
La capitale dell'impero, l'esercito cristiano contro l'esercito turco, due mesi di assedio, una splendida domenica di gloria.
«Cominciò così la grande battaglia attorno alle mura di Vienna. Era il 12, nel giorno di domenica benaugurante per i cristiani. Alle quattro del mattino, re Giovanni insieme con il figlio Jakub servì personalmente e con devozione la messa celebrata da frate Marco nella cappella camaldolese. Lo scontro si protrasse fino a sera per concludersi trionfalmente in Vienna liberata; all'alba del giorno dopo, sotto il ricco padiglione del gran visir conquistato dalle sue truppe che stavano saccheggiando il campo ottomano, Giovanni III poteva scrivere una trionfante lettera alla sua regale consorte. Terminava così, dopo due lunghi mesi, l'incubo dell'assedio alla prima città del Sacro Romano Impero e capitale della compagine territoriale ereditaria asburgica. Con esso, l'ultima Grande Paura provocata da un assalto ottomano a una Cristianità peraltro tutto meno che unita».
25 Aprile 2012
Alla vigilia dell’apertura dell’annuale Salone del Libro di Torino, una riflessione sul mercato di libri in Europa e in modo speciale in Italia si presenta come opportuna. Che da noi si comprino pochi libri e che si legga poco, è noto e, se vivessimo tempi normali, sarebbe allarmante. Ma allo stato in cui siamo ridotti, preoccuparsi perché la circolazione di buoni libri è asfittica sarebbe come aver la polmonite doppia e lamentarsi di un foruncolo sul naso. Sta comunque di fatto che ormai le librerie, per sopravvivere, si debbono truccare da qualcosa d’altro: da tea rooms, da negozio di gadgets e così via. Sotto gli immensi, austeri capannoni fordisti del Lingotto torinese che ospita il Salone del Libro la gente circola, chiacchiera, sbircia, sfoglia, soprattutto mangiucchia e sbevazza: ma compra poco. Chi può, semmai, i libri se li fa regalare oppure offrire in omaggio (a parte i recensori di professione, che recensiscono il 10% di quel che ricevono e leggono il 10% di quel che recensiscono). Perché il problema dei libri non è soltanto che se ne stampano troppi e se ne acquistano pochi: ma, soprattutto, che se ne leggono pochi.
Eppure, il peggio è che il vero problema non è ancora questo. La cosa più preoccupante non sta nei troppi italiani che confessano candidamente di acquistare meno di tre libri all’anno in libreria (o che in effetti non ci hanno mai messo piede in vita loro). Il peggio sta nel fatto che la maggior parte di quelli che comprano qualcosa, magari per regalarla, non sa scegliere: e allora si butta sui libracci che puntualmente ogni anno vengono sfornati per Natale dalla fabbrica di porcate sponsorizzata dalla firma del solito mezzobusto televisivo oppure sulla roba a sfondo esoterico-misterico, anch’essa magari targata anchor man TV; e resta un insondabile mistero come mai gente che non ha mai messo piede nel Museo Egizio di Torino o nella cattedrale di Chartres sia poi così appassionata alle piramidi faraoniche o alle vicende dell’Ordine templare.
Ma ecco un libro che, se gli amanti dei Misteri e dei Segreti avessero anche un minimo di cultura, dovrebbe andare letteralmente a ruba. Già la sponsorizzazione di esso è tale da far venire l’acquolina in bocca ai gourmet delle avventure intellettuali. Si tratta di una pubblicazione della già piuttosto esclusiva editrice Medusa di Milano, con tanto di garanzia nientepopodimenoché della Fondazione Cini. Sotto tali auspici si pubblica una collezione di volumi dal nome “Viridarium”, diretta da due studiosi della raffinatezza dell’indianista Alessandro Grossato e del filologo Francesco Zambon. Essa ha il fine di mettere a confronto – al di là dei vecchi limiti concettuali e metodologici del comparativismo – idee e forme di civiltà che in apparenza sono estranee oppure addirittura “avversarie” e “conflittuali” tra loro; e già pubblicato libri quali Forme e correnti dell’esoterismo occidentale e La Montagna cosmica. Ora è uscito da poco, in questa collezione, il volume collettaneo dal titolo La visione, curato appunto da Francesco Zambon: e il leggerlo è un’autentica avventura dello spirito (Milano, Medusa, 2012, pp. 227, illustrato, euri 38 che non vi epntirete di avere spesi).
Punto di partenza dell’analisi è l’idea dell’ “occhio interiore”, presente in molte tradizioni mitico-religiose, secondo la quale esistono strumenti, metodi ed esperienze che consentono di percepire e tradurre in immagini e in sensazioni la realtà divine e spirituali, o comunque quelle che hanno rapporto con quanto qui due aggettivi indicano nella tradizione occidentale.
Siamo quindi in un àmbito mistico-estatico, quello nel quale è possibile accedere a esperienze visive a carattere iniziatico di un tipo che sta alla base sia di molte intuizioni religiose, sia di molte fantasie artistico-estetiche. Un àmbito che si potrebbe definire “sciamanico”, ma la sostanza del quale è spiritualmente creativa (nel senso del termine greco poiesis).
Una densa premessa dello Zambon, che si apre su una riflessione della grande mistica tedesca del XII secolo Ildegarda di Bingen (“Queste cose non le ascolto con le orecchie del corpo e neppure nei pensieri del mio cuore, e non le percepisco per interazione dei miei cinque sensi, ma unicamente all’interno della mia anima, con gli occhi aperti, per cui nelle mie visioni non subisco mai il venir meno dell’estasi: le vedo in stato di veglia, di giorno e di notte”), ci pone subito dinanzi a uno dei problemi cruciali di questo libro: il rapporto tra la visione – compresa la visio nocturna, che per Meister Eckhart coincide con quella del Nulla e di Dio come Nulla – e il sogno. Non a caso, due dei saggi più interessanti di questo libro sono quelli (rispettivamente della grande studiosa di mistica e di simbologia Victoria Cirlot e dello stesso Alessandro Grossato) incentrati sul cosiddetto Libro Rosso o Liber Novus di Carl Gustav Jung, di recente edito a cura di Sonu Shamdasani presso la Norton e, nella versione italiana, presso la Bollati Boringhieri.
Il libro nasce essenzialmente dal lavoro del Gruppo di Ricerca della “Bibliotheca Mystica et Philosophica Alois M. Haas” dell’Università Pompeu Fabra di Barcellona. Esso, oltre ai saggi della Cirlot e del Grossato, presenta saggi ricerche dedicate all’estasi nella mistica ebraica (Moshe Idel), al sufismo duecentesco (Carlo Saccone), alla “donna-albero” della duecentesca Marguerite d’Oingt (Sergi Sancho), alla mistica due-trecentesca Marguerite Porete che insegna “a non vedere Dio” (Pablo Garcìa Acosta), a Giovanni della Croce (Anna Serra Zamora), alla “irruzione dell’invisibilità” nella pittura del celebre artista americano Mark Rothko, del quale sono celebri gli affreschi della cappella della St. Thomas University di Houston (Amador Vega). Ma questo rapido elenco non rende giustizia all’ampiezza e alla profondità di un lavoro collettivo che tocca in realtà anche molti aspetti di culture che non sono diretto e immediato oggetto dell’analisi dei singoli autori, ad esempio quelle sciamaniche del mondo centroasiatico e di quello, ad esso collegato, dei native Americans. Nelle attuali circostanze, sarebbe auspicabile che il “popolo della Sinistra”, alcuni settori del quale sostengono ancora di essere in qualche modo sensibili alla cultura, si occupasse di più della mistica e della cultura iniziatico-ermetica, popolo della Sinistra: è una cosa troppo seria per lasciarla a quel miserabile mondo di paccottiglia ch’è diventata negli ultimi tempi la “cultura della Destra”, quella che un tempo andava da Mircea Eliade a Ezra Pound e da Georges Dumézil a Elémire Zolla mentre oggi – emarginate nicchie a parte – sembra essersi data a propagandare discutibili intellettualastri liberal e pomposi pagliacci theocons .
Franco Cardini
25 Aprile 2012
“Di stazione in stazione, di porta in porta, di pioggia in pioggia, di dolore in dolore…”: i versi della bella canzone di Ivano Fossati, portata al successo da Fiorella Mannoia, mi tornano spesso ala mente in questi giorni. Sono un viaggiatore cronico, dalle grandi linee nazionali e internazionali al pendolarismo più o meno quotidiano tra lo studio di Firenze e la casa di Prato. E ne vedo di tutti i colori. Ormai, sono abituato quasi a tutto, rassegnato a tutto. Certo, però a volte il troppo è troppo.
Ho visto sfrecciare “Italo”, il supertreno di Cordero di Montezemolo, tutto oro e porpora. Non ci sono ancora salito: da buon statalista fuorimoda, diffido di qualunque forma di privatizzazione. Vero però è che, ormai, il popolo italiano è stato espropriato da Trenitalia anche delle ferrovie.
Dal canto mio, conosco una per una le molte croci e le poche delizie perfino delle costosissime Freccerosse e Frecciargento: i ritardi, le porte che non si aprono, i servizi igienici che funzionano di solito uno su tre o su cinque, le inutili cortesie barocche dei giornali e dei drinks in prima classe. Sul “Corriere della Sera” del 13 febbraio scorso, all’indomani della gran gelata che aveva tra l’altro bloccato per ore convogli ferroviari interi lasciando centinaia di “clienti” (ormai sono tali: non più “viaggiatori”) al freddo e al gelo, Susanna Tamaro raccontava disguidi e disavventure di Intercity e di “Interregionaliveloci” (la pomposa nomenclatura serve a quel che pare soprattutto a giustificare i vertiginosi aumenti delle tariffe). E che dire dei vagoni-ristorante nei quali il fuoriservizio dei fornetti a microonde è più la regola che l’eccezione? Per tacer dei vagoni-letto, dove ormai da molti mesi le macchinette per servire il caffè del mattino ai viaggiatori notturni si sono misteriosamente rotte, tutte insieme, e il cuccettista ti offre mesto, in sostituzione, un succo di frutta tiepido in tetrapack. Strano tipo di “cliente”, quello di Trenitalia, che è costretto a rivolgersi a un solo tipo di servizio, senza poter scegliere, e si sente preso per i fondelli quando gli altoparlanti di bordo lo ringraziano “per la preferenza accordata”.
Comunque, è un fatto che – disservizi a parte – se viaggi tra due città servite dalle Frecce, rosse o argento che siano, e hai la tessera del Frecciaclub, in qualche modo (e a caro prezzo) te la cavi. Solo, vorrei proprio che i megadirigenti galattici di Trenitalia, i supergestori di Grandi Stazioni, il Signor Ministro e i Signori Assessori responsabili ai livelli centrale e regionali delle comunicazioni ferroviarie evitassero per un po’ le auto blu e si facessero un mesetto di viaggi su tutte le possibili linee del nostro paese. Per infiniti motivi economici, energetici ed ecologici, i servizi su rotaia dovrebbero essere incentivati e sostenuti: ma in Italia nell’ultimo decennio oltre il 70% delle risorse pubbliche impiegate nel settore è andato alle strade e al trasporto su gomma, mentre del men che 30% restante solo il 12,50 è finito alle ferrovie. E gli studenti, gli operai, i meno abbienti, insomma la gente che lavora e che è costretta al pendolarismo? Si arrangi.
Badate, non è un modo di dire. Avete mai dato un’occhiata attenta alle stazioni italiane? Quelle più grandi sono ormai ridotte a Shopping Center, ma carentissime dei servizi. Farmacie e uffici postali, un tempo obbligatori al loro interno o nelle immediate adiacenze, si sono rarefatti; i servizi di deposito bagagli, nel Bel Paese dei turisti molti dei quali sono mordi-e-fuggi, chiudono o sono troppo costosi e scomodi da raggiungere (provate quello di termini, a Roma); i servizi igienici sono di solito a pagamento (fino a un euro per far pipì: così, molti poveracci si arrangiano di nuovo nelle aiuole o sui cantoni…), oppure non ci sono. Sì, avete letto bene: esistono stazioni mancanti di servizi igienici, considerati troppo costosi da mantenere in ordine. Il turista che per esempio scende a Pescia, diretto a visitare i paesi di Pinocchio, ha questa brutta sorpresa. Anziani signori prostatici, astenetevi dal visitare il giardino di Collodi. Non parliamo dei telefoni pubblici, che mancano con al scusa che vengono sbarbati dai vandali: del resto – ci dicono – “tutti hanno il telefonino”. Anche i pensionati, anche i poveri extracomunitari, anche le vecchiette?
