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Appunti
- IL PAPA, LA MODERNITA’, LA PENITENZA –
E’ ormai sempre più chiaro che la fase della storia della Chiesa e del cattolicesimo avviata nel 1979 - l’ “Anno dei Portenti”, che assisté anche agli accordi nucleari tra Stati Uniti e Unione Sovietica e all’ascesa in Iran dello ayatollah Khomeini – con l’ascesa al soglio pontificio del cardinal Karol Wojty?a (considerato l’uomo di Solidarno?? in Polonia e della reazione alla “teologia della Liberazione” nell’America latina) e quindi con quella, successiva, del suo fido collaboratore Joseph Ratzinger, ha coinciso con un ampio e complesso movimento teso da una parte a consolidare gli esiti del Concilio Vaticano II, dall’altra a “rivederne” gli aspetti più progressivi e a confrontarli con l’irrinunziabilità del mantenimento della tradizione gerarchica, della disciplina ecclesiale, della qualificazione liturgica e teologica.
Giovanni Paolo II ha fatto piazza pulita, al riguardo, di qualunque equivoco: ha esplicitamente accettato nel nome della Chiesa i metodi e i valori democratici (il che è cosa ben diversa dal procedere a una democratizzazione delle istituzioni e delle strutture ecclesiastiche, come invece qualcuno avrebbe desiderato o preteso), ma al tempo stesso il suo potente càrisma ha condotto la Chiesa all’avanguardia nella battaglia fondamentale del XX e del XXI secolo: quella per la giustizia planetaria contro le discriminazioni, lo sfruttamento dei più poveri, la profanazione della vita e dell’equilibrio fisiologico della terra. Benedetto XVI, che ne ha fedelmente ripreso il programma, è tuttavia un uomo non del càrisma, bensì delle istituzioni; molto meno profeta, è in cambio molto più accademico e teologo.
L’impressione che molti ne hanno tratta, dal 2002 in poi, è che nei suoi ormai otto anni di pontificato papa Ratzinger abbia segnato una specie di ripiegamento in quella che, con Giovanni Paolo II, era parsa una fase avanzante e quasi un’offensiva della Chiesa. Wojty?a tonava contro la mafia, contro le ingiustizie, contro le guerre; era capace di pregare nella moschea di Damasco e nella sinagoga di Roma; fu quasi solo nell’opporsi al disegno aggressivo di Bush contro l’Afghanistan prima, l’Iraq poi. Non è un caso se gli ambienti più propriamente conservatori nel mondo cattolico e cristiano avevano finito col sentirsi a disagio con questo indomabile pontefice che, rivisitando l’America latina decenni dopo un primo viaggio nel quale aveva quasi ufficialmente investito il movimento dei legionari del Cristo, era tornato in Guatemala sulle tracce di padre Stanley Rother, il sacerdote dell’Oklahoma difensore dei campesinos fatto assassinare dai gorilas del dittatore protestante Rios Montt su mandato della CIA.
Ratzinger ha, in confronto, giocato sovente il ruolo meno eroico e più sofferente del pastore soggetto ad attacchi e obbligato a tenersi sulle difensive: dalle proteste del mondo islamico per la sua lezione di Ratisbona del 2006 (nella quale a onor del vero egli aveva solo ciatto un controversista del Tre-Quattrocento) sino alla risposta altera e scostante del governo di Sarkozy alla sua protesta di Castel Gandolfo a proposito del trattamento da riservare agli extracomunitari.
Tuttavia, col sanguigno e solare càrisma di Giovanni Paolo o con l’umbratile, professorale, un po’ malinconica prudenza di Benedetto, la battaglia è in fondo sempre quella, e ben riconoscibile. Non contro il Vaticano II, come qualcuno malevolmente afferma. Bensì essenzialmente contro la Modernità: e non e poco. I due pontefici hanno concordi affermato che alla sfida moderna, consistente nel vivere etsi Deus non daretur, i cattolici debbono rispondere con la proposta dell’esperienza del ritorno alla tradizione, del vivere etsi Deus daretur. Ma il limite di tale proposta sta nelle strutture e nelle istituzioni in cui viviamo nel nostro Occidente. Noi possiamo anche essere individualmente cristiani, ma non viviamo più in una Cristianità, cioè in una societa i principi sociali, civili e giuridici della quale siano improntati al cristianesimo. Al giorno d’oggi, i cattolici – che da decenni sono abituati a pensare il contrario – debbono convincersi di non essere più né maggioritari, né egemonici nella nostra società. Non che si debba scendere nelle catacombe: ma si deve tornare, secondo il dettato evangelico, a rappresentare una minoranza impegnata e missionaria, a essere il “sale della terra”.
Qui sta il nucleo forte della proposta pontificia: tornar a pregare sul serio, tornare a vivere da cristiani non più forti delle posizioni di potere secolarmente acquisite bensì animati da un nuovo spirito evangelico. E qui rientra in campo una serie di atteggiamenti e di modi di vivere e di pensare: la preghiera comunitaria e quella intima, la frequenza ai riti religiosi e ai sacramenti, la vita liturgica e sacramentale, perfino le penitenze e magari i pellegrinaggi. Si affermano nuove forme di ascetismo, di vita eremitica o cenobitica, di societa comunitarie nelle quali si fa esperienza di vita cristiana. E’ possibile che riaffiorino anche fenomeni di più rigoroso ascetismo, come autopunizioni corporali, oppure offerte sotto forma di ex voto? Non va escluso: bisogna convincersi che frasi del tipo “ma come, in pieno XXI secolo?”, oppure “non siamo più nel medioevo”, sono tra le più idiote che si possano pronunziare. L’orologio della storia, ammesso che esista, non si muove con le lancette del “progresso occidentale”.
Uscire dalle consuetudini, tornare alla vita cristiana proprio perchè e nella misura in cui essa, non più praticata ai tempi in cui il cristianesimo cattolico era formalmente maggioritario, oggi scopre di nuovo il suo valore e il suo significato d’esempio e di testimonianza. Non è un messaggio né facile, né comodo. Eppure, qua e là vi sono segnali che fanno pensare che esso potrebbe attecchire e venire recepito, specie dai giovani. Con apparente paradosso, il cattolicesimo abitudinario e lassista – più facile e comodo – non interessava più nessuno; uno piu duro e rigoroso, potrebbe riacquistare fascino e ascendente. Ma si tratta, sia chiaro, di “riconquistare” una società: di “ricristianizzarla” dalle fondamenta; dopo che, per troppi decenni, si è assistito allo spettacolo di atei che si sposavano in chiesa e facevano battezzare i figli e delle feste religiose ridotte a occasioni di consumo. Vedremo.
8 settembre 2010
Franco Cardini
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