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Appunti
I FIORETTI
Firenze, 7.2.2010.
Mi sono divertito a chiedere ad alcuni adolescenti – sono un vecchio professore: e nonno per giunta di un diciottenne – se conoscono il significato della parola “fioretto”. E’ uscito fuori che si tratta di un’arma bianca da competizione, sviluppo della spada da scherma. Approfondendo il discorso, e dopo una certa pungolatura, sono usciti fuori i Fioretti di san Francesco d’Assisi, e qualcuno ha detto che sono storielle graziose: poi qualcun altro, che fa il classico, ha ricordato che i flores e i florilegia erano nell’antichità romana raccolte di versi, “antologie”. E siamo perfino arrivati a lavorar di fino e a stabilire che la parola antologia, d’origine greca, e quella florilegio, d’etimo latino, sono la traduzione letterale l’una dell’altra. Non male. Cogliere fior da fiore, appunto. Lo sanno tutti, che “fiore” fa rima con “cuore” e con “amore”.
Proprio così: fiore-cuore-amore, come nelle brutte poesiole e nelle brutte canzoncine. Ma che in realtà sia un triangolo magico, e maledettamente serio, non è uscito fuori. Perche dei “fioretti”, in questa vigilia di Quaresima 2010, non sapeva nulla nessuno. Nemmeno i ragazzi cattolici, che vanno a messa: e ce ne sono. Anzi, a dir la verità non avevano nemmeno le idee chiare sulla quaresima: salvo una ragazza, la quale ha osservato che secondo lei è un’usanza che i cristiani hanno inventato per far concorrenza al ramadan.
Se pensate a questo punto che ci sia da allarmarsi, avete perfettamente ragione. Tantopiù che la voce “Fioretto” è assente anche dal Dizionario di antropologia pastorale delle Devoniane (dove da Finalità si passa a Fisiatria) e perfino dal Nuovo dizionario di mariologia delle Paoline: e sì che un tempo i “fioretti alla Madonna” facevano parte profonda e integrante dell’educazione dei giovani e delle giovani. Se non ho visto male, nemmeno una parola si dedica loro nella stessa monumentale Enciclopedia della preghiera nella Libreria Editrice Vaticana. Vero è che un “fioretto”, di per sé, non è una preghiera: ma negli arcaici tempi del cattolicesimo repressivo e fideista lo si collegava strettamente al rosario.
Il “fioretto” mi ricorda mia nonna, contadina toscana semianalfabeta nella Firenze degli Anni Quaranta. Ero un ragazzino timido, molto solitario, e del resto abituato al regime austero di una famiglia dove non mancava nulla di essenziale, ma non c’erano margini per altro. “Fa’ un fioretto alla Madonna”, mi consolava la nonna quando le sembravo deluso per un regalo non ricevuto o per un dolcetto rifiutato. Il “fioretto” abituava alla rinunzia, anzi le conferiva un senso alto: le aggiungeva un elemento eroico, il sapore forte di un atto di volontà. S’imparava così che nel rinunziare a quanto non si può avere può esserci sofferenza, ma non c’è merito: mentre la rinunzia a quel ch’è a portata di mano, per favorire qualcuno meno fortunato o semplicemente per dimostrare di esser forti ed onorare Dio o la Vergine Maria, era un piccolo esercizio di forza d’animo, di vittoria della volontà.
Viviamo in tempi contraddittori. Si sente parlar di continuo di “tradizione”, di “radicamento”, di “identità”. Ma io, che sono un cattivo cristiano, quando m’imbatto in un cattolico di quelli duri-e-puri, di quelli che magari vorrebbero il ritorno alla liturgia latina e si battono contro la costruzione dei minareti, gli chiedo sempre se sa che cosa sono le “Quattro Tempora” o se ricorda a memoria i nomi dei Sette Doni dello Spirito Santo, delle Virtù teologali e cardinali, dei vizi capitali, delle Opere di Misericordia della Chiesa.
Credo importante per tutti, sacerdoti e laici, fare i conti al giorno d’oggi con la fede cattolica sentita e vissuta quotidianamente, con la presenza di Dio nella nostra vita di tutti i giorni. Chissà se qualche parroco coraggioso, se qualche gruppo di cattolici magari giovani e intelligenti, se la sentiranno di riscoprire il gusto del “fioretto”: la piccola rinunzia accompagnata da un’altrettanto piccola opera di bene e da una rapida preghiera mentale. Mi va di prendere un caffè: invece do a un povero (ce ne sono fin troppi) l’euro che avevo a ciò destinato e, mentre salgo sull’autobus, recito rapidamente un’Ave. Se la strada per l’Inferno è lastricata di buone intenzioni, può darsi che quella per il paradiso sia un acciottolato di piccole cose, di piccoli gesti concreti. In fondo, sta scritto che: Quel giorno nessuno ci chiederà quanta teologia sappiamo o quante messe abbiamo ascoltato, ma se abbiamo mai offerto un bicchier d’acqua a un assetato, se abbiamo mai perduto un pomeriggio visitando un ammalato o un carcerato.
Il “fioretto” è un’invenzione della bistrattata e repressiva Chiesa controriformistica, quella di gente come Filippo Neri e Alfonso de Liguori. Gente che parlava semplice ma che possedeva una grande saggezza. Il “fioretto” è anzitutto una preziosa scuola di Libertà, quella vera, quella di cui abbiamo bisogno in questo tempo di troppe libertà false o inutili o dannose. La Libertà di chi sa dire di no ai piccoli stizzosi comandi del peggiore e più tirannico padrone che ciascuno di noi debba sopportare: se stesso. Oggi, s’insegna diffusamente ai giovani che la libertà sta nel soddisfare qualunque impulso e/o nel comandare agli altri. Si è perduto il fondamentale principio secondo il quale Libertà è anzitutto dominare se stessi. Sacrificare un frammento della nostra superbia individualistica a Dio e alla Vergine: questo sarebbe un bel modo di ricordare che anche nel 2010 c’è la Quaresima e che l’attualità di quei quaranta giorni passati da Gesù nel deserto non si è mai esaurita.
Franco Cardini
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