Del resto, date un’occhiata a una delle più belle stazioni del mondo: la nostra fiorentina di Santa Maria Novella. Nata nel deprecato Ventennio, sfoggiava una sala d’aspetto di terza classe foderata di pregiato marmo giallo. Oggi quei locali sono occupati dal Frecciaclub per chi può spendere (io sono per ora fra essi) e la gente si arrangia, visto che di sale d’aspetto non c’è più l’ombra, sulle rare panchine o per terra. Nei sotterranei della stazione, lato nord, funzionava fino agli Anni Settanta un immenso, funzionalissimo albergo-diurno completo di docce e di stanzette da riposo. Sarebbe stato una manna adesso, specie con l’estate: e sarebbe stato utilissimo anche come protezione contro le malattie infettive, data la sporcizia diffusa dai molti homeless che si servono della stazione come riparo notturno. E’ chiuso da anni.
Ciliegina avvelenata su questa squallida torta: la ex-palazzina “imperiale”, oggi palazzina presidenziale, di fronte al binario 16, prospiciente su Via Valfonda. Da anni l’esedra marmorea esteriore, con la vasca-piscina, è in condizioni deplorevoli. Nell’interno – una sequenza di uffici bellissimi, foderati in boiseries pregiate, con lampadari e bassorilievi – ha soggiornato a lungo quella che ormai, come Frecciaclub, è stata spostata altrove. La sala delle conferenze della palazzina, decorata di mosaici dorati e di arazzi, rischia una brutta fine: i sedili in legno lucido degli Anni Trenta, che la riempivamo quando essa ospitava abitualmente convegni e conferenze, sono misteriosamente scomparsi, sostituiti da squallidi aggeggi in plastica e alluminio. Dove saranno finiti? Chi sarà il manager strapagato che dovrebbe rispondere di questo ennesimo degrado? Quali inadempienze, quasi disservizi, quali forme di illegalità stanno dietro a questo sfacelo? Notte e nebbia…
Franco Cardini
24 Aprile 2012
Che cos’è, insomma, l’Europa? Lontano da qui, disseminata tra Bruxelles e Strasburgo, c’è una selva di edifici in acciaio e cristallo, di uffici lussuosi, di sale da riunione e da conferenza; una pletora di dirigenti, di parlamentari, di funzionari, d’interpreti e di consulenti ben pagati, qualcuno strapagato; una Commissione Europea, un Consiglio d’Europa, un parlamento Europeo, ma nessun leader nel quale la gente possa identificarsi o col quale possa prendersela se e quando le cose vanno male. C’è una Banca Centrale Europea che non è pubblica, quindi è in mano ai suoi anonimi o semianonimi azionisti: stampa euri e detta legge sui nostri bilanci e sulle nostre tasche. C’è una bandiera azzurra e stellata, bella ma àlgida, sulla quale non ha mai pianto nessuno, che non ha mai avvolto al bara di un ragazzo morto per difenderla, che quando sventola fa un bell’effetto ma non commuove. C’è un inno preso in prestito da Beethoven, bellissimo, ma le parole di Schiller che lo accompagnano quasi nessuno le conosce e comunque sarebbero inadatte a esser cantate: e nessuno ha mai pensato sul serio a scrivere un testo che potrebbe rappresentare i sentimenti collettivi di tutti i ventisette stati membri ed esser tradotto in tutte le loro lingue. Non c’è un esercito europeo, perché l’organizzazione militare comunitaria è in realtà quella della NATO, egemonizzata da una potenza che sarà anche amica ed alleata, ma ch’è pur sempre straniera: un’organizzazione che ad esempio impone (la notizie è di metà aprile) l’organizzazione di un costoso “scudo” antimissilistico non si capisce né chiesto da chi né utile a chi né indirizzato a difenderci dalle minacce di chi. I paesi europei hanno rinunziato alla sovranità economico-monetaria, a quella diplomatica, a quella difensiva, ma tali forme di sovranità non sono gestite da nessun vero e proprio governo sovranazionale. L’Unione Europea non ha ancora deciso nemmeno se organizzarsi in Federazione all’americana o alla tedesca o in Confederazione alla svizzera.
Eppure, questa larva semisconosciuta e non amata dai suoi cittadini chiede continui sacrifici, impone tagli e balzelli. E dappertutto sorgono ormai, contro di essa, gruppi e movimenti che da “euroscettici” si stanno trasformando sempre più in veri e propri antieuropeisti: nostalgici delle piccole patrie che c’erano prima o utopisti che rivendicano la fondazione o la resurrezione di patrie mai esistite oppure defunte da secoli. Partiti ostili all’Europa stanno sorgendo dappertutto, e in molte nazioni assumendo il potere, com’è accaduto in Ungheria. In Francia, sembra che l’ago della bilancia per l’elezione del nuovo presidente sia costituito dagli antieuropeisti del Front National, oggi corteggiato sia da Sarkhozy, sia da Hollande.
Eppure, l’”Unione non unita” ha avuto una primavera, è stata una speranza e addirittura un ideale. Ne so qualcosa io, che me ne innamorai ventenne, nel 1960, dopo aver ascoltato alla TV una breve, commossa allocuzione del cancelliere Konrad Adenauer dove si parlava di quest’Europa ch’era una patria da amare per tutto quel che aveva e che significava: per le cicogne sui tetti di Norimberga, per i vigneti della Borgogna, per la pianura infinita della Meseta, per il mare di Capri; ma soprattutto per la sua storia tormentata eppure tanto “profondamente nostra”, per le guerre fratricide che avevamo combattuto e che non dovevano più dividerci, per le comuni radici cristiane testimoniate dalle nostre cattedrali, per i nostri popoli che attraverso errori e sofferenza avevano imparato ad amarsi tra loro e a ritenersi reciprocamente complementari, per i nostri ragazzi di domani che avrebbero abbattuto le frontiere e bruciato gli inutili passaporti. Molti paesi europei avevano sognato nei secoli passati di dominare il mondo con la forza, e non c’erano riusciti: insieme, saremmo stati invincibili e saremmo riusciti a imporre al mondo non la legge della guerra, bensì quella dell’amore e della fratellanza tra i popoli.
Che cosa è andato storto, da allora? Che cosa non ha funzionato, di quel bellissimo sogno? La verità è che, nell’edificare la “casa comune europea”, abbiamo sbagliato l’ordine costruttivo. Una realtà civile e sociale si costruisce dalle fondamenta: cioè dalla riflessione storica, dalle istituzioni politiche e amministrative, dall’educazione dei giovani (quindi dalla scuola), dalla difesa. Infine il tetto: la moneta e i meccanismi finanziari. Ma noi non abbiamo avuto fino dagli Anni Cinquanta il coraggio d’innovare quel che andava innovato e di fondare quel che doveva essere fondato. Avremmo dovuto costruire l’Europa dei popoli e delle loro tradizioni: abbiamo costruito l’Europa dei governi e l’Eurolandia delle banche. Dalla Comunità Europea del Carbone e dell’Acciaio, del ’51, passammo alla Comunità Economica Europea nel ’52 per trasformarla a Maastricht, nel ’92, in Comunità Europea: solo allora si assunse la denominazione di “Unione Europea”, in realtà un guscio istituzionale vuoto.
Avremmo avuto bisogno di edificare giorno per giorno una coscienza civica europea, diciamo pure un “patriottismo europeo”, cominciando con il conferire uno spirito nuovo a tutte le scuole. Si sarebbe dovuto studiare una storia comune europea in grado di accompagnare le nostre storie nazionali e di conferir a ciascuno di esse il senso di una convergenza e di una complementarità nuova. Oggi la bandiera azzurro-stellata sventola su tutti gli edifici scolastici, ma non si riflette in nessun programma concreto d’apprendimento. Tornano le piccole patrie e i micronazionalismi isterici, da stadio; oppure trionfa l’individualismo sterile ed egoistico, incapace di creare valori civili.
E allora? Abbandonare tutto e dire che ci siamo sbagliati, rinunziare per tornar a un pulviscolo di stati senza forza e senza autorevolezza, vasi di coccio minacciati dai colossi internazionali e dalla potenza occulta ma formidabile delle lobbies? Adattarci a far parte di un generico “Occidente” atlantico nel quale doversi rassegnare a una funzione definitivamente subalterna? O ricominciare da capo, da ora, da subito, reinsegnando ai ragazzi del secondo decennio del XXI secolo quel che avremmo dovuto insegnar a quelli di mezzo secolo fa e imponendo nuove forme di rappresentanza politica diretta scelte dagli europei nel loro complesso, che non proiettino più sull’Unione i condizionamenti delle singole politiche nazionali? Quanto tempo perduto, quante occasioni sprecate, quante speranze gettate al vento…Eppure, non è mai troppo tardi.
18 Aprile 2012
Europeanphoenix incontra il prof. Franco Cardini, medievista e attento osservatore dell’attualità politica nazionale ed internazionale.
Leggi su European Phoenix
30 Marzo 2012
Alla memoria di Karol Wojtyła
e di Ernesto Guevara de la Serna
che avrebbero dovuto essere all’Avana
il 29 marzo del 2012
e che forse c’erano.
Mi sarebbe piaciuto conoscere le reazioni dell'allora compassato e inappuntabile Segretario di Stato, l'eminentissimo cardinal Joseph Ratzinger, dinanzi alle immagini di quello strano, surreale, davvero storico incontro del 1998, all'Avana, tra Giovanni Paolo II e il Comandante Fidel Castro Ruz, che per l'occasione si era accuratamente spuntato la barba e indossava - anziché le abituali tenute da soldato-guerrigliero o una di quelle patetiche uniformi sovietizzanti degli alti ufficiali cubani – un completino blu da prima comunione. Entrambi increduli e commossi: e anch'io, non mi vergogno ad affermarlo, commosso fino alle lacrime.
Se fummo in tanti a commuoverci davanti a quell'incontro (erano molti i cattolici come me ad averlo sognato per tanto tempo...), quello di adesso, tra un affaticato Benedetto XVI e un Fidel sofferente, mi ha comunicato quel che del resto c'era da aspettarsi,visti i tempi in cui viviamo: dubbio, incertezza, disorientamento. Già all'arrivo all'aeroporto di Santiago,tutto dava l'impressione di un déjà vu un pochino impolverato rispetto al precedente viaggio di un pontefice a Cuba: e anche l'elenco dei meriti e delle conquiste del regime snocciolato da Raoul Castro, che replicava l'analogo exploit messo in scena anni prima dal fratello, sfoggiando però un carisma da far invidia ohimè a un ragioniere del catasto, mi ha dato una stretta al cuore (perché, ebbene sì, sono e resto un castrista convinto e inossidabile: e me ne vanto). D’altronde, la ferrea logica del socialdinastismo sembra funzionare in modo analogo, all’Avana non meno che a Damasco: quando per un motivo o per l’altro cede il Grande Vecchio, l’eredità passa all’erede più prossimo o stimato comunque obiettivamente più idoneo, al di là magari delle sue inclinazioni, dei suoi gusti e delle sue speranze. E’ capitato al figlio più mite di Assad, è capitato al riservato fratello del Líder Maximo. Così è, se vi pare: arcana imperii.
Ed ora, 29 marzo dell’Anno del Signore 2012, ecco l'incontro tra due Grandi Vecchi, più o meno coetanei, che vengono davvero da tanto lontano. Ma da quanto lontano, poi? Due anziani signori avviati verso i novant'anni, il primo che in giovinezza ha indossato (sia pure con scarso entusiasmo, forse con riluttanza) l'uniforme della Hitlerjugend e poi quella della Wehrmacht, il secondo che in gioventù, cattolicissimo allievo dei gesuiti, si appassionava agli scritti di José Antonio, il fondatore della Falange Spagnola. E’ inutile affannarsi a minimizzare se non addirittura a negare: per noi non più giovani, ma anche per molti che hanno meno anni di noi, “Fattore F” e “Fattore K”, fascismo e comunismo, hanno contato moltissimo. Nati entrambi dal disfacimento e dal fallimento dell’iniquo liberal-liberismo dell’Ottocento, che aveva organizzato il cinico sfruttamento colonialista del mondo e che era naufragato nella tragedia del ’14, sono stati travolto militarmente il primo dall’impium foedus tra quel che restava dell’impero liberale – riciclato però dalla nuova potenza statunitense – e l’Unione Sovietica (a ciò spinta, bisogna in ultima analisi dirlo, dal tradimento hitleriano del patto Ribbentrop-Molotov) e socioeconomicamente il secondo dalla vittoria, soprattutto mediatica e virtuale, dell’ipercapitalismo dei Chicago boys che sono riusciti a creare più disastri nell’agonizzante URSS in pochi mesi di quanti non fosse riuscita a fare in quasi mezzo secolo la burosaurocrazia poststaliniana ma che, a colpi di propaganda e di sfavillanti menzogne di mercato, sono riusciti a lungo a farsi credere dei salvatori.
