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Appunti

- POSTILLA ALL’APPELLO DI D’ALEMA –

Siamo sul serio in mezzo a un critico guado. E’ chiaro che Berlusconi domina un parlamento inadeguato e corrotto, gran parte dei membri del quale sono o suoi “collaboratori-dipendenti”, o comunque sul suo libro-paga, o esposti alle sue potenti armi di compravendita, o ricattati: e che comunque è composto di gente per la maggior parte al di sotto dei almeno uno dei livelli di sufficienza per quanto riguarda la preparazione, o l’onestà, o l’intelligenza. E’ chiaro altresì che un parlamento del genere, uscito da quel mostriciattolo della legge elettorale-porcellum, è composto obiettivamente non da persone liberamente elette, bensì da gente designata una per una dalle varie segreterie e formalmente legittimata da un plebiscitario e acritico voto da parte di quella porzione dell’elettorato attivo che più o meno obtorto collo è stata al gioco. Un parlamento sostanzialmente anticostituzionale: non si capisce che cosa aspetti il presidente della repubblica a scioglierlo. Non si capisce che cosa aspettino i parlamentari membri delle opposizioni – se vogliono davvero esser credibilmente tali – a dimettersi in massa dal loro ruolo, determinando in tal modo lo scioglimento automatico delle camere e la necessità di nuove elezioni.

Prima di procedere sulla linea di queste considerazioni, chiariamo una cosa. Berlusconi è stato una disgrazia nazionale ed è ormai chiaramente un pericolo pubblico in quanto il suo declino non tanto e non solo fisico, quanto intellettuale, e la sua perdita di lucidità e di capacità di giudizio sono diventati evidenti. I suoi ultimi exploits, tanto pubblici quanto pseudoprivati, sono patetici e allarmanti. Mesi fa la signora Veronica Lario, denunziando come impossibile la prosecuzione del suo rapporto coniugale con l’uomo di Arcore, lo definì “bisognoso di aiuto”. Era un eufemismo pietoso ma chiaro e inequivocabile. La sua fu presa come la battuta di una donna stanca e delusa, “perdente”. Era, invece, la realistica descrizione di uno stato di fatto: che oggi è talmente evidente da non poter essere ulteriormente ignorato da nessuno dei suoi complici politici. D’altronde la loro complicità, pur non essendo scusabile, è comprensibile: per molti di loro, si tratta di una conditio sine qua non per il mantenimento di posizioni di potere e di prestigio o per la prosecuzione di facili e redditizie carriere; a ciò possono anche aggiungersi, in alcuni casi e nella migliore delle ipotesi, senso di lealismo o gratitudine o perfino affetto, sentimenti non certo negativi ma ormai mal riposti.

Diciamo quindi la verità: il berlusconismo imperversa nel paese da oltre un quindicennio, e ben pochi tra noi possono dirsene del tutto immuni. Faccio il caso che conosco meglio: il mio. Nel 1993-94, ero convinto che Berlusconi fosse una carta da giocare in un mondo dominato dalle larve e dai residui ingombranti della Prima Repubblica e condizionato da inquietanti presenze come quella di Carlo De Benedetti. Facevo allora parte dal 1982 dell’equipe di quello ch’era, allora, il glorioso “Giornale” di Indro Montanelli: che lo abbandonò, nonostante fosse la sua prediletta creatura, per non sottostare ai diktat dell’uomo di Arcore, che a molti di noi pareva allora un paladino delle libertà. Indro mi aveva avvertito: Berlusconi scende in politica perché solo così puo sfuggire alle conseguenze di quel che ha commesso e tutelare i suoi interessi e le sue stesse libertà. Non ignoravo alcune delle cose che più tardi Michele Gambino, Marco Travaglio e tanti altri ci avrebbero spiegato: ma pensavo che ci fosse molto di esagerato e qualcosa anche di calunnioso. Non seguii Indro nella sua ultima avventura, “La Voce”. Non mi bastò nemmeno l’assassinio di Paolo Borsellino a convincermi. Oggi me ne pento e me ne vergogno. Nel luglio del 1994 entrai nel CdA della RAI in seguito a un motu proprio di Irene Pivetti, contro i pareri di Berlusconi, di Bossi e di Fini che non mi ci volevano. E cominciai progressivamente a vederci piu chiaro. Ma il Berlusconi 1, quello terminato ai primi del 1995, era un esempio di correttezza e di buongoverno rispetto a quel che sarebbe venuto dopo. Sono stato quindi anch’io, sia pure in posizione molto subalterna e per poco tempo, un complice di Berlusconi. In quanto tale, non mi sogno nemmeno di condannare chicchessia.

Ora però siamo al caos, al polverizzarsi della società civile, alla corruzione e alla volgarità al potere. Bisogna scendere da questo treno in corsa con i freni inservibili: a costo di tirare un drastico segnale d’allarme, con tutti i rischi che ciò comporta per la nostra incolumità. Andare alle elezioni: e purtroppo andarci con la minaccia della spada di Damocle costituita dall’infame legge elettorale che tutte le segreterie hanno voluto anche se oggi tutti ne parlano male.

Berlusconi ammalia ancora una buona parte del nostro paese, compresi milioni di poveracci che dovrebbero essere i primi a detestarlo e che invece restano ancora ammaliati dalle sue fate morgane: giù le tasse, mai la patrimoniale, Grandi Opere, lotta alla magistratura corrotta e “comunista”, ripresa dietro l’angolo, “necessarie riforme” (specie lo “snellimento” dei processi…) e via farneticando. Non illudiamoci. Alle prossime elezioni, specie se anticipate, gli astenuti cresceranno esponenzialmente: ma il PdL e “alleati”, chiunque siano (e ne vedremo delle belle, anche all’ultim’ora…), terranno. Sono sostenuti da un elettorato ostinato, irresponsabile, acritico, fazioso. E vinceranno: almeno se avranno di fronte un’opposizione composita, discorde e divisa.

E allora c’è un’unica via. Agiamo responsabilmente: basta tergiversare. Le recriminazioni su chi è stato più a lungo complice di Berlusconi le faremo all’indomani della sua cacciata. Uniamoci. Tutti. Le nostre reciproche profonde differenze in politica sociale, in politica economica, in politica estera, sulla famiglia, sul rapporto con la Chiesa e su tutto il resto, le rivedremo quando il paese sarà tornato alla normalita. Perché ora il paese è ammalato e sofferente. Esiste una situazione d’emergenza. Sullo scranno della presidenza del consiglio siede uno squilibrato irresponsabile e impresentabile, che ci fa vergognare di noi stessi e del nostro paese. Bisogna cacciarlo di lì con ogni mezzo. Il più diretto è quello democratico. Ma si tratta di battere una cospicua parte del paese che – per tornaconto, per faziosità, per ignoranza – sta con lui, e che convincere con gli strumenti della ragione è impossibile.

Per questo, l’unica strada è accettare senza se e senza ma la proposta di D’Alema: presentarsi uniti in un patto di salvezza pubblica. Non ci sono questioni d’incoerenza né di “innaturali alleanze” che tengano. Siccome in questi casi si abusa regolarmente di paragoni desunti dalla seconda guerra mondiale, per quanto mi ripugni ne farò uno anch’io. L’alleanza tra democrazie liberali e Unione Sovietica, dal 1941 in poi, era innaturale e al limite della follia. Ma era l’unica strada per battere il Terzo Reich (sia detto senza far paragoni aberranti e offensivi). Cacciatevi in testa, destrorsi o sinistrorsi che siate, che non c’è altra via per recuperare dignità e vivibilità.

Franco Cardini, 6/2/2010