La capitale dell'impero, l'esercito cristiano contro l'esercito turco, due mesi di assedio, una splendida domenica di gloria.

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«Cominciò così la grande battaglia attorno alle mura di Vienna. Era il 12, nel giorno di domenica benaugurante per i cristiani. Alle quattro del mattino, re Giovanni insieme con il figlio Jakub servì personalmente e con devozione la messa celebrata da frate Marco nella cappella camaldolese. Lo scontro si protrasse fino a sera per concludersi trionfalmente in Vienna liberata; all'alba del giorno dopo, sotto il ricco padiglione del gran visir conquistato dalle sue truppe che stavano saccheggiando il campo ottomano, Giovanni III poteva scrivere una trionfante lettera alla sua regale consorte. Terminava così, dopo due lunghi mesi, l'incubo dell'assedio alla prima città del Sacro Romano Impero e capitale della compagine territoriale ereditaria asburgica. Con esso, l'ultima Grande Paura provocata da un assalto ottomano a una Cristianità peraltro tutto meno che unita». |
Papa Francesco . Un preventivo
24.3.2013, Domenica degli Olivi
Avevamo sperato in un conclave breve, che ci desse un papa per la Domenica degli Olivi o comunque per la Pasqua. Ne abbiamo avuto uno brevissimo, dal quale è uscito come sovente accade un pontefice che non rientrava nel nòvero dei “papabili”, dei cardinali più in vista. Si è detto subito, applicando il vecchio schema della profezia post eventum, che tutto era ovvio e logico, che si trattava del candidato del cardinal Martini ch’era stato contrapposto a Ratzinger nel 2005 e che aveva raccolto parecchi suffragi eccetera. Strano che esperti e “ben informati” non avessero sottolineato tale fatto, indubbiamente significativo, prima o durante il conclave; ma che abbiano atteso che esso si compisse per proclamarlo ovvio, logico e naturale. In realtà, la mia personale impressione è che tutto fosse in realtà assolutamente inatteso: un latino-americano andava bene, ma si pensava semmai all’arcivescovo di Rio; un papa-gesuita, poi, era tradizionalmente ritenuto un ossimoro; perfino la vecchia superstizione dei cognomi dei pontefici con o senza la lettera “r”, in alternanza, è stata sfatata. Vero è che tutta la questione della rinunzia di Benedetto XVI, dell’istituzione della nuova figura del “papa emerito” e dell’elezione seguita da una consacrazione “in tono minore” di un pontefice che ha scelto un nome inaspettato e per molti versi sconvolgente si è proposta all’insegna dell’eccezione. Cerchiamo dunque di ricapitolare la dinamica di questo inedito momento della storia della Chiesa Cattolica.
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De gloria olivae
18.2.2013
Secondo la corrente e tutt’altro che sicura esegesi di quello strano e discusso testo che è di solito conosciuto come la “Profezia di san Malachia”, e che dovrebbe risalire al XII secolo ma forse è un “falso” del XVI, Benedetto XVI sarebbe il penultimo papa prima della grande persecuzione e della fine di Roma, della Chiesa e del mondo: e il motto che lo qualificherebbe sarebbe "De gloria olivae". Considerando che l’olivo è ordinariamente il simbolo della pace, la più ovvia e semplice spiegazione della profezia consisterebbe nell’attribuzione a papa Ratzinger di uno straordinario merito come costruttore e garante di pace. Il che colpisce poiché nella sua dichiarazione in latino, letta alla fine del concistoro dell’11 febbraio 2013, egli ha affermato di sentire il bisogno e il dovere di tirarsi da parte "pro bono Ecclesiae", sottintendendo pertanto a quel che pare che la sua permanenza sul soglio di Pietro sarebbe causa, o concausa, di un perpetuarsi e magari di un aggravarsi di quelle tensioni e di quelle inimicizie che – diciamolo con i termini che egli ha usato due giorni più tardi, nell’allocuzione solenne pronunziata in San Pietro in occasione della solennità penitenziale delle Ceneri – “deturpano il volto della Chiesa”-
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L'abdicazione di Benedetto XVI. Una fine, un inizio
14.2.2013
Sull’abdicazione, o se si preferisce sulla rinunzia – non certo “le dimissioni”, espressione ridicola che a caldo abbiamo usato un po’ tutti – di papa Benedetto XVI si sono dette fin troppe cose. Ora, bene sarebbe dedicarci all’ascolto e al silenzio: è appena iniziata la quaresima, tempo di penitenza, di preghiera e di preparazione alla Pasqua; il Santo Padre resterà insediato sul Soglio di Pietro fino al tramonto del 28 febbraio, allorché secondo il calendario liturgico si chiuderà il mese; il 18 marzo si aprirà il conclave; tutto è predisposto affinché il nuovo sommo pontefice possa celebrare i riti della Settimana Santa, o quanto meno cantar la messa pasquale.