E ora, in questo crepuscolo del passaggio (diciamolo alla Zygmunt Baumann) tra la “Modernità solida” alla “Modernità liquida”, cioè al disincantato ma anche disorientato Postmoderno che non crede più ai dogmi individualisti, progressisti, utilitaristi e tecnologi ma che non sa più né che pesci prendere né dove andare, mentre i segni dell’implosione dell’iperneocapitalismo cominciano a mostrarsi in tutto il mondo (e qualcuno forse, da qualche parte, sta già caricando il revolver per un nuovo colpo di pistola di Sarajevo, che probabilmente esploderà il prossimo autunno, nel Golfo di Hormuz), ecco l’incontro tra due rappresentanti di due mondi per tanti versi “opposti”, accomunati tuttavia dalla coscienza profonda che la barbarie della società dei profitti e dei consumi può condurre solo a quel che si sta già delineando, un nuovo e più oppressivo totalitarismo; due uomini di potere e di successo ma abituati ad attraversare anche terribili tempeste e che ormai si avviano alla stagione nella quale si debbono raccogliere, nel bene e nel male, i frutti di quel che si ha seminato.
Il Comandante ringrazia il Santo Padre per la canonizzazione di madre Teresa e di Karol Wojtyła e gli chiede consiglio sulle prossime letture che potrebbe e vorrebbe intraprendere. Non sono certo informazioni bibliografiche, quelle di cui sta andando in cerca. Non sapremo mai quali accorate domande implicite si celano dietro questa domanda. Non riusciremo mai a comprendere che cosa significhi davvero quella visita che viene da tanto lontano, di un vecchio prete a un vecchio soldato della Rivoluzione che in gioventù tanto spesso si è inginocchiato dinanzi all'effigie di Nuestra Señora del Cobre protettrice di Cuba e che oggi ha ormai un fardello pesante di esperienze e di responsabilità sulle spalle. Ricordi, magari rimpianti, diciamo pure rimorsi: e la solitudine del potere di un vecchio che nell'esercizio di esso si è forse giocato anche gli affetti più cari, a cominciare da quello della figlia. Non è, quella richiesta di consiglio su che cosa leggere, qualcosa che somiglia a una confessione? E sollecitata per giunta da un uomo stanco, provato, ammalato, che si sente prossimo al passo ultimo? Non è un’accorata ammissione di fallimento, sia pure non totale e non assoluto, un segno di sgomento dinanzi al mistero del mondo e della storia, un quaesivi, et non inveni? “Ancora una volta sono salito in sella al cavallo di don Chisciotte”, scriveva il “Che” alla vigilia della sua ultima impresa, quella che l’avrebbe condotto alla morte, nella sierra boliviana. “Ecco: io sono, come vedi, un cavaliere errante; molto ho cercato, e nulla ho trovato”, confessa un personaggio di un romanzo medievale. Questo ha confessato, senza dichiararlo, il vecchio Fidel, chiedendo al vecchio Joseph qualche consiglio sui libri da leggere.
Ha fatto benissimo, il professor Ratzinger che avrebbe ben potuto rispondergli con una raffica di autori e di titoli all'impronto, a chiedergli tempo per riflettere. E' stato un segnale: la risposta al messaggio nella bottiglia speditogli da quel naufrago nell'oceano del dubbio, in questo crepuscolo della “Modernità solida”, ora che Marx è morto e le ideologie sono morte con lui. Benedetto XVI sa di dover indicare qualche lettura che dia un senso a un uomo che teme non solo e non tanto la morte, quanto che tutto il senso della sua vita finisca con lui e che il suo paese dopo la sua scomparsa ricada nelle mani dei vampiri che aspettano a Miami, dei malavitosi che non vedono l'ora di rimetter le grinfie sull'isola per tornare a farne quel ch'era prima, il paradiso degli evasori fiscali, degli speculatori, dei ruffiani, dei biscazzieri, delle puttane, del gioco d'azzardo e della corruzione. Tutto quel marciume tornerà a Cuba, insieme senza dubbio con tanti poveri diavoli perseguitati ed esiliati dal regime castrista. Tutto quel marciume si farà scudo di quei poveri diavoli e tenterà di passare per vittima della tirannide. Marciume, certo: ma rigorosamente e fieramente anticomunista, perdinci! E molto probabilmente riuscirà a far di nuovo dell’isola il paradiso fiscale e il superbordello dei Caraibi con la benedizione di tutte le grandi democrazie: e troverà senza dubbio spudorati politici e infami opinion makers che sguazzeranno in quella rinnovata cloaca e la chiameranno Libertà.
Se fossi il papa, non consiglierei Fidel di ricercare le sue antiche radici ispanoamericane. I Martí, i Sarmiento, i Neruda, i García Marquez, magari perfino i Borges o addirittura i Dávila, se vuole li ritroverà da solo, anche nella biblioteca della sua residenza. No. Forse il vecchio guerriero dovrebbe andare oltre, dovrebbe rintracciarsi scavando più a fondo nella sua identità: forse fino alle scaturigini della sua hispanidad, al Castello Interiore di Teresa d'Avila e alla “Notte Oscura del Nulla di Giovanni della Croce. Forse dovrebbe riscoprire le radici della sua generosa ispirazione di quando, giovane rivoluzionario, voleva davvero cambiare il mondo, e aver il coraggio di riconoscerne l'utopia onirica, e rileggere il Don Chisciotte di Cervantes.
Ma poi, sempre se fossi il papa, invierei al più presto al Comandante in dono tre piccoli preziosi libretti. Primo, la soluzione cristiana di qualunque autentica volontà rivoluzionaria di cambiare il mondo e di fondare l'uomo nuovo: la splendida meditazione di Carlo Maria Martini su Il discorso della Montagna di Gesù (Mondadori), cioè sul “Discorso delle Beatitudini”: perché solo l'amore può davvero rinnovare l'uomo e salvare il mondo. Secondo, il dialogo serrato e gioioso di un altro Grande Vecchio con il Grande Vecchio per Eccellenza: quel miracolo di grazia e di saggezza ch'è il saggio di Jean d'Ormesson Che cosa strana è il mondo (Barbés), uno sguardo disincantato e divertito sulla storia del mondo che si risolve in un reincanto, la speranza che dopo la vita tutto cambi e tutto continui e la certezza che una vita pienamente vissuta non può comunque mai svanire nel nulla. Terzo, Religioni e politica nel mondo globale. Le ragioni di un dialogo di Vannino Chiti (Giunti), una bella riflessione sul fatto religioso condotta da un politico esperto, oggi vicepresidente del senato, che ha ripensato e metabolizzato seriamente (ma non dimenticato, e tanto meno rinnegato) il comunismo delle sue origini. Non oso sperare che papa Ratzinger spedisca a Fidel due altri libri, che mi piacerebbe tanto che egli invece leggesse e che sono quasi sicuro gli piacerebbero: Ogni cosa alla sua stagione (Einaudi) di Enzo Bianchi, una lettura straordinariamente idonea per chi si trova nell’autunno della sua esistenza; e forse soprattutto Il Vangelo di un utopista (Aliberti) di Andrea Gallo, che escludo che questo papa consiglierà mai a chicchessia (ma potrei sbagliare), e che forse anche Castro, oggi, potrebbe trovare un po’ troppo “di sinistra”.
Comunque, ai suggerimenti che il Santo Padre Le invierà, Compañero Comandante, mi permetta di aggiungere una mia personale raccomandazione. Rilegga un libro che riguarda da vicino Lei, la Sua isola e la storia di essa. Lo conosce senza dubbio: è Il vecchio e il mare di Ernest Hemingway. Ma lo rilegga con occhi attenti a metafore e a simboli, come se fosse una parabola evangelica. E' la lotta di un vecchio pescatore contro un gigantesco marlin e poi contro le avversità che gli impediscono di godere della sua pesca prodigiosa: la lotta di chi vuol dare un senso alla sua vita e ci riesce al di là di qualunque sconfitta. E' l'apologo della storia della Sua volontà di combattere per l'indipendenza del Suo paese dalla prepotenza straniera e per la liberazione della Sua gente dalla miseria e dall'ignoranza. Chi combatte per queste cose spesso sbaglia e magari commette crimini e infamie, può anche non vincere, può anche arrivar a chiudere gli occhi con la convinzione di non avercela fatta: ma in realtà non sarà mai uno sconfitto. Hasta siempre, Comandante.
Franco Cardini
13 Marzo 2012
Quanto è lontana l’Europa di oggi dall’idea che avevano i Padri Fondatori?
Per rispondere a questa domanda bisognerebbe sapere chi ne sono stati i padri Fondatori. L’Europa come idea geografica nasce nell’antica Grecia, come parte del mondo conosciuto è antica e medievale, come realtà distinta dalla Cristianità latina è figlia del processo di laicizzazione e si può dire che emerga solo nel Sei-Settecento, a partire dalle paci di Westfalia, come realtà costituita dal “consesso delle nazioni cristiane”. E’ solo col romanticismo, penso soprattutto al Novalis del Christenheit oder Europa, che cristianità ed Europa vengono proposte come sinonimi.
Che ruolo hanno avuto i cattolici nella costruzione dell’Europa?
I cristiani d’Occidente, ben presto in vari modi riuniti nell’osservanza romana e nella lingua liturgica latina (per quanto realtà locali, come la Chiesa celtica, abbiano sopravvissuto a lungo), hanno gradualmente costruito lo spazio geoculturale europeo attraverso il processo di cristianizzazione del mondo romanoellenistico prima, celtico, germanico, slavo e baltico più tardi. Le esperienze della sia pur imperfetta unificazione politica carolingio-ottoniana e di quella ecclesiale e disciplinare da parte della Chiesa di Roma si sono poi perfezionate nell’unità culturale e intellettuale raggiunta in pieno XII con il metodo scolastico, la diffusione delle cattedrali e delle università, il ritorno in Occidente di parte della cultura greca attraverso le traduzioni arabe ed ebraiche e del diritto giustinianeo. Dal punto di vista della coscienza identitaria religioso-intellettuale, l’Europa unita raggiunge la sua maturità tra XII e XIII secolo; maturità che viene tuttavia insidiata fin dal Due-Trecento dal sorgere delle monarchie feudali preludio degli stati assoluti e a partire dal Cinquecento dalla rottura dell’unità religiosa a causa della Riforma.
Secondo lei perché non si sono mai volute riconoscere le radici cristiane dell’Europa?
Vi sono delle resistenze da parte della cultura laicista, e in aprtte anche protestante, che ritengono che un riconoscimento delle radici cristiane potrebbe condurre alla negazione o alla sottovalutazione di altre componenti della dinamica culturale del continente: l’apporto classico grecoromano, quello ebraico sia attraverso l’Antico Testamento sia attraverso al cultura della diaspora, quello dei popoli barbarici originariamente non cristiani, quello dell’Islam. La rivendicazione delle radici cristiane d’Europa viene sentita come collegata a un’implicita riaffermazione del primato romano.
A suo avviso il mancato inserimento del richiamo dei principi cristiani ha rappresentato il nervo debole dell’Europa?
Ha semplicemente dimostrato quanto sia difficile conciliare il senso laico e l’esperienza tollerantistica che rappresentano parte della consapevolezza civica odierna con il sereno riconoscimento di un dato storico obiettivo, che – si teme – potrebbe mettere la cultura laicista e comunque non-cattolica in difficoltà. E’ una grave mancanza di consapevolezza della complessità e delle articolazioni presenti nella dinamica storica.
In un momento di crisi come quello che stiamo vivendo, cosa avrebbe comportato il richiamo alle radici cristiane?
L’unità politica dell’Europa è stata un bel sogno: ma quel che si è costruito è l’Eurolandia, l’unità finanziario-economico-monetaria, oppressiva nella sua esclusività e appoggiata al Nulla sotto il profilo politico e culturale in quanto non si sono lasciate crescere autentiche istituzioni unitarie (federali o confederali che fossero), né abbiamo costruito un’unità che fosse anche giuridica, militare e soprattutto morale. Non abbiamo coscienza unitaria europea in quanto la scuola dei paesi aderenti all’Unione, negli ultimi cinquant’anni, non ha fatto nulla per preparare un senso civico europeo comune nelle giovani generazioni; non abbiamo né indipendenza né dignità sul piano della difesa, che abbiamo appaltato alla NATO, cioè a un organismo egemonizzato da una potenza extraeuropea. Sotto il profilo militare, l’Europa è occupata: anche se non si vedono militari stranieri in uniforme per le strade. Un richiamo esplicito alle radici europee avrebbe contribuito, in tempi di miseria e di disorientamento culturale, intellettuale e morale come quelli che stiamo vivendo, a dare un senso alla nostra coscienza unitaria, senza nulla togliere alle componenti del molndo europeo che s’ispirano ad altri credi religiosi. L’assenza di quersto richiamo accresce il senso di vuoto, di disorientamento, di carenza o assenza di valori che ormai è divenuto allarmante.
La crisi economica secondo lei è anche crisi valoriale?
