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Appunti
- FINIANI E INTELLETTUALI –
“E’ già finito l’idillio tra Fini e gli intellettuali. Da Campi a Cardini, esplode il malumore”. Cosi, con una certa evidenza, “La Stampa” dell’8 febbraio intitola un articolo su quattro colonne in cui sono chiamato in causa anch’io. In quel pezzo si ripercorre la storia del gruppo di “intellettuali” (cioè di studiosi, uomini di cultura, giornalisti ecc.) che in ottobre firmarono un Manifesto di ampia convergenza, che andava per intendersi da Giuseppe Parlato a Giulio Giorello. Chiamatelo bipartisan, trasversale o quel che volete voi. L’ho firmato anch’io, che intellettuale non sono davvero: io faccio il professore di storia. L’ho firmato perché parlava di tre ordini di necessità: tornare seriamente alla politica, tornare alla cultura, tornar a parlare anche di etica e di valori civili. Avrei preferito che si sottolineassero di più due altre necessità, ch’erano invece forse implicite, forse evitate. Tornare alla problematica sociale, tornare all’Europa e alla politica estera. Insomma, era un appello per uscire dalle bassissime beghe di quella che attualmente qualcuno si ostina a definire “vita politica” (il balletto delle alleanze, la compravendita dei deputati, la lotta a colpi di scandali) e tornare a un minimo di serietà; per uscire dal provincialismo dell’Italietta-Italiaccia dei politicastri venduti o garzoni di bottega e di una società diciamo così “civile” che si nutre di Grande Fratello e di Centri Commerciali salvo poi cianciare di democrazia quando non addirittura di civiltà cristiana. Ci stavano anche studiosi con un impeccabile pedigree di sinistra, come Giacomo Marramao, Giulio Giorello e la splendida Nadia Fusini (chi non ha letto il suo ultimo libro su Shakespeare si è fatto del male). Quanto a me, che il Manifesto fosse di destra o di sinistra, o così potesse venir etichettato, non me ne sarebbe potuto fregar di meno. Ho smesso da tempo di baloccarmi con la destra e la sinistra, per quanto lasci che qualcuno ogni tanto mi etichetti nei modi più fantasiosi. Io sono cattolico, socialista ed europeista. Punto e basta.
Pierluigi Battista bollò in uscita il Manifesto come banale. Lui di banalità se ne intende: e se lo dice sarà vero. A noi sembrava una buona base per cominciare a discutere un po’ seriamente e liberamente. Furono i “finiani”, o persone vicine a loro, che “dettero il La” a quell’iniziativa: che però non nasceva né etichettata, né condizionata. Certo, dal momento che personaggi intelligenti dello schieramento finiano – Fabio Granata, Flavia Perina, Luciano Lanna, Umberto Croppi ed altri – erano soddisfatti dell’iniziativa e ad essa sinceramente e seriamente interessati, era logico aspettarsi maggior interesse anche dal Presidente della Camera, del quale tutti apprezzavamo (e continuiamo ad apprezzare, al di là di altri aspetti della questione) lo strappo che ha messo Berlusconi alle corde.
Ma Fini, ch’è un ottimo tattico (gli ottimi tattici peccano però purtroppo, appunto, di tatticismo…), poco si cura di roba culturale. Quelle sono cose da strateghi della politica, che sanno quanto sia falso che “con la cultura non si mangia” e quanto sia importante la politica culturale. Il Presidente della Camera è rimasto cortesemente freddino nei confronti d’uno strumento che veniva posto a sua disposizione. Peccato.
Ma la Cenerentola cultura, ohimè, confina molto con Sua Maestà il consenso e con Sua Grazia la politica. E, sottovalutando la cultura, vengono a mancare molti ingredienti di un discorso di rinnovamento che si vorrebbe affascinante e dirompente. Che cos’è, oggi, la “destra” italiana di non stretta osservanza berlusconiana? A che cos’è ridotta? Ai cattolici fondamentalisti, affannati ormai a metter d’accordo il turboliberismo sostenuto dai loro amici neoconservatives americani con il tradizionalismo antimoderno delle loro origini (impresa impossibile) e che non vanno al di là delle noiose polemiche contro il Vaticano II e contro pillola e preservativo? Alle frange che scrivono “Destra” con la maiuscola e che ormai non riescono più nemmeno a far concorrenza alla xenofobia leghista e, come gli storaciani, corrono dietro a qualche sgabello sottosegretariale in cambio dei loro voti in parlamento? Agli ex-missini-ex-AN che riescono soltanto ad elaborare il lutto delle foibe?