Tra le molte cose vane, inutili e anche perverse che sono state dette in questi pochi giorni, particolarmente ozioso e odioso è stato il dibattito sul “coraggio” e sulla “viltà”. A chi ha tirato in ballo Dante e l’anonimo che il poeta accusa di aver pronunziato “per viltade il gran rifiuto” (e non vi sono prove definitiva che egli volesse alludere a Pietro da Morrone, cioè a papa Celestino V, per quanto la maggioranza dei commentatori antichi e moderni sia di tale avviso), qualcuno ha risposto sottolineando invece il coraggio che il papa avrebbe avuto: magari quello dell’ammettere la sconfitta, il fallimento.
Nessuna di queste ipotesi e illazioni è legittima. In realtà, l’atto di abdicazione di Benedetto XVI non ha veri e propri precedenti nella bimillenaria storia del pontificato romano: vi sono state, certo, alcune rinunzie variamente motivate e alcune deposizioni, ma nulla di veramente comparabile a questo. Tale semplice constatazione deve condurre alla conclusione che si è trattato di un gesto nuovo, rivoluzionario, con il quale il pontefice ha inviato un energico messaggio e ha impartito una chiara lezione alla Chiesa e al mondo.
E’ ovvio che si debba partire dal suo giudizio soggettivo: e magari dalla sua umana debolezza, dalla sua comprensibile stanchezza. L’ottantasettenne pontefice ha sulle spalle lunghi anni di pratico governo della Chiesa, come segretario di stato di Giovanni Paolo II, oltre ai pesantissimi otto anni di regno segnati da uno dei periodi più difficili che la Chiesa e l’intero pianeta abbiano mai dovuto affrontare almeno dalla fine della seconda guerra mondiale. Dopo un attento esame di coscienza, il papa si è reso conto che le sue forze non sono più sufficienti ad assolvere il “ministero petrino” per ragioni che egli stesso ha dichiarato, declinandole in ordine ascendente: fisiche, psichiche, spirituali. Dal momento che padre Lombardi, autorevole capo della Sala Stampa vaticana, ha ufficialmente e formalmente escluso che sia stata diagnosticata al Santo Padre qualche grave e progressiva malattia, e dal momento che le ragioni psichiche sono strettamente connesse alle fisiche, restano quelle spirituali, le più importanti? Quali? Benedetto XVI ha dichiarato di tirarsi da parte “per il bene della Chiesa”: è probabile che ciò significhi che egli ritiene che il suo permanere sul Soglio di Pietro avrebbe in qualche modo contribuito a mantenere o ad aggravare lo stato di tensione, se non di lacerazione, che oggi si avverte tanto a livello di gerarchia ecclesiale, quanto di comunità dei fedeli. Possono davvero convivere in una stessa Chiesa quelli che simpatizzano con i teocons statunitensi e chi la pensa come don Andrea Gallo?