Questa crisi economica è stata provocata senza dubbio da errate e disoneste manovre finanziarie, per quanto oggi la si stia facendo pagare alla gente che lavora. Ma il fatto è ch’essa si è impiantata su un diffuso sentimento edonistico-consumistico e su pratiche e stili di vita dalle quali erano state bandite la sobrietà, il senso del risparmio, la consapevolezza delle responsabilità di ognuno di noi nei confronti della comunità, in una parola il senso del limite. L’individualismo insofferente di qualunque forma di autorità, La pubblicità edonistica, la mancanza di freni inibitori etici e culturali, la diffusione della falsa idea secondo la quale tutti avrebbero il “diritto” di fare quello che vogliono, questa pratica di vita profondamente anticristiana che non voglio definire “pagana” perché delle cultura pagane ho il massimo rispetto, tutto ciò ha determinato una crisi economico-finanziaria che è essenzialmente conseguenza di una crisi valoriale profonda per troppo anni inavvertita e non ostacolata, anzi considerata parte integrante della “libertà”, della “democrazia”, del “progresso”.
Un tempo si diceva che l’Europa fosse a due velocità o a geometria variabile. E oggi?
Oggi si naviga a vista, cercando precipitosamente d’introdurre in termini forzosi un’austerità e un senso della rinunzia che, per essere accettati e sopportati, dovrebbero fondarsi su una solida coscienza etica e comunitaria: cioè esattamente su quel che il circolo vizioso profitto-sfruttamento-consumo ha quasi azzerato. Un solo esempio: il governo italiano attuale, che propone il raggiungimento del pareggio del bilancio con una cecità demenziale che non si vedeva dai tempi di Quintino Sella. Per troppo tempo si è fatto crescere la bolla del debito pubblico, che riposava su un proliferare irresponsabile di debiti privati necessari a far girare vorticosamente al macchina della produzione e dell’economia. Oggi, il mito del pareggio del bilancio rischia di azzerare come conseguenza lo stato sociale, di rendere irrisori gli ammortizzatori sociali, di costringere a restrizioni e a rinunzie inaudite un popolo che per lunghi decenni è stato illuso di poter continuare a vivere al di sopra delle sue possibilità prendendo tutto quel che voleva e pagandolo con guadagni futuri e incerti. Il governo di Quintino Sella, con la sua scrupolosa e pelosa “onestà”, dovette ricorrere all’imposta sul macinato, cioè a una tassa sulla miseria, per preservare invece il capitalismo stimato “produttivo” e per sostenere le troppo alte spese militari. Il risultato furono rivolte popolari sanguinosamente represse. Oggi, in un’Italia che non riesce a venire a capo della lotta contro l’evasione fiscale e si ostina a non dotarsi di un elementare strumento di equità come l’anagrafe patrimoniale, si rischia qalcosa di analogo. E’ evidente che, per uscire da una stretta del genere, i governi europei finiranno, insieme con quello statunitense, col ricorrere a un vecchio trucco: inventarsi una crisi internazionale che consenta ad almeno alcunis ettori della produzione di riprendere e alla gente di volgere gli occhi altrove, incolpando questa o quella potenza straniera di una crisi che ha invece origini domestiche. L’invenzione di un inesistente “pericolo nucleare iraniano” e la azioni statunitense e saudite intese a provocare un incidente internazionale nel golfo di Hormuz servono a questo: quando la tensione sociale cresce, una guerra esterna può deviare l’attenzione dei popoli e reincanalare il flusso dei profitti.
Quali saranno secondo lei le sfide che in futuro dovrà affrontare l’Europa?
Liberarsi dalle egemonie straniere e riprendere il percorso unitario a suo tempo già indicato da De Gasperi, da Adenauer e da Schuman, ma inibito dalla contemporanea questione della “guerra fredda” e portato appunto avanti solo dal punto di vista economico-finanziario. Per questo, è necessario ricominciar da capo e ricostruire da zero una coscienza civica europea e un patriottismo europeo che avrebbero già dovuto nascere quasi settant’anni fa, all’immediata fine della seconda guerra mondiale, ma che le potenze extraeuropee erano ben decise a impedire. Il patto di Yalta tra Rooesvetl e Stalin, che spezzava in due l’Europa e ne eliminava perfino il nome (si parlava difatti di un “Mondo libero” ad ovest della Cortina di Ferro, di un “mondo socialista” ad est, contrapponendo le rispettive organizzazioni della NATO e del Patto di Varsavia) aveva il fine d’impedire per sempre una unità continentale europea. Senza la comune consapevolezza di questo brigantaggio e la ferma volontà di eliminarne le conseguenza, gli europei non vanno da nessuna parte.
Senza il Cristianesimo, l’Europa ha futuro?
Senza il cristianesimo, l’Europa ha un futuro non cristiano: esattamente come tutto il mondo. Molti stimano ciò un bene. Chi ritiene il contrario, deve impegnarsi affinché ciò non accada. Per ora, lo sviluppo della materialistica e ateistica società del danaro e del profitto sembra star conducendoci a esiti obiettivamente più spaventosi di quanto non abbiano saputo fare nazismo e comunismo. Noialtri europei non ce ne siamo ancora accorti in quanto apparteniamo nonostante tutto a quel 20% dell’umanità che detiene, gestisce e sfrutta l’oltre 90% delle ricchezze delle risorse umane e non riusciamo nemmeno a vedere più la catastrofe costituita dalle migliaia di persone, spesso bambine, giornalmente stroncate dalla fame, dalla sete e dalla malattie. Disinformazione e insensibilità morale su scala globale sono le nostre gravissime colpe, delle quali siamo ancora lontani dal prendere atto e dal renderci conto. Se lo facciamo troppo tardi, il risveglio sarà amarissimo.
Franco Cardini
4 Marzo 2012
Sull'accelerato Avezzano-Pescara, alle 13,30 circa del 4 marzo 2012.
Una domenica strampalata, una difficile trasferta ferroviaria cominciata a Roma Tiburtina, un viaggio tra Roma e Pescara destinato a durare sei ore se va bene nell'Italia che non funziona. Fuori dal finestrino del brutto e sporco vagone, la mia Italia, l'Umìle Italia che amerò per sempre, l'Abruzzo forte e gentile dei lupi e degli orsi,delle nevi della Maiella, dei confetti di Sulmona e degli argenti di Guardagriele e dei serpari di Cocullo... “Madre, madre, dormii settecent'anni”... Corrono dinanzi a me, sfrecciando al finestrino, i paesi dell'Abruzzo antico e medievale dai nomi magici e meravigliosi,Tagliacozzo, Avezzano,Celano.
C'è tanta neve, in quest'inverno che non vuol finire, sul Gran Sasso dove lo scorso anno di questi giorni già fiorivano i mandorli e i ciliegi.
Domani, 5 marzo 2012, compirò esattamente 71 anni e 7 mesi: ho qualche pasticcio di salute ma niente di apparentemente grave, mi piacciono ancora il vino e le ragazze per quanto pensi ormai ad entrambi con sereno distacco. Scrivo così, per me, appollaiato su un sedile di plastica azzurra di seconda classe. Oggi perderò la messa e questo mi dispiace. Ieri di trentun anni or sono se ne andò l'ultimo familiare che mi restava, la zia Delia, che da piccolo mi aveva fatto un po' da seconda madre e che da troppo tempo non vado più a trovare là, sulla collina di Trespiano, dove vanno a finire i fiorentini poveri. Tuttavia, con quattro figlie, sei nipoti e un bel po' di amici-amici, di amici sul serio, non sono certo solo al mondo. Ma tutto passa: e il mio tempo insieme con tutto il resto. Due giorni fa un altro pezzo delle mia vita se n'è andato con Lucio Dalla, che per tanti anni ha saputo cantare emozioni vicine alle mie, nelle quali potevo riconoscermi. Lo ricorderò tra breve, concludendo questi pensieri. Si muore poco per volta.
Scrivo quest'Amarcord solo per me stesso, ma forse anche per qualche amico che ha vissuto la mia stessa giovinezza, mezzo secolo fa, e con il quale vorrei condividere queste poche note. Che non invierò ad alcun giornale, né di destra né di sinistra, io che da moltissimi anni ormai mi definisco cattolico, europeista e socialista e mi dichiaro estraneo alla dialettica destra/sinistra anche se ciò mi procura le critiche malevole di molti imbecilli che disprezzo e dei quali non mi curo, e origina scandalo e disorientamento in tanta brava gente che spesso mi scrive accorata e alla quale rispondo sempre con affetto e con onestà, cercando di spiegarmi meglio, di aiutarla a capire insieme con me tante cose che forse non capiamo, che non capiremo mai del tutto.
Scrivo perché ieri sera, sabato 4 marzo 2012, mi è senza volere e senza aspettarmelo capitato di recidere di netto un vecchissimo cordone ombellicale colmio passato che da tempo pendeva sfilacciato e sanguinolento e che io non avevo mai avuto il coraggio di tagliare definitivamente. Sentimento, o forse sentimentalismo: perché no? In fondo, era una cosa che riguardava solo me e al massimo una decina di altre persone, di happy fews amici fraterni che hanno ormai passato la settantina o vi si avviano. Non scrivo per passare il tempo: ne avrei, su questo treno e con questo computer, di cose da fare. Divulgherò queste parole tra chi credo sia in grado o abbia bisogno di leggerle, ma senza concederle a giornali che le sforbicerebbero e le userebbero solo per tirar l'acqua al loro mulino. Sono pagine sincere.
Quarantasette anni fa, con alcuni amici, detti definitivamente l'addio al Movimento Sociale Italiano, che frequentavo dai giorni di Trieste del 1953 (dodici-tredicenne, prima media, calzoni corti) e al quale ero iscritto dai giorni dell'Ungheria del 1956. Nel 1960, quando cominciai a far politica universitaria attiva, quella seria e sincera militanza mi era costata l'espulsione dall'Azione Cattolica. Ero rimasto cattolicissimo,avevo trovato nel Partito un Maestro in Attilio Mordini e sognavo un fascismo puro e duro, forse paradossalmente eppure originalmente teso a conciliare il tradizionalismo antigiacobino in filosofia e nella cultura storica (antimodernità intesa come antindividualismo, rifiuto del mito e del dogma del Progresso, lotta al primato dell'economia e alla società del profitto), l'europeismo in politica (la “Nazione Europea” di Jean Thiriart) e il “socialismo fascista” di Drieu La Rochelle, non senza qualche punta massimalista d'origine soreliano-strasseriana e con un grande amore per la primissima Falange Española di José Antonio Primo de Rivera.
Con questi princìpi vivemmo la breve esperienza della “Giovane Europa” thirartiana, conclusasi nel 1969. Dalla violenza, dal razzismo, dall'antisemitismo, dal visceralismo anticomunista, dal nostalgismo inutile e patetico eravamo lontani le mille miglia. Che il MSI, al quale continuavamo a guardare nonostante tutto con umana simpatìa, con solidarietà (se non altro perché i missini erano degli isolati, degli “ultimi”, spesso dei veri poveri in tutti i sensi, dall'economico al culturale all'umano), avesse intanto imboccato una china in discesa che lo avrebbe condotto allo schianto, era ovvio. Che i suoi dirigenti prendessero i voti di un “popolo” ingenuo, talvolta violento e spesso patetico, ma che erano tuttavia voti magari eversivi eppure onesti, e li manipolassero utilizzandoli come supporto agli aspetti più conservatori della politica del tempo, era chiaro: in particolare, voti comunque “patriottici” ulilizzati sempre e comunque in una direzione atlantista e filoamericana che solo la Guerra Fredda, allora in corso, poteva in apparenza giustificare; voti di gente che aveva desiderio e bisogno obiettivi di giustizia sociale, e che venivano utilizzati in un senso sempre unilateralmente e ottusamente “anticomunista”.
Non avevamo mai reciso i legami con molti amici ch'erano restati in quell'ambiente: ma il nostro sogno di “fascisti immaginari” europeisti e socialisti, che amavano Nasser, Che Guevara, Eva Perón e perfino Ho Chi Min, era una futura Europa politica unita, lontana sia da Mosca sia da Washington e amica di tutti gli oppressi della terra. Per noi, il fascismo (attraverso ambiguità, idiozie e tradimenti) restava nonostante tutto storicamente parlando soprattutto questo: un movimento nato all'indomani dell'infamia di Versailles e “di destra” nel nome della Nazione e della Libertà, “di sinistra” nel nome della Giustizia Sociale; che, nemico di Versailles, avrebbe dovuto proseguire la battaglia contro quello che di Versailles era l'erede, lo Spirito di Yalta. Avremmo voluto che il MSI diventasse questo: poi arrivò il '68 e l'episodio di Valle Giulia, per noi esaltante nella sua sostanza e vergognoso nel suo epilogo. Perdemmo tutte le residue speranze. Ci rendemmo definitivamente conto che la sua degenerazione era irreversibile.
