza per Santa Maria Novella (nostra finale destinazione), ci siamo visti passar sotto il naso, sui binari vicini, un paio di Frecce Bianche o di Frecce Rosse a lunga percorrenza, non toccate dallo sciopero: dentro, abbiamo intravisto le comode silhouettes dei passeggeri seduti in Prima Classe,  quelli cui si offrono caffè, prosecco e giornali gratis. Lo sciopero non ha danneggiato minimamente l'azienda Trenitalia, che se l'è cavata con il solito annunzio "Ci scusiamo per il disagio causato" (Vi risparmio i commenti dei passeggeri); non ha nemmeno sfiorato i privilegiati, quelli che sovente viaggiano magari a spese della loro impresa di lavoro o dello stato, e che popolano appunto le Prime Classi. I lavoratori scioperanti del 10 scorso hanno recato davvero disagio, eccome, ai loro compagni lavoratori pendolari: con un aumento vertiginoso – e immediatamente palpabile – dei commenti a carattere qualunquistico, idioti ma comprensibili, e un probabile contributo forse non lieve alla sconfitta delle sinistre nelle prossime elezioni. Il tutto aggravato dai commenti del personale ferroviario che, una volta a destinazione, ho colto al bar della stazione di Firenze centrale: si andava da chi annunziava di approfittare della giornata di sciopero per starsene a casa a riposare e chi era lieto di potersi dare più comodamente al suo secondo o terzo lavoro. Mi risulta che l'Assessore Regionale ai Trasporti della Regione Toscana abiti in quel di Chiusi; mi auguro che il 10 sia andato al lavoro, a Firenze, rinunziando all'auto di servizio e prendendo invece un treno "garantito" per sperimentare di persona il disagio dai pendolari e manifestare loro la sua solidarietà.

Cari Compagni, lo sciopero è un'arma di lotta sindacale sacrosanta: ma proprio per questo bisogna che tutti (a cominciar dagli scioperanti) la usino col massimo rispetto. Uno sciopero che danneggia soltanto i lavoratori, che non nuoce in nulla ai datori di lavoro e che lascia intatti i privilegi di chi già ne gode, non è soltanto inefficace: è infame.
Nelle settimane scorse, ho avuto modo di ad assistere in Francia ad altre forme di lotta. Per esempio i  lavoratori dei musei in sciopero vanno regolarmente al lavoro, tengono aperte le loro sedi,  ma sospendono i controlli dei biglietti e la gente entra gratis. Dinanzi a situazioni del genere i datori di lavoro, pubblici o privati che siano, accusano sul serio il colpo: e le perdite da loro subìte sono ben più pesanti di quelle degli scioperanti che ci perdono il salario quotidiano pur prestando comunque la loro opera di custodia e di controllo delle opere esposte. Una bella prova di spirito civico e d'impegno sociale. Non ritenete, cari Compagni, che anche nel nostro paese sia il caso di passare a forme di lotta meno generiche, meno autolesionistiche, più efficaci e più dure? Saluti ad auguri d'un buon 2011.