Ma se quest’analisi è anche solo minimamente plausibile, il gesto del papa si spiega, in ultima analisi, in un modo solo. E tale modo si coglie bene esaminando rapidamente la storia del rapporto tra l’ufficio pontificio e l’istituzione conciliare tra IV e XX secolo. La Chiesa nacque come unione delle varie comunità cristiane che si posero, dal concilio di Nicea in poi, il duplice problema di come rendere coerente la loro vita sacramentale, teologica, liturgica e devozionale e di come atteggiarsi di fronte al mondo e alle potenze che lo governavano. Dei 21 concili ecumenici fino ad oggi celebrati, la stragrande maggioranza si svolse tra IV e XV secolo: tra XI e XV secolo si affermò progressivamente la funzione monarchica del pontefice, fondata sul “primato di Pietro” che tra i vescovi assegnava un ruolo speciale, in termini di auctoritas ma nel tempo anche di potestas, al vescovo di Roma. Nel primo Quattrocento, per rispondere a una forte crisi dell’istituto pontificio che si era espressa nel “periodo avignonese” e poi in due successivi scismi, il conclio di Basilea (1439-1449) espresse il parere che il governo della Chiesa avrebbe dovuto abbandonare la formula monarchica per tornare alle origini comunitarie e collegiali. Ma le teorie conciliaristiche furono battute in breccia, causa non ultima della Riforma protestante. Il concilio di Trento fu indetto nel 1545 per sanare lo “strappo” della Riforma e si chiuse, nel 1563, rendendolo definitivo e rafforzando il potere pontificio; il Vaticano I, convocato mentre Roma era assediata dall’esercito italiano aggressore, ribadì tale rafforzamento formulando addirittura il dogma dell’infallibilità pontificia ex cathedra. Meno di un secolo più tardi il Vaticano II – indetto nel 1962, in un momento di grande speranze e di grandi illusioni (il tempo di Kennedy e del boom economico) – propose il tema della modernizzazione e della democratizzazione della Chiesa, il che includeva evidentemente una prospettiva “neoconciliaristica” limitatrice del potere monarchico dei papi. Ma negli ultimi anni proprio sugli esiti del Vaticano II si era innestata, in seno alla Chiesa, una fortissima polemica. La crisi mondiale ha esacerbato differenze di prospettive, rivalità, tensioni. Paolo VI aveva già parlato il un “fumo di Satana penetrato nella Chiesa”. Satana è fondamentalmente discordia e ribellione.
All’alba del XXI secolo, la Modernità è in crisi. Zygmunt Bauman parla di una “Modernità fluida”, cioè di una Postmodernità che è già iniziata., Ma la Modernità si è riassunta, dal XV secoli in poi, in tre elementi fondamentali: individualismo; volontà di potenza dell’Occidente; primato dell’economia, della scienza e della tecnica. E’ l’Occidente-Modernità dell’uomo prometeico e faustiano che è entrato in crisi.
Papa Benedetto XVI, abdicando, pone la Chiesa e il mondo dinanzi a questa realtà. La Chiesa, nella sua bimillenaria storia, è stata più volte in grado d’interpretare il mutamento die tempi. Deve farlo di nuovo: ed è del tutto comprensibile che non sia un quasi nonagenario, che è semmai l’ultimo rappresentante del vecchio ordine ecclesiale scaturito dal Vaticano II, a guidare il rinnovamento.
C’è disorientamento e discordia, attualmente, nella Chiesa del Cristo. Che cosa si fa in una qualunque società umana – in famiglia, in un’azienda, in un condominio, in uno stato – quando qualcosa non va e si sente il bisogno di una correzione? Per prima cosa ci si riunisce e se ne parla francamente, a tutto campo. Questo tipo di riunione, in termini ecclesiali si chiama concilio. Ecco la naturale, immediata, improcrastinabile e terribile scadenza che aspetta la Chiesa. Ecco la situazione che il prossimo conclave dovrà affrontare scegliendo il papa chiamato a guidarla.
Franco Cardini
Trecentotrenta anni or sono
31.1.2013
In un tempo come il nostro, nel quale la cultura si fa principalmente per anniversari, un Trecentotrentennale potrebbe aver un suo cabalistico senso, con il suo insistere sui fatidici numeri 100 e 30: si tratta dell’età tradizionale di Gesù moltiplicata per dieci eccetera eccetera. Non è quindi poi tanto strano che ci si volga con intensità e frequenza a quel fatidico 1683 e a quel 12 settembre (quasi un 11 settembre, il giorno delle Twin Towers, ama notare qualcuno: riflessione che ricorda il celebre “Goal!, No, anzi: quasi…” dell’indimenticabile Nicolò Carosio).
Il 12 settembre 1683 le truppe congiunte dell’imperatore Leopoldo I d’Asburgo, comandate da Carlo V duca di Lorena, e del re di Polonia Giovanni III, meglio conosciuto come Jan Sobieski, sconfissero sotto le mura di Vienna lo sterminato esercito ottomano guidato da Kara Mustafa che da due mesi ormai cingeva la città del Danubio di un terribile assedio. Oggi, sta circolando nelle sale cinematografiche polacche e sta arrivando in Italia il film 1683 di Renzo Martinelli, mentre nelle poche librerie ancora superstiti nelle nostre città ci si può imbattere nella ristampa dei libri a tale evento dedicati da studiosi come lo Stoye e il Wheatcroft e alla più recente monografia Il Turco a Vienna di tal Franco Cardini, sulla quale mi sia consentito personalmente di sospendere il giudizio e mantenere il riserbo.