Eppure, restavamo dei sentimentali. Lo seguimmo anche dopo e nonostante tutto, alla lontana, attraverso i pochi amici che all'interno di esso ci erano rimasti, il “nostro” MSI: lo vedemmo affondare sempre più, mentre affondava anche l'Italia antifascista e corrotta del dopoguerra con la sua onnipèresente insopportabile retorica resistenziale. Assistemmo – ormai non scuotevamo nemmeno più la testa: non ci aspettavamo più nulla – all'infausta e suicida, ma sul momento proficua per chi la gestì, trasformazione del MSI in Alleanza Nazionale; considerammo con infinita tristezza l'adesione di quasi tutti i membri di quel che ne rimaneva al caudillismo disonesto e cialtrone di Berlusconi; guardammo (ancora una volta quasi increduli, patetici sentimentali che eravamo) alla fagocitazione di Alleanza Nazionale nel Popolo delle Libertà; qualcuno di noi ebbe, o volle ostinatamente regalarsi il brivido di voler provare, un brivido di speranza dinanzi a quello che parve il sussulto di resipiscenza e di dignità finiano, e sappiamo come andò a finire. Ci tenevamo per noi quel tanto di minuscolo guizzo d'una fiammella tricolore che nel più profondo dei nostri cuori ci ostinavamo a non voler estinguere. Un lontano residuo sentimentale, che ci veniva spesso rimproverato dai più disincantati e rigorosi tra noi (penso all'amico Marco Tarchi, che mi ha in fondo sempre trattato con l'affetto che un uomo colto e maturo deve a un vecchio ragazzo molto più anziano di lui, dal quale egli ha perfino forse imparato qualcosa ma ma che pur è riuscito a invecchiare senza riuscir a crescere).
Ma bisogna pur ucciderlo, prima o poi, il Peter Pan che ci sgomita e ci scalcia da dentro. Bisogna pur ammettere che la prima stella a destra non era il cammino,e che volando dritti fino al mattino all'Isola Che Non c'E' non ci saremmo mai arrivati, perché appunto essa Non c'E'.
Il mio vecchio amico Peter Pan, da tempo smagrito e sofferente, se n'è andato ieri sabato 3 marzo 2012: e ne celebro qui le dolorose, un po' ridicole esequie, presentandogli le meste armi della mia delusione e della mia fantasia. Vengo per seppellirlo, non per elogiarvelo.
Un luminoso sabato di fine inverno, un sabato di sole. Prima dalla finestra di un albergone di Via Cavour, poi passo passo da lontano fino a Piazza Bocca della Verità, ho accompagnato il funerale triste di quel che ancora resta dello spirito del MSI che ho conosciuto e amato mezzo secolo fa. Una manifestazione della “Destra” di Franceso Storace, che ho un po' frequentato a Roma fra '94 e '96 apprezzandone il lato umano. Lo ritengo un uomo fondamentalmente buono: e anche onesto, quanto può riuscir ad esserlo un politico che affronta momenti difficili con la volontà forse contraddittoria di chi da una parte vuol restare fedele a se stesso, dall'altra aver successo.
Ho assistito alla sfilata di forse due-tremila persone, in gran parte giovani e giovanissimi, con alcune ragazze e qualche persona matura, compresa una manciata di miei più o meno coetanei appesantiti e incanutiti. Qualche tocco skinhead, molti tricolori, bandiere del nuovo movimento del “popolo romano” (una lupa romana e magari romanista); cori contro Monti; un “banchieri – massoni-fuori-dai-coglioni” in fondo non male; qualche “Duce-Duce”, vessilli di San Marco d'una sedicente “Destra Federalista”, poche croci celtiche su fondo rosso o nero, una timida bandiera della Repubblica Sociale e un'altra, anch'essa timida, con sopra una vecchia fiamma tricolore disegnata alla buona, insieme con altri simboli che più o meno ne riprendono e ne stilizzano il disegno dissimulandolo. Canti – non troppo intonati – dell'Inno di Mameli.
Non mi hanno stupito la banalità, la scarsa originalità e in fondo al miseria dell'apparato simbolico-propagandistico: me l'aspettavo. Ho accettato con tristezza la superficialità patetica del ritorno, nel secondo decennio del secolo XXI, di un micronazionalismo che noi ragazzetti e ragazzacci del settimo decennio del XX avevamo già giudicato vecchio, inutile, sbagliato, retorico, grottesco, incapace di costruire qualunque valore serio. Non hanno né offeso né stupito la mia coscienza di vecchio e impenitente europeista i cenni vaghi ma incolti e offensivi a un antieuropeismo che prendendo le mosse dalla richiesta della “sovranità monetaria” finiva con prendersela con il principio stesso di unità europea. Tuttavia, mi sono sorpreso a riflettere (dando forse un po' troppo credito alle almeno potenziali capacità di elaborazione politica di quelle persone) che un barlume di speranza da quella manifestazione avrei tratto se, dalla constatazione dell'assenza di “sovranità monetaria”, il loro micronazionalismo le avesse condotte a denunziare l'assenza di qualunque altro tipo di sovranità”, a cominciare da quella politica, diplomatica e militare, in questa penisola presidiata da centinaia di basi militari degli USA e della NATO. Ma non c'era usno striscione, non c'era uno slogan su questo. Così come quella “Destra sociale”, i cui rappresentanti hanno dedicato qualche battuta abbastanza generica al fiscalismo del governo Monti (col solito demagogismo piccoloborghese delle “troppe tasse”...), ha poi sparato per bocca di un suo dirigente appena una battuta contro l'attentato all'Articolo 18.
Appoggiato a una colonna del tempio di Vesta, abbastanza lontano e in posizione elevata per assistere allo spettacolo di quell'adunata che il solito oratore aveva la mancanza di humour di definire “oceanica”, mentre salivano verso il cielo romano le orazioni del popolo meomissino all'indirizzo di Assunta Almirante e di Teodoro Buontempo presenti sul palco, pensavo con mestizia al miopersonal fallimento. Perché io, quella gente e i suoi padri o i suoi nonni, li ho amati. Ho cercato di studiare, di agire, di scrivere, di pensare per loro. Ho per anni cullato l'illusione di condurre il loro amor di patria verso la Patria Europea (altro che “sovranità”, monetarie o altro...). Ho cercato disperatamente diliberarli dai vecchi schemi e con malinconia magari mista a rabbioa e a disperazione li ho visti passare da un falso e funesto mito all'altro, scivolare dall'anticomunismo cialtrone e straccione alla xenofobia e all'antislamismo, magari assunte entrambe come squallide coperture di un antisemitismo latente e mai davvero metabolizzato.
E il mio Peter Pan ha ricevuto, infine, il colpo di grazia. Nell'aria della tiepida serata romana di fine inverno,mentre imbruniva là verso il Testaccio, un oratore ha gridato letteralmente “noi siamo il popolo di Quattrocchi, siamo il popolo di Nassiryyah!”. E io ho capito quel che già da decenni sapevo, che non c'è più nulla da fare, più nulla da sperare, più nulla da rimpiangere. In quest'Italia di disonesti, di trasformisti, di furbastri del quartierino, di politici ladri e ignoranti, di nani e di ballerine, di professionisti ed esercenti evasori fiscali sui quali si sta ora abbattendo la mannaia dei severi managers della Goldman Sachs piovuti dall'Olimpo della finanza internazionale a governarci, non poteva esserci risparmiata neppure l'umiliazione di uno squallido Lumpenproletariat patriottardo incapace perfino di costruirsi uno straccio di orizzonte mitopoietico decoroso, che cercando i suoi eroi finisce con l'individuarli in ascari e in contractors. Anche noi, negli Anni Sessanta, cantavamo una canzone in onore dei mercenari del Katanga: ma in loro amavamo la disperazione eroica, la Bella Morte da Proscritti alla Von Salomon; mai ci saremmo sognati di scambiarli per eroi della patria o per modelli morali.
Intendiamoci: ho il massimo rispetto per chiunque abbia dato la sua vita per qualcosa, o magari anche per nulla; e non mi permetterei mai di negare un segno di omaggio a chi sia morto per una causa che disapprovo o per nessuna causa. Tuttavia, per i meno dotati di memoria, vorrei ricordare quel che scrivevo nel settembre del 2009 a proposito di cinque parà italiani allora caduti in Afghanistan. Voglio ricordarlo in quanto mi sembra che tutto ciò sia ancora attuale, e forse magari – vista la nuova crisi mediorientale che ci aspetta alla fine di quest'anno – utile anche a futura memoria:
“Se lo domandava molto tempo fa il vecchio Bertolt Brecht: Giulio Cesare ha conquistato tutta la Gallia; ma non aveva nemmeno un cuoco? Gli fece eco, anni più tardi, il nostro Lucio Dalla in Itaca: “Capitano, che hai negli occhi – il tuo splendido destino – pensi mai al marinaio – a cui mancan pane e vino? – Capitano, che hai trovato – principesse in ogni porto, - pensi mai al rematore – che sua moglie crede morto?”.
Mi sono ricordato di Brecht e di Dalla il 20 settembre scorso, mentre assistevo in TV al rientro in Italia dei nostri cinque parà: salme, come ha cantato un altro che mi è caro, Fabrizio de André, forse avvolte nelle bandiere “legate strette perché sembrassero intere”.
Ma dei nostri cinque parà, anche se a pochi giorni dal loro sacrificio essi stanno già purtroppo entrando nell’oblìo (sono queste le regole della società-spettacolo), finché facevano notizia ci hanno almeno detto tutto: ne abbiamo visti i volti, ne abbiamo letti i profili biografici, ne conosciamo i nomi e quelli delle loro mogli, delle loro fidanzate, dei loro figli.
Le guerre in Iraq e in Afghanistan, come troppi conflitti che oggi insanguinano il mondo, vedono confrontarsi forze armate “regolari” e superarmate contro avversari in condizione militarmente inferiore, a parte le vittime civili e i caduti sotto “fuoco amico” e a causa di “danni collaterali”, che in genere si degnano appena di una distratta menzione. Molti pensano che, in guerre del genere, i “nostri” data la loro superiorità militare siano invulnerabili e che il morire tocchi solo agli altri: e che ciò sia giusto, dato che essi stanno dalla parte del Bene.
Invece è ingiusto e inumano continuar a tenere nell’ombra e nel silenzio quelli “dell’altra parte” (se è un’altra parte: e non lo è, perché con loro non siamo in guerra, e comunque perché condividiamo con loro la condizione umana che è la vera patria comune): come le decine di poveri afghani, fra cui donne vecchi e bambini, trucidati non troppi giorni fa da un barbaro disumano e inutile attacco aereo mentre cercavano di alleviar la loro miseria drenando un po’ di benzina da un camion sventrato. E’ degno della “nostra civiltà occidentale” continuar a trattare come dei semplici numeri tutti i poveri morti che giornalmente affollano le cronache distratte di quelle guerre lontane?
Umanità e giustizia vogliono che anch’essi facciano al contrario notizia; che cessino di essere aridi e anonimi numeri su un bollettino o su una statistica.
Esiste in Italia un giornale che abbia il coraggio di dedicar alle vittime afghane innocenti ogni giorno cinque brevi necrologie, tante quanti erano i nostri parà caduti?
Sarebbe necessario e doveroso specchiarsi in quei volti, imparar a fare i conti con chi è morto anche per colpa del nostro silenzio e della nostra acquiescenza; con quelli della cui uccisione siamo stati complici, e lo abbiamo fatto a cuor leggero perché erano “lontani”, perché erano “diversi”, perché non hanno nessuno che li difenda e ne rivendichi la memoria e il rispetto”.
Ho sentito con orrore, con ribrezzo, l'esaltazione “di Nassiryyah” da parte di quell'oratore neomissino e il fragore degli applausi che l'hanno salutata: l'esaltazione non tanto dei morti, che sono sempre e comunque degni di rispetto in quanto tali, bensì delle guerre fatte in conto terzi, delle guerre cui ci si accoda come stato per tornaconto o per obbligo politico (l '”interesse nazionale” e gli “impegni internazionali” dei quali hanno blaterato certi figuri politici) e come persone per avventurismo o per malintesa “serietà professionale” nei migliori, per servilismo e per desiderio di guadagno nei peggiori dei casi. Come non c'è nulla di più triste e avvilente delle guerre tra poveri, così non c'è nulla di più disonorevole e di più ripugnante dei poveri che si mettono contro altri poveri, di coloro che cercando uno straccio di dignità – magari nazionale – non lo vedono nemmeno dov'esso si staglia alto e chiaro e vanno a cercarlo nel suo contrario. Se quei poveri neomissini riuscissero a essere sul serio qualcosa di lontanamente simile a quel che pur ambirebbero ad essere, non mancherebbero certo di rispetto e non negherebbero mai un ricordo ai caduti italiani di Nassiryyah, al contrario: ma capirebbero molto bene, e griderebbero alto ai quattro venti, che i difensori della loro libertà e della loro dignità stavano in Afghanistan e in Iraq obiettivamente dall'altra parte, che essi dovrebbero ergersi a modello anche per noi, e che i soldati italiani purtroppo mettevano e continuano a mettere le loro armi e le loro divise al servizio d'invasori e di occupanti. Trovarsi al servizio di una causa spregevole e disonorevole, può accadere; difendere anche chi sta dalla parte del torto, e magari la sua nihilista testimonianza, non sarebbe etico ma si può capire ed è sovente accaduto; ribaltare i piani e scambiare il giusto con l'ingiusto, la ragione col torto, chiamar eroi i mercenari e terroristi i patrioti gloriandosi delle vergogne altrui e vantandosene di esserne stati servi, questo mai.
