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Appunti

LETTERA A ROBERTA DE MONTICELLI

Firenze, 24 aprile 2010, festa di san Giorgio, martire e cavaliere, che magari non è mai esistito ma io spero di sì perchè altrimenti sarebbe un peccato, a parte che mi sta simpatico anche il drago.

Cara Roberta, non avevo seguito il bel dibattito su Ipazia e Amenabar perché, come ti ho già scritto in un precedente messaggio, sono un semianalfabeta informatico. Ma una tua e-mail successiva si esprime in modi che mi obbligano a prendere posizione esplicita. E credo proprio che metterò queste due righe anche sul mio sito www.francocardini.net, non perché lo meritino, ma perché lo meritate tu, i problemi che sollevi e la figura di Ipazia: alla quale di recente don Gallo, un uomo che ammiro, ha detto durante un dibattito genovese cui anch’io partecipavo che si dovrebbe pensare come a “santa Ipazia”. Io credo sia vero nel senso tecnico del termine: la Chiesa ritiene siano santi tutti coloro che hanno esercitato in grado eroico le virtù cristiane, e io credo che Ipazia abbia esercitato – per quel poco che ne sappiamo – in grado eroico virtù che erano e che restano, nella forma e nella sostanza, virtù cristiane, per quanto non lo abbia fatto nel quadro di una teologia e di una filosofia cristiane. Inoltre, sono santi tutti coloro che si trovano in grazia di Dio, vivi o morti che siano: è questa la “comunione dei santi”, secondo la quale, nel Cristo, siamo tutti viventi e siamo tutti un corpo solo. Un corpo nel quale spero anche se ne dubito di trovarmi in questo momento anch’io, e nel quale non mi stupirei se non si trovassero alcuni che credono di esserci ben radicati mentre ne sarei tanto stupito quanto lieto di trovarci magari Adolf Hitler e Iozip Stalin, perché la giustizia e la misericordia di Dio sono tali che noi non possiamo nemmeno immaginare (ovviamente, se ci trovassi anche Winston Churchill o Gorge W.Bush junior me ne stupirei e me ne adombrerei, ma siccome non sono ebreo – non appartengo cioè all’unico popolo che secondo me, e questa è la prova definitiva della sua elezione, abbia il diritto di litigare con Dio - m’inchinerei al Suo sovrano volere).

Non starò a ricapitolare la questione generale: ma col tuo permesso esorterei tutti gli interessati a visitare il sito http://phenomenologylab.eu/indenx.php/2010/04/ipazia-agora-amenabar (ma questi indirizzi informatici, eccheccazzo, non li potrebbero far un pochino piu semplici?...) in modo da prenderne attenta visione. Ne vale la pena.

Non avevo risposto direttamente e personalmente alle tue precedenti questioni, compresa la Lettera ai cristiani, per la semplice ragione che non mi ritenevo degno di fornirti una risposta personale e diretta: chi sono mai io, per presumere che problemi di tale portata si mutassero in domande indirizzate a me? Ma ora tu mi dici di essere (sic: Dio ti perdoni) addirittura una “mia ammiratrice”, e parli di me in modo tale che non solo l’affetto e la simpatia che ho per te, ma soprattutto uno dei miei difetti piu gravi e che temo rischi di trascinarmi all’inferno, la Superbia/Vanita, mi obbligano a risponderti.

Tu mi chiedi se davvero penso, anzi credo, che il Divino possa risiedere in un’istituzione come la Chiesa cattolica (ma forse, in senso più ampio, in tutta la Cristianità, cioè nel complesso delle società e degli esseri umani che, da più o meno di duemila anni, hanno l’ardire di definirsi “cristiani”, cioè seguaci di Gesù di Nazareth).

Sarei tentato di risponderti col vecchio ritornello di una canzone sovversiva: “A Torquemada che mi domandava – se conoscessi il Cristo Redentore – dissi: Non lo conosco, – dissi: Non so chi sia, - io sono un socialista – non una spia”. Ma, se è vero che io sono socialista (e cattolico tradizionalista), tu non sei Torquemada (persona peraltro rispettabilissima: sia ben chiaro): e allora ti risponderò, molto sinceramente e semplicemente, in altro modo.