I “finiani” sono alla vigilia del loro congresso di fondazione. Tanti auguri. Dispongono di un’ala genericamente “nazionalqualcosa” e di una di provenienza radicale. Sono uniti dall’opposizione a Berlusconi, e ciò fa loro onore. Per il resto, che cosa propongono? Sul piano della politica sociale, per il momento non si sono sentite da parte loro prese di posizione se non generiche. Sul piano di quella nazionale, si registra un ritorno evidentemente in parte rètro in parte demagogico al patriottardismo: come altrimenti qualificare il baccano che stanno facendo in Alto Adige per rivendicarne rumorosamente l’”italianità”, perdendo una splendida occasione per rimproverare i sudtirolesi di lingua tedesca, che si sentono “austriaci”, e invitarli invece a una comune politica di seria coscienza europeistica? Questa sì, un nuovo europeismo, un nuovo patriottismo europeo, sarebbe una carta da giocare: specie con e per i giovani. Minoritaria, forse: ma controcorrente, nuova, affascinante. Invece, nulla. Veteropatriottardismo e lealismo atlantista mentre il mediterraneo scoppia e mostra chiaramente che i vecchi schemi dell’egemonia USA-NATO con i relativi lacchè feroci e corrotti come Ben Alì e Mubarak non tengono più e che la gente (musulmana o cristiana che sia) ne è stufa. Il Fli discuterà con chi andare, con chi allearsi, con chi spartire un magro bottino di voti. Con Rutelli? Con Casini? Magari perfino con Di Pietro? D’Alema ha fatto una proposta spregiudicata e coraggiosa. Siamo in un momento eccezionale, d’emergenza. Tra noi e il ritorno alla normalità del paese c’è lo scoglio del paperone corruttore che ormai sta anche dando i numeri. Uniamoci per cacciarlo: perché se ci presentiamo disuniti, vincerà lui un’altra volta con l’aiuto dei corrotti, dei dipendenti maxiaziendali, dei furbastri, degli armeggioni, dei tattici attendisti (che aspettano che il mostro si squagli da solo) e degli imbecilli. Su, finiani, tirate fuori un po’ della vostra vecchia nostalgia delle origini, una puntina appena, quel che basta per Osare, per Marciare e non marcire, per Gettare il Cuore oltre l’Ostacolo. D’Alema ha ragione e per seguirlo ci vuole coraggio. Da buoni Futuristi, siate Arditi! E’ l’unica via.
Quanto a me, a meno che lui non mi abbia ultimamente scomunicato in pectore, sono in buoni rapporti con Fini. Se fossimo due temperamenti espansivi, potremmo perfino dirci amici: almeno per quanto mi riguarda. Siamo diversi e lo sappiamo. D’altronde lui è un politico (ancora) potente e io non conto un piffero: condizione ideale per un’amicizia sincera. Una volta gli dissi che il mio sogno sarebbe stato un domani in cui tutti i paesi d’Europa, spontaneamente e d’accordo, cancellassero le loro dedicazioni “alla vittoria” di piazze, strade e parchi (una “vittoria” che quasi sempre allude alle guerre fratricide tra europei) e le sostituissero con dediche “alla concordia europea”. Come fece genialmente Napoleone cancellando il triste nome della Place de la Revolution, dove si ghigliottinava, e sostiuendolo con lo splendido Place de la Concorde. Mi rispose sorridendo finianamente (un leggero incresparsi del labbro destro) che gli inglesi non avrebbero mai rinunziato a Trafalgar Square. Capii che egli sottintendeva che, da parte sua, non avrebbe mai rinunziato all’Altare della Patria, che io ho sempre chiamato la Macchina da Scrivere. Eccovi spiegato, in due parole, perche la mia ormai vetusta canizie di settantenne non troverà mai un cane che voglia ornarla del Laticlavio senatoriale e perché Fini, se non cambia, evaporerà elegantemente nel nulla in un volteggiare discreto di cravatte rosa e d’occhiali d’oro.
Franco Cardini, 9/2/2011 |
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