E allora ho sentito che l'ultimo bagliore di quella fiammella accesa nei miei anni di adolescenza si andava spegnendo del tutto; Peter Pan ha emesso un ultimo, debole gemito e mi è morto dentro. Imbruniva quando mi sono allontanato volgendo le spalle a Santa Maria in Cosmedin e ho attraversato il ponte incamminandomi verso Trastevere. Gli ultimi, gentili fantasmi delle illusioni e dei ricordi di un tempo che non ho vissuto si sono intestarditi a seguirmi ancora per un po', come cagnolini abbandonati: “Trestevere, Trestevere – brilli de nova luce – c'hai la Madonna e er Duce – che veglieno su te...”, mi è tornato a mente che si cantava alla Festa de Noantri qualche anno prima che nascessi, in un tempo che non ho a fatto a tempo a conoscere e che pure a lungo ho vagheggiato, rimpianto e difeso. “Massì – mi sono ripetuto – chissenefrega; annàmosen'a ccena...”.
Ora, la rabbia è svanita. Ma con essa anche l'ultima compassione, l'ultima tenerezza. L'infamia si può magari continuar ad amare. Il vuoto e la stupidità, quelli no. E allora via tutto, anche i pochi brandelli di sentimento rimasti attaccati al Nulla. Addio Giovinezza.
Franco Cardini
28 Febbraio 2012
Da che mondo è mondo, càpita che si brucino i libri, così come càpita che si mutilino o si abbattano le statue. Qualcuno ha pure bruciato la biblioteca di Alessandria, anche se quella che sia stato un conquistatore musulmano è una leggenda. Durante il medioevo, i libri venivano talvolta sottoposti al “Giudizio di Dio”, al pari degli uomini: e si narra, ad esempio in un miracolo di san Domenico, che durante una disputa fra lui e gli eretici ci si affidò a un’ordalìa gettando nel fuoco sia il Vangelo, sia i libri dei suoi avversari: il primo rimase ovviamente illeso, gli altri finirono in una fiammata.. Ma, anche senza ricorrere ai miracoli, la Santa inquisizione usava organizzare degli allegri falò durante i quali si ardevano gli scritti degli eretici: magari insieme con chi li possedeva.
Ma, con l’avanzata dei “Lumi” e il processo di secolarizzazione, uno dei pilastri del quale fu la tolleranza religiosa e intellettuale, gli Autos de Fé inquisitoriali divennero uno dei sinonimi più odiosi di ignoranza e di repressione: ed è nota la profetica sentenza del poeta Heinrich Heine, che “chi brucia i libri, prima o poi sarà capace di bruciare anche gli uomini”. Solo i nazisti – in ciò sfidando apertamente e consciamente la mentalità tollerante moderna e volendo simbolicamente dimostrare che la loro rivoluzione l’aveva spazzata via – rinverdirono gli Autos de Fé inquisitoriali mediante spettacolari, agghiaccianti cerimonie notturne durante le quali (in un’atmosfera di misticismo da “religione laica”) si ardevano solennemente le opere considerate nemiche dell’idea nazionalsocialista e la lettura delle quali veniva da allora in poi proibita.
Proprio in quanto patrimonio dell’Inquisizione e del nazismo, la pratica del rogo dei libri è stata, fino ad oggi, unanimemente esecrata nel nostro Occidente: ma i tempi di oggi, con il loro “Postmoderno” (la “Modernità liquida”, come l’ha definita Zygmunt Bauman, che rimette in dubbio e in discussione tutto quel che la “Modernità solida” aveva con certezza affermato, a cominciare dall’individualismo, dall’idea di progresso e dalla certezza di un senso immanente della storia), ha com’è ovvio segnato anche in ciò un cambiamento, permettendo che riemergessero forme di fanatismo religioso che credevamo irreversibilmente scomparse. E non c’è dubbio che il cosiddetto fondamentalismo islamico abbia in ciò costituito, al tempo stesso, una causa scatenante e un esempio, servendo da modello addirittura a occidentali che, dichiarandosi suoi avversari decisi e in odio ad esso, hanno risposto in maniera uguale e contraria. Anzi: dal momento che, sul modello della lingua francese, i fondamentalisti musulmani sono stati definiti “islamisti” (termine che in italiano, fino a poco tempo fa, designava gli studiosi dell’Islam, oggi detti invece “islamologi”), alcuni imbecilli fanatici, cattolici o protestanti, hanno preso con orgoglio balordo a dirsi non più solo “cristiani”, bensì “cristianisti”; vale a dire difensori “senza se e senza ma” di un cristianesimo fanaticamente inteso che, grazie a Dio, oggi gode di equivoco diritto di cittadinanza solo in qualche setta protestante e all’interno di una minoranza cattolica d’imbecilli che sognano nuove crociate e che s’ispirano appunto agli americani theoconservatives, quelli che in francese sono detti – in modo molto appropriato – theocons.
Ma l’imbecillità è una malattia estremamente contagiosa: quando alcuni mesi fa, in America, un pastore protestante ha lanciato l’idea del rogo dei Corani, molti invece d’indignarsi o di mettersi a ridere gli sono andati entusiasticamente dietro. Non stupisce che ci fossero degli imbecilli postmoderni tra i militari della base statunitense di Bagram in Afghanistan. Dovrebbe, al contrario, stupire e allarmare il fatto che da noi quel gesto infame e cretino è stato oggetto al massimo di qualche commento distrattamente severo (una “ragazzata”, una “imprudenza”, quasi una provocazione goliardica): e che non si sia nemmeno rilevata, a parte altre considerazioni, la gravità di esso nel contesto di una situazione che ormai con ogni evidenza né le truppe occupanti né le forze collaborazioniste del governo-fantoccio di Karzai riescon più a controllare. Si potrebbe addirittura pensare che una manciata di avventurieri, buttata da un decennio in una guerra ingiusta e ormai palesemente perduta, sia ormai talmente preda della disperazione da aver mutato in odio demenziale quel disprezzo ignorante che, fino a ieri, aveva nutrito nei confronti della popolazione invasa ed oppressa. Il rogo dei Corani come forsennata, meschina vendetta contro un nemico che si è rivelato più forte, più determinato, più valoroso e ben conscio del suo diritto di resistere allo straniero.
Ma da noi il significato di tutto ciò è stato ignorato e stravolto. Si è gridato solo al fanatismo di chi, per un libro bruciato, insorge ed uccide. Non si è ancora capito, fra l’altro, che nell’Islam il Corano non è considerato un libro qualunque: nemmeno un semplice “libro santo”, un “libro ispirato da Dio”, una “Sacra Scrittura”. Il Corano è l’espressione della Volontà divina che secondo alcune scuole teologiche è addirittura increato e consustanziale ad essa: esso è la sostanza della Rivelazione in quanto Parola incontaminata di Dio. Quella parola che nel cristianesimo si indica con il greco Logos e il latino Verbum. Quel che per il cristianesimo è Gesù splendidamente definito nel Prologo del Vangelo di Giovanni, per l’Islam è il Corano. Se il cristianesimo è la fede in un Uomo, il Cristo, l’Islam è la fede in un Libro, il Corano.
Tuttavia, si obietta che noialtri occidentali civili non insorgeremmo mai e non uccideremmo mai se qualcuno incendiasse o profanasse i simboli più sacri della nostra fede: ad esempio, nel mondo cattolico, ortodosso e cristiano-orientale, l’ostia consacrata che è il Dio Vivente. Qualcuno, nei giorni scorsi, ha lamentato che i cristiani non sappiano lasciarsi trascinare da una Santa Rabbia pari a quella dei musulmani, e che il cristianesimo resti quindi ormai l’unica religione al mondo che si può offendere impunemente; qualcun altro ha invece indicato tale realtà come prova della “superiorità”, in termini umani culturali e civili, dell’Occidente cristiano sull’Oriente musulmano.
Ai primi si dovrebbe rispondere che in realtà il cristianesimo, almeno in teoria, è radicalmente diverso dall’ebraismo e dall’Islam nonostante la comune radice abramitica e tante somiglianze: queste sono tuttavia religioni “di Legge”, quella religione “d’Amore”. Ma, ohimè, se ciò è vero sul piano dottrinale non lo è affatto sul piano storico. Padre Ernesto Balducci ha davvero messo il dito sulla piaga commentando una volta in una splendida omelia (ristampata nel numero di luglio-dicembre del 2011 sulla rivista “Incontri”) il passo di Matteo, 21, 28-32, e osservando che il cristianesimo è troppo spesso una “religione del Sì”: i cristiani si comportano cioè come quel figlio al quale il padre ordinò di recarsi a lavorare nella vigna e che rispose con un’obbediente ed entusiasta affermazione d’obbedienza, ma poi non ne fece di nulla. Se i cristiani consentono oggi che la loro fede sia offesa e profanata, ciò dipende dalla loro viltà e dalla loro tiepidità, non dalla loro “tolleranza”. Se fossero davvero fedeli al Vangelo e a se stessi, senza dubbio non risponderebbero alle profanazioni con la violenza nella stessa maniera dei musulmani, perché la loro è una religione d’amore: ma saprebbero farlo con una fermezza e una dignità che imporrebbero agli avversari e ai detrattori maggiore rispetto. Se non sanno farlo, la colpa non è certo dei musulmani: ai quali si può senza dubbio chiedere maggiore moderazione, ma la risposta dei quali è comunque conforme alla loro fede e alla loro cultura.
I secondi, per la verità, non meriterebbero nemmeno una risposta. La loro argomentazione della superiorità dell’Occidente cristiano e tollerante sull’Islam intollerante sarebbe ridicola se non fosse una menzogna lurida e infame. Essi sanno benissimo che gli occidentali lasciano impunemente che si offenda quello che è ancora il Dio sinceramente confessato da pochissimi di loro e distrattamente accettato da altri, molti magari, che sono però cristiani soltanto a livello intimo se non addirittura implicito o formale, per la semplice ragione che a loro di Dio non importa un bel nulla. L’Occidente, dove la maggior parte dei cristiani è “sociologica” (cristiani per consuetudine e perché non si prendono nemmeno la briga di abiurare), non è più, da oltre due secoli, una “Cristianità”, vale a dire una civiltà nel quale la professione di fede penetri e coinvolga tutti gli aspetti dell’esistenza. Ma ciò non significa che anche da noi non esistano cose sulle quali sia vietato scherzare e a proposito delle quali sia vietato dubitare. In molti paesi – l’Italia quasi compresa – il dichiarare un parere che si discosti da una “Vulgata” storica oltretutto non chiaramente delineata è considerato un crimine: come là dove chiunque azzardi un dubbio o un’ipotesi fuorischemi sulla Shoah (o, da pochi mesi a questa parte in Francia, sul genocidio degli armeni da parte dei turchi) rischia la galera, a parte il linciaggio morale.
Ma il punto non è ancora quello. Non ci sarebbe dunque nulla, “nel nostro Occidente”, di sacro e inviolabile al punto che un’eventuale minaccia ad esso scateni la violenza? Non certo le offese a Gesù: dal momento che di Gesù poco ci preme. Ma provatevi ad agire sul serio, e concretamente, contro la sicurezza economica, la finanza, il benessere; provate a toccarci nel portafoglio o in quella ch’è la base stessa del nostro equilibrio socieoeconomico, le fonti energetiche. Provate a toccarci nel petrolio, e vedrete di che cosa siamo capaci. Del ersot, probabilmente, lo vedrete sul serioe concretamente, fra qualche mese, quando – presumibilmente in autunno – le sanzioni comminate all’Iran provocheranno la chiusura dello stretto di Hormuz e la crisi petrolifera mondiale. Allora assisterete a una “civile” relazione del “mondo libero” rispetto alla quale i quattro poveri straccioni che adesso stanno manifestando in Afghnistan e in Iran contro la profanazione del Corano vi parranno scolaretti in ricreazione. Anche noi abbiamo le nostre Cose Sacre, perdinci. Scherza coi Santi, ma lascia stare la Borsa e l’Energia. Ognuno ha il Dio che si merita.
Franco Cardini
Ovvero della "smemoratezza gestita" e delle sue implicazioni
7 Febbraio 2012
La memoria è la garante della nostra identità. Come diceva Platone, sapere è ricordare: se non ricordiamo, non sappiamo niente; peggio, non siamo niente.