Gesù di Nazareth, lo conosco. O meglio, lo conosco nei Vangeli – che però leggo attraverso la mia tradizione cattolica, che m’impone di fondarmi sui quattro canonici, ma non senza chiedermi quanto di Lui abbia potuto filtrare anche attraverso molti apocrifi e attraverso il Corano – e ciò sarebbe tautologico, dal momento che, cattolico per educazione, il mio Gesù Cristo non può non essere quello della tradizione cattolica. Ma basta, tale tradizione? Non dico se e in che misura basta al Mondo e alla Storia: la mia domanda è piu semplice e più angosciata, perché sto invecchiando: basta a me? No, non mi basta. Lui forse basterebbe: Lui forse è perfetto così. Ma sono imperfetto io; sono io che non Lo capisco, che non basto a comprenderLo. C’è un altro Cristo, che poi io mi sforzo di credere incrollabilmente sia lo stesso, ma quello Lo capisco, quello è mio. Ricordi Preghiera in gennaio di Fabrizio De André? “Quando attraverserà l’ultimo vecchio ponte – ai suicidi dirà, baciandoli alla fronte: - Venite in Paradiso, là dove vado anch’io – perché non c’è l’Inferno nel mondo del buon Dio”. E’ una canzone che mi è sempre piaciuta e che trovo di grande profondità teologica, magari al filo dell’eresia origenista: “L’Inferno esiste solo per chi ne ha paura”. Che poi, in fondo, è proprio così: esiste per chi ha la coscienza profonda di meritarselo, per chi se lo porta già dentro, e per nessun altro, perché per chi non lo merita sarà come se non esistesse: e chi crede di non averne paura perché si trincera dietro l’ignoranza o l’incredulità o l’ateismo sbaglia anche lui. Et voila: così ti ho anche mostrato le radici profonde e nascoste di quel tanto d’ereticale che sta in quello che magari – parafrasando Vittoria Ronchey – potrei anche definire il mio “cattolicesimo immaginario”. Anni fa, ancora una volta parafrasando Vittoria Ronchey, mi sono descritto come un “fascista immaginario”. E anche quello era vero. Resta vero.

Ma “immaginario” perché, in che senso? Per risponderti, dovrei raccontarti la mia infanzia, il mondo in cui sono vissuto, il cattolicesimo forte e intenso di mia nonna, senza incertezze, senza crepe, senza esitazioni. Un cattolicesimo che c’era perché era lì, l’unica Verità sicura evidente e possibile, bello come il cielo, forte come il fuoco, puro come l’acqua. Un cattolicesimo magari “più praticante che credente”, se “credere” significa anche esser profondamente consapevole: ma esistenzialmente totale e rigoroso, fatto di cose da cui non si traligna, di verità che non si tradiscono, e nel quale la carità e l’amore del prossimo sono i fondamenti unici. “Chi non vuol bene alle bestie non vuol bene alla gente – diceva la nonna -, chi non vuol bene alla gente non vuol bene a Gesù, chi non vuol bene a Gesù è morto, i morti che hanno voluto bene a Gesù sono vivi come te e come me”. Questo mi diceva la nonna: e non l’ho mai dimenticato, e ora che sono vecchio so che sarà questo a sostenermi fino all’ultimo minuto. Quando penso a Charles de Foucauld, o a madre Teresa di Calcutta, o al mio Maestro Attilio Mordini, o ai miei amici Marco Tangheroni e Michele Piccirillo, penso a queste cose. Su queste cose, non si discute. Ci sono. Non nel senso “dell’Esserci”, ma nel senso dell’ “Essere”. Come disse una volta Massimo Cacciari a una gentile signora cattoingioiellata che gli aveva chiesto col più affascinante dei sorrisi: “Professore, ma Lei ci crede sul serio agli angeli?”: “Signora, gli angeli ci sono: non c’è nulla da credere o da non credere”.

Eppure, Gesù è incomprensibile. Di solito Lo si semplifica e questo Lo rende accessibile. Ma davvero Lo si capisce, il Gesù della maledizione al fico, del “lasciate che i morti seppelliscano i morti”, del “i poveri li avrete sempre con voi: me, non mi avrete sempre”, del “chi non ha una spada, venda il mantello e la compri”, del “ho sentito una forza uscire da me”, del “Signore, allontana da me questo calice”, del “Dio mio, perché mi hai abbandonato”? C’è un Gesù evitato, un Gesù emarginato dagli esegeti, un “Gesù negato”, anche nelle Chiesa storiche. Eppure chi crede, chi ci vive insieme da sempre o da pochi istanti perché Lo ha sentito e sente di non poter più levarselo dal suo “dentro piu dentro” sa che è, che è lì accanto, che è reale. Che e lui. Sono cattolico perché sono un fiorentino nato nel 1940 e battezzato nel giorno di San Lorenzo.

Sono cattolico esattamente come civis Romanus sum. Il cattolicesimo è fatto di fede, di disciplina e di consapevolezza.

La fede è quella che ha detto Dante: “Fede è sustanza di cose sperate – ed argomento delle non parventi”. Nulla da aggiungere, nulla da togliere, nulla da cambiare.