                                                                                           Franco Cardini


Ti piace scherzare, o Signore

21 Dicembre 2011

Sto per affermare una cosa che parrà enorme, eppure è banale al punto che la sanno (quasi) tutti: credenti e forse perfino non credenti.
Ma che cos’è questa storia che nessuno ha mai visto Dio? E che cos’è questa balla del silenzio di Dio, che Dio non si vede e non si sente, che solo pochi mistici o visionari ne hanno  o credono di averne avuto esperienza?
Fatemi il piacere. Dio non solo è dappertutto, non solo si manifesta dappertutto: arriva a essere indiscreto, intrufolone, diciamo pure (col dovuto rispetto) un rompiscatole. E badate: non parlo di Dio che si mostra in tutta la Sua potenza quando esplode un vulcano, quando urla il mare, quando si muovono le montagne oppure quando ruggisce la tigre, questo splendido terribile animale che purtroppo noi abbiamo quasi eliminato dalla faccia della terra e ch’è una delle prove più evidenti della Sua esistenza: un Dio così evidente nelle Sue opere che bisogna essere Piergiorgio Oddifreddi per continuar a non crederci. Non alludo al Dio che ti sta dentro e ti obbliga a fare una cosa, ti perseguita finché non l’hai fatta oppure ti tormenta per un peccato commesso o per un’opera buona trascurata. Il Dio nella Natura, nella Speranza, nel Rimorso.
Nulla di tutto ciò. Alludo proprio al Dio che, in quanto Cristo, tutti noi incontriamo di continuo: eppure ci sforziamo di non riconoscerLo e, nel Giorno del Giudizio, negheremo ipocritamente di averLo mai incontrato. Noi, che ci mettiamo il vestito buono se dobbiamo essere ricevuti dal Signor Presidente, dal Signor Commendatore, da Sua Eccellenza Chissacchì e  poi agli appuntamenti con Lui –  noialtri “cattolici praticanti”, a quelli domenicali  – ci andiamo trasandati e arriviamo in ritardo. Certo, se non lo riconosciamo è anche perché Lui ci mette del Suo. Si traveste.
Me, Dio mi perseguita. Certo, debbo riconoscere che ha humour e fantasia. E’ simpatico: nel Suo imperscrutabile intimo, dev’essere un gran buontempone. Quando non Lo penso con i tratti bellissimi e severi del Cristo,  Lo immagino come un misto tra l’autoritratto di Leonardo, la severità olimpica di Giove Pluvio (avete presente lo Zeus di Otricoli?), lo ayatollah Khomeini e sotto sotto qualcosa di allegro, di nonnesco, un nonsocché di Babbo Natale. E ride, il Signore: ride come Giove, e la Sua risata scuote i cieli e gli abissi. E sorride. Solo il diavolo non ride mai: sa solo ghignare e sghignazzare. Dio ride soprattutto quando si diverte a prendermi in giro. E lo fa in tutti i modi, apparendomi nei momenti e nei contesti più impensati. Si traveste da pakistano e tenta di rifilarmi rose quasi appassite tutte le volte (ohimè, sempre meno) che mi rifugio in un ristorantino con lei;  fa il senegalese e pretende che gli compri un ombrelluccio tascabile appena fa una goccia di pioggia, anche se io odio i parapioggia e li dimentico regolarmente in autobus; s’infila perfino le gonne a fiori delle zingare moldave – Signore, per carità, un po’ di contegno!... -  per tentare di estorcermi un paio di euro leggendomi la mano o vendendomi amuleti (e sì che queste cose le ha proibite Lui, nell’Esodo e quindi nel Deuteronomio: vedete che è anche sleale?). Non è finita: sale sui  treni dei pendolari per distribuire ai passeggeri bigliettini in un italiano a bella posta incerto dove dichiara, mentendo, di essere una ragazza ammalata e orfana con due fratellini a carico;  oppure, con la faccia da cane bastonato degli immigrati bielorussi, suona (malissimo) Kalinka strimpellando una decrepita sgangherata fisarmonica tirandosi dietro due marmocchi poiagnucolosi e malodoranti. Signore, mi piacerebbe tanto sapere come commenta  le tue performances musicali russeil grande Borodin, quando lo incontri nei giardini del paradiso?  Oppure si traveste da odiosa vecchietta curva e tremebonda, le manine adunche come la strega di Biancaneve,  ti ferma per strada o al mercato e ti racconta tutte le sue sventure senza mollarti finché non le rifili qualcosa.
Signore, abbi compassione. Frena questa persecuzione. Io non Ti ho mai negato qualche spicciolo, tutte le volte che m’imbatto nella Tua invasiva presenza: e alla fine del mese Tu incidi sulle mie finanze più del professor Monti. Fa’ qualcosa anche per aiutare i più teneri di cuore tra noialtri, perché non ce la facciamo più. Prova a suggerirci qualche sistema più efficace per ridistribuire le ricchezze del mondo, cosa necessaria, che non razziare i nostri borsellini.
E soprattutto, Signore, dopo ormai cinque o sei anni, Ti prego, escogita qualcos’altro quando m’incontri per taglieggiarmi al mattino, nella stazione di Santa Maria Novella. Mi sei venuto a noia, con quel Tuo travestimento da ometto piccino e magrolino, con quegli intollerabili berretti colorati di lana da  puffo in versione invernale, la barbaccia ispida e un maledetto accento tra il pisano e il livornese che non se ne può più. Mi ti sei messo perfino di traverso, una volta, mentre correvo trafelato carico di bagagli e hai rischiato di farmi tombolar per terra e perdere il treno. Hai sempre da raccontare una storia pietosa, intercalata da “déh” e da “o allora?”: una volta ti hanno tolto chissà perché il piccolo sussidio che ti spettava, un’altra hai contratto un’incurabile malattia e ne hai ormai per poco, un’altra ancora sei pieno di bollette inevase. E, siccome hai pessima memoria, cambi di continuo gli scenari della Tua immaginaria esistenza bohémienne: ora hai la mamma ammalata e ora sei solo al mondo, ora vivi sotto i ponti e ora  hai una casuccia verso Novoli in affitto, ma stanno per sfrattarti.
Purtroppo, durante uno dei primi mesi della nostra sciagurata conoscenza, ho fatto l’errore di crederTi, di starTi a sentire: e Tu  mi hai  rifilato il pacco di una vicenda strappacuore, sostenendo tuttavia che tutti i Tuoi mali sarebbero svaniti se qualcuno Ti avesse “prestato” (hai detto proprio così: ma si può essere più sleali?...) cento euri. Te li ho dati, due fiammanti biglietti arancione da cinquanta prelevati freschi dalla banca,  ben sapendo ch’erano à fond perdu. L’ho fatto soprattutto sperando che dopo quel colpaccio Tu ti levassi di torno. Macché.Da allora, non mi dai più pace: sembri davvero convinto che io sia una versione un po’ meno ricca ma in cambio molto più bischera di Paul Getty. E mi corri dietro, supplichi, pretendi. Qualche soldino te lo do sempre: a volte, anche un biglietto da cinque o da dieci; ora, sotto Natale, da cinquanta. Ma, Signore, non Ti sopporto più: e una volta, lo ammetto, rifilandoti  una manciata di spiccioli tra quelle manacce sempre tese ti ho anche mandato a quel paese.
Ora,  lo so come andrà a finire. Quel Giorno, quando Ti presenterai assiso tra le nubi, bello e terribile, in clamide imperiale e triregno pontificio come Ti ha ritratto Albrecht Dürer, e pronunzierai i definitivi Venite, benedicti e Discedite, maledicti, arrivato il mio turno Ti fermerai un momento e poi mi apostroferai severo, puntandomi  l’indice contro: “O ‘ardini – perché, sappiatelo: Benigni e Marasco hanno ragione, Dio parla fiorentino – una vorta, alla stazione, tu’ m’ha’ mandah’ affanculo”. E spero tanto, allora, di trovar il coraggio di replicare tremando: “E’ vero, Signore, perdonami: ma non Ti ho mai respinto, non Ti  ho mai  rimandato a mani vuote”. A quel punto  Ti prego,  o Dio onnipotente: non farti superare in pietà e in carità dal più umile dei Tuoi servi. Spero tanto che riderai ancora una volta, con la tua risata magnifica e terribile: e che,  con un “Ma affanculo tu c’ha’and’tte, bischeraccio!”, mi farai cenno di prender posto, ultimo della fila, alla Tua destra. E così sia.