Ciò vale d’altronde per la memorie e l’identità individuali. Ma resta valido anche per quelle comuni, o meglio comunitarie? Qui il discorso si fa davvero più problematico. La memoria è connessa con la coscienza di possederla e la volontà di conservarla e di potenziarla: non a caso, nell’antichità e nel medioevo – ma anche fino a tempi recenti: ricordate quell’ “imparare a memoria” della nostra vecchia scuola che troppi deleteri maestrini condannavano come “vuoto nozionismo”? - s’insegnavano interessanti sistemi mnemotecnici: mentre oggi non riusciamo a ricordar quasi nulla e siamo tutti drammaticamente agendodipendenti, computerdipendenti e cellulardipendenti.
Ma la memoria, lasciata a se stessa, si traduce in una sorta di continuum indistinto. Essa dev’essere sorvegliata, educata, razionalizzata. Da sola, non serve a nulla e svanisce presto: “L’uomo non ricorda nulla: ricostruisce di continuo”, ammoniva un grande storico, Lucien Febvre. E difatti la storia è questo: razionalizzazione critica della memoria.
Ma dir ciò equivale ad affermare che, se vogliamo salvarci dallo svanire “naturale” della memoria, legato ai miserabili processi fisiologici della nostra mente e ai limiti della nostra struttura psicofisica, la memoria dev’esser selettiva. E qui nasce il problema. che cosa bisogna scegliere di ricordare, che cosa scegliere di dimenticare (o finger di aver perduto casualmente per strada)? Poiché non v’è chi non veda che la cosa è delicata, contraddittoria, allarmante. Si è parlato molto del “dovere di ricordare”; il che non toglie però che, dinanzi a certi eventi, si parla spesso anche dell’opportunità o addirittura della necessità morale di dimenticare. Allo stesso modo, i mass media ci mostrano talora scene terribili, esortandoci al dovere della memoria; e altre dichiarano candidamente – senza rilevar la contraddizione – che determinate immagini sono troppo crude, ragion per cui è meglio non mostrarle. In molte lingue le parole che indicano il perdono sono legate al campo semantico dell’oblìo: come a suggerire che l’unico modo sicuro di perdonare è il dimenticare. Il che, dal punto di vista cristiano, è tragico: non a caso, etimologicamente parlando, per-donare significa “donare in modo estremo e totale”. Il contrario dell’oblìo, quindi. La recente polemica sul libro dedicato da Giampaolo Pansa ai delitti avvenuti dopo la fine della seconda guerra mondiale, che in fondo non dice nulla che già non si sapesse (per quanto finora si fosse evitato di discuterne) ha riproposto il tema delle cose “che sarebbe meglio dimenticare”. Ma dov’è la moralità per la quale esistono delitti inobliabili e altri trascurabili, vittime di serie A e vittime di serie B? Forse quella secondo la quale – come sostiene appunto la Chiesa sulle tracce di Agostino - non poena, sed causa facit martyrem? Ma quel ch’è giusto a livello martirologico lo è anche a livello storico? Le vittime innocenti o presunte tali sono onorabili solo nella misura in cui stavano dalla parte della causa giusta, e spregevoli invece quando stavano da quella sbagliata? E la storia, poi, serve davvero a decidere quali parti sono quelle giuste e quali quelle sbagliate?
Rinfreschiamoci le idee: perchè uno dei peggiori difetti della società civile italiana – diciamolo proprio prché stiamo parlando di memoria – è di aver la memoria corta.
In Italia una serie di eventi e di polemiche ha condotto alla proclamazione di di due differenti “giornate della memoria”: quella del 27 gennaio, ufficialmente promossa dal Parlamento nel 2002 sulla base di una legge del pubblicata sulla “Gazzetta Ufficiale” n. 177 del 31 luglio del 2000, che avevamo già imparato a sentire come una scadenza consueta nonostante fosse recente, e che fu accolta con serietà e perfino con entusiasmo almeno ufficiale soprattutto nel mondo della scuola; e poi quella del 10 febbraio.
Per quanto ormai non lo si ricordi più, quando si istituì la giornata del 27 gennaio affiorò immediatamente un problema molto delicato. Si stabilì con la massima concordia di assumere a data simbolica quel tragico ma anche liberatorio 27 gennaio del 1945, quando le truppe sovietiche varcarono allibite i tristi cancelli di Auschwitz. Ma alcuni pensavano – e tale era l’intenzione del promotore parlamentare, Furio Colombo - che la ricorrenza avrebbe dovuto incentrarsi sulla Shoah e radicarsi nella meditazione di quella tragedia, avvertita come unica. Altri, che furono messi prima in minoranza e poi a tacere a livello massmediale, ritenevano invece che della Shoah si dovesse invece sottolineare non tanto l’unicità quanto l’esemplarità: l’olocausto degli ebrei e delle altre vittime del nazismo, come gli zingari, pur essendo dotato di caratteri propri e peculiari, avrebbe dovuto essere occasione per ricordare tutte le vittime di tutti i massacri, i genocidi, le “pulizie” (etniche o sociali o civili che fossero), insomma tutti gli orrori di cui la storia dell’umanità è costellata. Qualcuno obiettò che ciò sarebbe equivalso a fraintenderne obiettivamente la Shoah, a farne un episodio, sia pur terribile, tuttavia in qualche modo paragonabile ad altri; e quindi ad obiettivamente minimizzarla. Tali pareri prevalsero: e, da allora, il 27 gennaio è divenuto esclusivamente giorno della memoria della Shoah.
Ora, il ricordare la Shoah non è certo un fatto “di sinistra”, o prerogativa delle sole sinistre. Ci mancherebbe. Ma il 27 febbraio aveva lasciato in qualcuno un residuo disagio, come se mancasse qualcosa: si rimediò successivamente con la giornata del 10 febbraio, dedicata alle vittime delle foibe. Ma era una soluzione bipartisan, una sorta di par condicio che francamente faceva acqua da tutte le parti: come se così, con quella scelta, si accontentasse tutto l’arco parlamentare ed elettorale instaurando una giornata della memoria un po’ più di sinistra e una un po’ più di destra. Ma da un lato la memoria della Shoah non può esser patrimonio d’una sola parte; e dall’altro bisogna dire che la tragedia delle foibe, per quanto terribile, è imparagonabile con quella dei campi di sterminio. E comunque, posta così, tutta la faccenda non riesce a evitare lo spiacevole gusto di qualcosa di strumentale.
La giornata della memoria dovrebbe servire a uno scopo preciso: a rafforzare in tutti i cittadini - e soprattutto nelle più giovani generazioni - non solo la memoria della tragedia della Shoah, , ma anche la consapevolezza profonda delle cause storiche che ad essa condussero e la coscienza che alta e costante dev’essere in tutti gli uomini liberi la consapevolezza che solo una vigilanza continua, ispirata agli irrinunziabili principi della giustizia e della libertà, può impedire che aberrazioni ed orrori come quelli del passato possano tornare - magari in nuove vesti e sotto nuove forme - a minacciare il futuro della nostra Europa e del mondo.
Ma la memoria storica – che sottintende, appunto, una selezione di quanto è degno di esser ricordato - ha, in una società civile libera e consapevole, la funzione altissima di contribuire alla progettazione d’un futuro migliore e più giusto. Se così non fosse, le nostre celebrazioni dei fatti gloriosi o tragici del passato altro non avrebbe se non una funzione retorica destinata a sclerotizzarsi e a cadere, col tempo, nel vuoto.
La Shoah è stata un evento d’una gravità unica e qualitativamente inconfrontabile con qualunque altro. Ma proprio questo suo carattere , ponendola al centro di quel grande tragico secolo ch’è stato il Novecento, la rende avvenimento esemplare: e obbliga non solo al ricordo costante e profondo di quel ch’è stata in sé e per sé, ma anche ad assumerla a simbolo di tutti gli orrori, le sofferenze, le tragedie del mondo e della storia.
Ad Auschwitz e negli altri luoghi di orrore e di conferenza, si è consumata la tragedia di tutta l’umanità. Dopo di essa, tutti noi non possiamo non sentirci ebrei. Ma le condizioni che permisero quell’orrore appartengono, nel loro carattere storico specifico, a un passato che non potrà più tornare sotto quelle medesime forme. Lo stesso razzismo, che ne fu il movente demagogico e pseudoscientifico, appare al giorno d’oggi confinato in ristrette ancorché virulente aree subculturali della nostra società; e l’antisemitismo - contro il quale la vigilanza non può venir mai meno - è ormai costretto a dissimularsi e a camuffarsi per guadagnare un po’ di miserabile sopravvivenza.
Ma se le infamie e le tirannie del passato sono finite, il ventre che le ha partorite è sempre gravido di altri mostri: magari d’aspetto diverso. I totalitarismi sono finiti, la guerra è scomparsa - almeno nelle forme in cui eravamo abituati a conoscerla - dal nostro Occidente: ma il mondo pullula di piaghe non ancora sanate, d’ingiustizie feroci, di sperequazioni che determinano a loro volta massacri ed ecatombi. E’ necessario purtroppo riconoscer che la stessa Shoah, talvolta, è stata utilizzata come alibi per riempire con il suo orrore la scena della storia e impedire che si parlasse di altri massacri, di altri genocidi.
La memoria è un dovere. Ma fin dove si estende la doverosità della memoria? E’ lecito ricordare i massacri recenti e dimenticare quelli più antichi? E, ammesso che si possa piegarsi dinanzi all’impossibilità obiettiva di caricare la nostra coscienza di tutti i mali del mondo e della storia, è accettabile piegarsi a un’infame computisteria funebre e aderire alla logica infame secondo la quale vi sarebbero ingiustizie e sofferenze inobliabili e ingiustizie e sofferenze sulle quali, al contrario, può passare la spugna dell’indifferenza? Nella società massmediale, l’assenza della memoria significa obiettivamente cancellazione della storia. Sarebbe lecito - se – interpretrando alla lettera il testo della legge istitutiva del “Giorno della Memoria” (ma, crediamo, tradendone lo spirito profondo) - ci si limitasse iterativamente ogni anno al ricordo storico della Shoah restringendone, appiattendone e in pratica negandole il valore simbolico di tragedia non solo del popolo ebraico, non solo del Novecento, bensì di tutta l’umanità e di tutta la storia?
Alla celebrazione e all’approfondimento della memoria della Shoah si dovrebbe accompagnare quindi l’individuazione e il profilo storico degli altri massacri, degli altri genocidi, degli altri orrori: a onorare il ricordo delle vittime di essi, oggi troppo spesso dimenticate, e a ricostruire le circostanze degli avvenimenti che condussero alle tragedie su cui è sceso il silenzio dell’oblìo o a proposito delle quali troppo flebile è la voce del ricordo. E ce ne sono: anche in tempi successivi alla Shoah, anche in tempi recentissimi. Ve ne sono addirittura di ancora in atto: e di alcune di esse noi potremmo anche scoprirci purtroppo corresponsabili o addirittura , se non altro col nostro silenzio e con la nostra colpevole disinformazione.
Lasciamo quindi da parte, se vogliamo, i grandi e sconvolgenti casi del passato: i native Americans massacrati non solo con le armi ma anche con la distribuzione dell’alcool e delle coperte contaminate dal vaiolo, gli hawaiiani degli Anni Trenta dell’Ottocento sterminati dal morbillo, gli armeni vittime della “pulizia etnica” dei Giovani Turchi: Ma anche negli ultimi decenni, dalla Cina e dalla Cambogia fino all’America latina, dall’Asia centrale al continente africano, la storia pullula di genocidi sconosciuti, di massacri negati, di orrori dissimulati, di guerre dimenticate che aspettano ancora i loro storici e la doverosa presa di coscienza dell’opinione pubblica mondiale.
Ed è qui che la riappropriazione della storia deve diventare progettualità nel tempo presente. Ancor oggi il mondo conosce moltissimi casi di popoli minacciati di estinzione; di culture che rischiano la fine per etnocidio; di violenze etniche, religiose, politiche e militari che si aggiungono alle obiettive violenze determinate dalle caratteristiche dei processi produttivi e dello sviluppo economico, finanziario e tecnologico gestito dai paesi ricchi dell’Occidente e del Settentrione del pianeta, ma pagato troppo spesso da quelli più poveri.
Questi sono i “nuovi ebrei” ai quali dobbiamo dar voce, se non vogliamo renderci complici delle Shoah ancora in corso. Molti di essi sono fra noi: sono gli africani, gli albanesi, i rom, i rumeni, i filippini che vivono ai margini delle nostre città e della nostra economia e che vengono trattati da Untermenschen nonostante la nostra civiltà reciti giornalmente il mantra del rifiuto del razzismo. Vi sono poi i popoli dell’America latina che poggiano i piedi sul sottosuolo più ricco del mondo e muoiono di fame perché le loro risorse sono drenate dalle corporations multinazionali sotto gli occhi di governi corrotti e compiacenti; vi sono gli africani sterminati da una logica perversa attivata e sostenuta dalle imprese multinazionali che mirano al monopolio dei diamanti, del petrolio o del prezioso “coltan”; oppure semplicemente ridotti alla fame dalle esigenze dell’impianto di monoculture (come quelle del caffè e dell’ananas; o all’allevamento del pesce persico nel Lago Victoria) che giovano a noi ma non a loro e che distruggono habitat e tradizioni; vi sono i bambini africani che nascono già ammalati di AIDS e sono condannati a morte perché le multinazionali si rifiutano di rinunziare a parte dei proventi che giungono loro dagli alti costi dei brevetti di produzione dei farmaci; vi sono i curdi, i ceceni, i tibetani, i palestinesi cui si nega una patria o una effettiva autonomia; vi sono i popoli sottoposti ad assurde forme di embargo che rendono loro difficile il procurarsi medicinali e altri generi di prima necessità solo perché i loro governi, in seguito a processi diplomatico-giudiziari “internazionali” per la verità spesso sommari e arbitrari, sono stati dichiarati “stati-canaglia”.