La disciplina, quella cosa che collega la Chiesa all’impero romano e ne fa l’ultima e definitiva erede legittima, è consustanziale alla fede, che è anche fedeltà, fiducia e obbedienza. Quel che credo è che tra la mano del Signore, quel lontano giorno in Palestina, e la mano del povero cristo di vescovo magari pedofilo e maneggione che ha consacrato con un segno di croce fatto col pollice sulle mani del povero prete magari stupido e ignorante che mi somministra la particola consacrata o che quando gli racconto le mie miserie mi assolve nel Nome del padre, del Figlio e dello Spirito Santo, corre il filo di una continuità più forte della morte. Non so se sia la Verità ultima e assoluta dall’universo, perché io sono solo un pover’uomo: ma questa è la mia consapevolezza che, nella mia finitezza, basta alla mia vita. Io sono quello: sono un povero legionario che ha avuto in consegna la sorveglianza di poche spanne di limes in questa estrema e lontana ridotta dell’impero ch’e il XXI secolo ateo, materialista, infame e preda di Satana. Ricordi quel che ha detto Nietzsche nel Cosi parlo Zarathustra? “Ribellarsi: questa è la nobiltà dello schiavo. La vostra nobiltà sia l’obbedienza”. Io sono un povero vigliacco, ma sono un uomo libero perché civis Romanus e miles christianus: e, impaurito e infreddolito, resto al mio posto, scrutando le tenebre. E quando arrivano i barbari, lancio l’allarme. Oggi i barbari sono forti come non mai; e alle porte. Li vediamo e li sentiamo di continuo: dicono ormai di continuo Signore-Signore, ma nel loro cuore di tenebra sono peggio che atei perché il loro Dio è l’oscena trinità rovesciata che si chiama Danaro-Potere-Apparenza. Sono quelli che hanno fatto il deserto e l’hanno chiamato Libertà e Democrazia, quelli che aggrediscono e invadono paesi interi nel nome delle loro luride Guerre Giuste combattute nel nome di Dio e per conto della Multinazionali, quelli che hanno arsenali pieni di bombe nucleari ma vogliono impedire di usare l’energia nucleare sia pure per fini civili a chi non è nel loro libro-paga o a chi non è iscritto al loro lurido club, quelli che sono disposti a difendere la Vita fino all’Ultimo Embrione e all’ultimo respiro anche d’una povera creatura attaccata da anni a una macchina d’ospedale, ma che senza batter ciglio lasciano morire i bambini africani (una volta nati: “No all’aborto”, ovviamente!) di fame e di AIDS, quelli che dopo aver succhiato il sangue del mondo arricchendosi col petrolio e aver venduto il tempo (che appartiene a Dio) ai poveri attraverso l’usura generalizzata, ora si stanno organizzando per appropriarsi perfino dell’acqua e vendere ai poveri anche quella. Contro questi barbari, io veglio sul limes del XXI secolo; e starò di sentinella finché Dio vorrà. E se mi rinfacceranno che su questo limes mio compagno d’arme è Hugo Chavez, risponderò ch’ò tanto meglio così. E se mi accuseranno di condividere questa battaglia con dei musulmani, degli ebrei, dei buddisti e degli atei (magari perfino, orrore, dei “comunisti”), risponderò che non sta a me, ma a Dio, riconoscere i Suoi. E condividerò con loro il pane e la battaglia.

La consapevolezza è la coscienza profonda dell’inadeguatezza e dell’imperfezione. La storia delle comunità cristiane storicamente istituite è una storia spregevole e infame, una storia di vergogne e di tradimenti. Giovanni Paolo II lo ha ricordato, invitando i cristiani alla “purificazione della memoria”. Era anche una sfida, come ho già scritto su “Panorama” del 16 aprile scorso. Se hai sete e sei su un cammino di montagna, bevi con fiducia all’acqua fresca di una fonte. Ma, se attingi l’acqua con un bicchiere sporco, la colpa dell’impurità non è dell’acqua: è tua. Ripulisci prima il bicchiere: e non dar ascolto a chi ti accusa di avere scelto un recipiente sbagliato: il recipiente è quello giusto, la colpa stava nella tua trascuratezza. Il Cristo è quell’acqua, la Chiesa è quel recipiente, le sue brutture sono le scorie della storia, il tuo atto igienico è la tua consapevolezza e la tua coscienza. Non devi né vergognarti, né nasconderti nel compierlo. Anzi, è alla luce del sole che va compiuto: che tutti vedano. E se cercheranno di approfittare del tuo gesto, peggio per loro. Ecco. Questo è tutto.

Saluti carissimi.

Franco.