Contro tutti i tartufi (nel senso di Molière). Amarcord di un "cattivo Maestro"

19 Dicembre 2011

L'Italia è notoriamente un paese dalla memoria corta. Per un buon mezzo secolo siamo stati governati da politici antifascisti  che provenivano in gran parte dalle file del PNF, egemonizzati  da intellettuali antifascisti e resistenziali ch'erano spesso degli ex “littori”, imboniti da giornalisti democratici che a suo tempo avevano impestato di articoli antisemiti le rivistine dei GUF. Poi, con Berlusconi, siamo stati aduggiati – e lo siamo ancora - da maturi signori conservatori e liberal-liberisti tutti  o quasi dotati di  un passato di agit-prop in “Lotta Continua” o in “Potere Operaio”:  e che adesso, ben installati in giornali e in TV, riciclati come cattolici o come “moderati” liberal-liberisti  si offendono moltissimo se qualcuno lo ricorda loro e lo trattano da provocatore. Continua...


Massmedia e spirale dell'odio

15 Dicembre 2011

Ho buoni rapporti con la redazione fiorentina de La Repubblica: sono sempre molto gentili, m’intervistano spesso. È vero che nemo propheta in patria, ma in fondo l’aver  scritto, parlato e insegnato per lunghi decenni nella mia città ha pur voluto dir qualcosa.

Ma lassù, nei quartieri alti della Direzione Megagalattica del Quotidiano dei Cittadini Laici, Democratici & Intelligenti, ci dev’essere qualcuno che non mi ama. È vero: anche da lì, talvolta, partono al mio indirizzo segnali benevoli; qualche amico ce l’ho. Ma in genere non si sprecano. Di recente, la Laterza ha pubblicato un mio libro di quasi ottocento pagine, Il Turco a Vienna, dedicato all’assedio ottomano del 1683 alla capitale del Sacro Romano Impero e che mi è costato almeno cinque anni di duro lavoro e di ricerche in mezza Europa, quasi tutte pagate di tasca mia. Sembra che le vendite  vadano bene, e molti giornali ne hanno parlato come di un evento culturale importante. Non sta a me decidere. Ora, l’editore mi avverte che giorni fa La Repubblica – che spesso regala paginoni a illustri carneadi – mi ha dedicato una scarna, svogliata nota. Bontà sua. Continua...


Il caso fiorentino e la crisi europea

13 Dicembre 2011

Dinanzi al caso fiorentino – un omicida-suicida, l'estremista di destra Gianluca Casseri, e due senegalesi morti che potrebbero diventare di più in quanto vi sono dei feriti in gravi condizioni – le due opposte tentazioni da respingere sono il semplicismo del “caso-limite” e la superficiale sistemazione dell'evento all'interno di una serialità ormai acclarata, che fa parte delle manifestazioni patologiche sì, ma in fondo “ordinarie” del nostro Occidente.
Le voci terrorizzate e angosciate, ma in fondo minimaliste, si sono fatte sentire per prime. E hanno formulato pareri giudiziosi: il Casari era un povero folle la condizione del quale era magari aggravata da cattive frequentazioni parapolitiche e pseudoculturali, l'esponente di una marginalità politica e umana che di solito resta confinata nei bassifondi e nelle cantine della nostra società e che purtroppo di rado riesce ad affiorare al disonore della cronaca con un gesto: magari, degli ammalati del “complesso di Erostrato”, il tizio che incendiò il tempio di Artemide in Efeso affinché il mondo lo conoscesse e parlasse di lui. Continua...