Se la nostra memoria non si esercita a individuare queste nuove Shoah ancora in atto e a impedirle, il ricordo dei morti nei campi di sterminio nazista diventa un esercizio retorico offensivo per quelle stesse vittime che intende onorare, perchè quell’onore si traduce in termini di fredda retorica o di bassa speculazione politica. La memoria di un orrore non può, non deve servir da paravento per nasconderne altri e per impedir che la protesta contro di essi divenga imbarazzante. Possiamo e dobbiamo onorare i caduti di Auschwitz e di Dachau: la maniera migliore per farlo è fermare le Auschwitz che funzionano ancora, liberare i prigionieri delle Dachau che continuano a far vittime. Dovunque siano, per qualunque ragione esistano, chiunque le gestisca. Se non lo facciamo, siamo complici. E non meno spregevoli di chi, dinanzi alle camere a gas, si è trincerato dietro un ipocrita “non sapevamo, non credevamo, non volevamo”.
Queste considerazioni, già più volte e in varie occasioni ribadite, mi sono sembrate utili anche a proposito della “Giornata del Ricordo” dei martiri delle foibe, entrata ormai nel nòvero delle celebrazioni ufficialmente riconosciute nel nostro paese e fissata al 10 febbraio. Credo che il “dovere della memoria”, sull’opportunità anzi la necessità del quale tutti i buoni cittadini non possono non concordare, non possa andar disgiunto dalla consapevolezza dei rischi di conformismo, di malafede e soprattutto di “selezione guidata”, quindi in ultima analisi di “smemoratezza gestita”, che tale scelta comporta. La riflessione su queste cose è dolorosa e rischiosa: il pericolo di venir fraintesi o, peggio, consapevolmente condannati e demonizzati è forte e concreto. Ma proprio per questo non si può tacere.
La “Giornata del Ricordo” è nata e si sta sviluppando in parallelo con altri eventi e altre situazioni. Anzitutto con la “Giornata della Memoria”, celebrata come già si è visto e come è noto il 27 gennaio e destinata a ricordare i martiri della shoah: per quanto qua e là riemergano le tracce di una proposta inizialmente ad essa correlata, che consisteva nel richiamare alla memoria e alla venerazione, nel simbolico caso della shoah, tutti i massacri e i genocidi perpetrati nel mondo e sulla terra in tutta la lunga storia del genere umano. Era del resto tale l’originaria consegna degli stessi tribunali di Norimberga: istituiti non tanto e non solo per punire i criminali nazisti, bensì per impedire che crimini del genere potessero riproporsi anche in futuro. Un’irreprensibile intenzione, che però negli ultimi sette decenni circa sembra essere stata più volte disattesa: in quanto episodi di strage e di massacro (sempre problematico appare il rapporto tra i concetti di “strage” e di “massacro” e quello di “genocidio”) si sono più volte presentati, certo con caratteri molto diversi rispetto alla shoah, e sono stati ora oggetto di denunzia e di sanzione internazionale – si pensi al caso jugoslavo o alla denunzia dei massacri perpetrati dalle forze lealiste della Siria ba’atista -, ora invece di dissimulazione e di obliterazione, come si è visto nella quasi concorde e totale minimizzazione se non negazione di episodi accaduti dall’Africa all’Iraq all’Afghanistan alla Palestina allo Yemen all’Algeria.
Va detto al riguardo che era già molto sgradevole e imbarazzante la tensione, attraverso la quale si pervenne in Italia alla definizione e legittimazione della “Giornata del Ricordo” – per certi versi quasi in emulazione e in opposizione, anziché in complementarità come sarebbe stato giusto -: come se la memoria dei morti nei campi di sterminio nazisti potesse in qualche modo essere imbarazzante o sgradita a certe aree del mondo politico e dell’opinione pubblica, per cui si dovesse procedere a un riequilibrio attraverso il ricordo dei massacrati nelle voragine carsiche da parte dei partigiani comunisti sloveno-croati; e come se l’ossequio agli uni potesse in qualche modo risultar poco compatibile con l’ossequio agli altri. Il formarsi di un’impressione cos’ malsana e distorta palesava purtroppo un sottostante, forse generalizzato atteggiamento: quello di una sostanziale cinismo, di un disinteresse per le tragedie umane accompagnato però da una pervicace volontà di strumentalizzazione in questo o in quel senso. Ne è prova la suscettibilità di alcuni ambienti, sempre vigili a che nulla della visione ormai ufficiale della shoah venga messa in discussione - e inclini pertanto a definir indiscriminatamente “revisionisti” o “negazionisti” tutti coloro che propongano di discostarsene in qualche modo o misura, indipendentemente dagli argomenti avanzati – in quanto timorosi in realtà che un’eventuale “ridimensionamento” di quell’immensa tragedia (non si vede peraltro in che modo possibile) possa indirettamente danneggiare oggi la politica di questo o quel governo d’Israele e sostenitori non già di una “esemplarità” delle vicende della persecuzione scatenata dai nazisti, bensì di una sua “unicità”; così come ne è prova l’ottusità a senso unico della quale danno prova molti fautori delle manifestazioni in memoria degli infoibati, che eludono qualunque serio argomento eziologico relative alle cause che generarono quell’odio feroce che si espresse poi (e, senza dubbio, in modo senz’appello condannabile) nelle atroci esecuzioni sommarie del ’45. E così come d’altronde era prova di ottusa arroganza ideologica la pervicace volontà, manifestata molto a lungo tra dirigenti e militanti del PCI, di negare la tragedia delle foibe e di accusare istericamente di “fascismo” chiunque ne parlasse, se non addirittura le stesse vittime di quei massacri. Ne è prova, ancora, la pretesa del governo di Sarkozy, in Francia, d’imporre per legge un’incontrovertibile “verità” storica e di trattare da criminale chiunque la contesti indipendentemente dai suoi argomenti; alla quale ha del resto risposta, da parte turca, analoga pretesa sia pure di segno contenutivisticamente opposto.
Chi mi ha sinora seguito in questo ragionamento, potrebbe pensare che a questo punto io dichiari che secondo me queste “Giornate” (della Memoria o del Ricordo che siano) andrebbero abolite o comunque attentamente sorvegliate, dato il carattere fazioso che le anima o le strumentalizzazioni alle quali potrebbero soggiacere. Sostengo esattamente il contrario. Sono convinto, come cittadino e come insegnante, che una sempre più approfondita e puntuale conoscenza degli orrori dei quali il genere umano è stato vittima nei secoli (e di quelli dei quali esso è stato, per converso, capace) non sia affatto né parte di quella che qualcuno ha definito “la cultura del piagnisteo”, né malsano voyeurisme pseudostorico: ma, al contrario, per un verso premessa necessaria per un altro sostanziale componente di una vigile coscienza civica a livello planetario. Tutti noi siamo per un verso vittime – magari nei nostri predecessori - di quelle violenze; tutti noi ne siamo al tempo stesso direttamente o indirettamente, consciamente o inconsciamente responsabili. E’ necessario risvegliarsi da un antico torpore, scuotersi da un vecchio malvagio incantesimo: è indispensabile persuadersi che il “non sapere”, il “non vedere-non sentire-non parlare” fanno di chi ne è adepto (cioè della stragrande maggioranza di noi) un complice obiettivo dei carnefici; ed è alquanto ozioso giocherellare con la classifica di quei carnefici, distinguere le differenti categorie di “male”, ostinarsi a sbattere continuamente in prima pagina dei mostri l’ingombrante presenza dei quali serve regolarmente a nascondere gli altri, che sarebbe scomodo smascherare e denunziare. Himmler non giustifica Pol Pot e viceversa: ma di quanti Himmler e di quanti Pol Pot negati, nascosti, dissimulati, siamo ancora responsabili? Proclamare l’equivalenza tra le tirannie è lo sterile esercizio autoassolutorio di chi si dice liberaldemocratico ed è dogmaticamente convinto dell’assoluta e unica giustezxza del sistema ch’egli perferisce: nazismo e bolscevismo sembrano viceversa, alla distanza, essere rei soprattutto di aver “introiettato” nell’Occidente, che se ne riteneva immune, ed esercitato su di esso e contro di esso quegli stessi metodi feroci e sanguinari che il colonialismo occidentale aveva per secoli impiegato in Asia, in Africa, in America latina. Nessuna shoah giustificherà mai Dresda e Hiroshima; nessun massacro dei kmer rossi assolverà mai la United Fruits e la CIA di quel che hanno fatto in Mesoamerica; nessuna Kolima renderà innocente chi ha organizzato Guantanamo; e, procedendo a ritroso nel tempo, nessun Lager e nessun gulag basteranno mai a cancellare le infamie della Tratta degli Schiavi e delle Guerre dell’Oppio, praticate entrambe da governi e da popoli che si sentivano d’altro canto altamente civili e perfino “umanitari”. Chi mai ci ha autorizzato a considerare “naturali” e magari “inevitabili” i crimini perpetrati dagli europei in mezzo millennio di colonialismo o la quasi totale scomparsa dei Native Americans?
La memoria non va confinata in una giornata di celebrazioni: va trasformata in materia di studio e di meditazione quotidiana, dai banchi di scuola agli spesso troppo distratti o troppo “condizionati” mass media. Le radici della stessa violenza che oggi sembra divorare buona parte del mondo, e che domani potrebbe invaderlo per intero, è in gran parte conseguenza degli squilibri causati da orrori e da massacri che sono rimasti senza nome e senza ricordo: e che oggi continuano, in un mondo che vede gli sprechi confrontarsi drammaticamente con al fame e nel quale alcune migliaia di privilegiati che nuotano ogni giorno in una piscina olimpionica possono permettersi d’inquinare e di sprecare, per il loro piacere, una quantità d’acqua che sarebbe sufficiente a salvare dalla sete migliaia di bambini africani. C’è un modo solo per adeguatamente onorare i martiri della shoah e delle foibe in modo adeguato: il chiudere oggi, subito, i Lager della sperequazione socioeconomica che semina vittime a livello mondiale; il denunziare a partire da ora, e con rigore, i genocidi perpetrati attualmente da chi gestisce l’ingiusto squilibrio che vede le ricchezze planetarie gestite per circa il 90% (e con un inaccettabile ventaglio di disuguaglianze interne) sì e no da un miliardo di abitanti della terra, mentre gli altri cinque sopravvivono al di sotto dei livelli di sopravvivenza ufficialmente riconosciuto dagli organismi internazionali. Finché non saremo responsabilmente convinti di ciò, la “Giornate”, della Memoria o del Ricordo che siano, saranno sempre espressione di obiettiva ipocrisia. Solo quando esplicitamente riconosceremo tutto ciò diventeremo degni di onorare in modo adeguato i martiri della shoah e delle foibe.
Franco Cardini
11 Gennaio 2012
Avrei dovuto andare a Gerusalemme e a Betlemme anche quest’anno, per la messa di Natale. Lo faccio ormai da anni, quasi tutti gli anni. Ma non sempre il lavoro ti permette lussi del genere: quest’anno ho dovuto farne a meno. Mi sono così perduto, fra le altre cose, il non troppo edificante ma in cambio piuttosto divertente round di pugilato tra alcune comunità cristiane. La notizia ha “fatto epoca”, si fa per dire, durante la settimana prenatalizia: poi tutto è rientrato nella normalità. Ma amici palestinesi mi fanno sapere che ancor adesso, in pieno gennaio, il derby intercristiano continua. Non ce ne rendiamo conto perché siamo bombardati da tante e tali notizie – dalla Terrasanta e da altrove – da far passare in secondo piano quella di qualche monaco che si picchia con qualche altro: semmai, prestiamo attenzione ai rapporti, cattivi purtroppo, tra israeliani ebrei e israeliani musulmani (e/o cristiani), tra israeliani e palestinesi e così via. In realtà, a questi bizzarri aspetti della vita vicino-orientale bisognerebbe porre maggior attenzione per capire sul serio il formicaio di problemi sottostanti alla difficile convivenza politica e interculturale di quella parte del mondo. Parliamone, allora, “fuori stagione”: perché sapere e capire queste cose farà sì che il prossimo attentato palestinese e la prossima repressione israeliana ci coglieranno meno impreparata. Continua...