Perché tanto interesse attorno a quel celebre ma ormai remoto avvenimento? Soprattutto, perché negli ultimi due decenni si è sviluppata la polemica attorno a quel che per alcuni è il tentativo dei fondamentalisti islamici di colpire l’Occidente con una nuova “invasione conquistatrice” (che sarebbe la terza, dopo l’espansione musulmana tra VII e X secolo circa e l’egemonia ottomana sul Mediterranmeo e sull’Europa sudorientale tra Quattro e Settecento), mentre ha fatto discutere la teoria di Samuel P. Huntington sullo “scontro di civiltà” e infine il mondo è stato scosso dagli attentati dell’11 settembre 2001 negli Stati Uniti e dalle due guerre afghana e irakena che gli hanno tenuto dietro, scatenando crisi ancora lontane dalla soluzione.
In questo contesto, molti giornalisti e opinion makers hanno diffuso un’angosciosa domanda ucronica ostinatamente circolante a livello della divulgazione storica: non è forse vero che, se i musulmani non fossero stati “fermati” a Poitiers nel 732, a Lepanto nel 1571 e a Vienna nel 1683, oggi l’Occidente sarebbe islamizzato? La risposta degli specialisti, degli storici seri, a tale domanda, non è stata affatto quella della vecchia massima “La storia non si fa con i se e con i ma”, in quanto oggi – al contrario – si pensa fondatamente che essa non solo si possa, ma si debba fare proprio così, se la si vuol comprendere sul serio. Non parliamo tuttavia in questa sede di problemi ucronici o, come si usa dire, “controfattuali”: lo spazio ce lo vieta. Semmai, se volete, ci torneremo sopra.
Limitiamoci ai fatti del 1683. Alla fine dell’anno precedente, uno sterminato esercito ottomano (lo si è stimato di circa 300.000 effettivi, dei quali al metà combattenti e gli altri adibiti a servizi logistici e tecnici vari) mosse da Istanbul al comando del gran vizir e, attraversando Balcani e pianura danubiana, giunse a Vienna nel luglio del 1683 per venirne scacciato due mesi più tardi da una coalizione austro-tedesco-polacca alla formazione della quale aveva contribuito potentemente, con la sua opera religiosa e diplomatica e il denaro della Chiesa e suo personale (era membro della potente famiglia dei banchieri Odescalchi) il papa Innocenzo XI. Molti furono i volontari che a vario titolo e da varie contrade dell’Europa cattolica intervennero in quell’episodio: del resto, quello era un tempo di soldati professionisti, di mercenari, di contractors. E poi, la notizia della marcia dell’esercito ottomano verso nord aveva provocato nella Cristianità un ultimo, per molti versi esaltante e commovente, sussulto del vecchio “spirito di crociata”, che fu mantenuto vivo da mistici e predicatori come il cappuccino Marco d’Aviano, protagonista appunto del film di Martinelli.
Che “il Turco”, cioè il sultanato ottomano, tenesse ormai da circa due secoli e mezzo l’Europa sotto scacco, è vero: per quanto non si trattasse certo di un assedio continuo, bensì di una serie di attacchi e di conflitti alternata o accompagnata da più o meno lunghi periodi di tregua e da una rete fittissima di rapporti diplomatici, economici e culturali. Di solito, gli ottomani (insieme con i loro semisudditi e alleati, i corsari maghrebini) saggiavano alternativamente difese e reazioni dell’Europa cristiana attaccando alternativamente per mare – e minacciando quindi anzitutto la Spagna e Venezia) – e per terra, attraverso la penisola balcanica. Le grandi isole tirreniche e le coste soprattutto andaluse e italomeridionali erano oggetto di razzìe volte soprattutto al prelievo di schiavi, mentre per via di terra si rastrellavano i Balcani anche per trarne ragazzi cristiani che poi, islamizzati, sarebbero stati impiegati nel corpo militare scelto dei giannizzeri e si arrivava talvolta – lo ha ricordato anche Pasolini – sino al Friuli. D’altronde il Sacro Romano Impero, la Monarchia di Spagna e la Repubblica di San marco rispondevano ripagando di ugual moneta: anche i musulmani finivano schiavi dei cristiani, e tutto ciò determinava tra l’altro il diffuso fenomeno delle conversioni più o meno forzati. Molti erano i dignitari del sultano che, in realtà, erano dei “rinnegati” albanesi o calabresi.
Ma era davvero “scontro di civiltà”? Si direbbe di no, a giudicare dal fatto che, tra Cinque e Settecento, la principale potenza politica e militare d’Europa, la Francia, mantenne costantemente con il sultano d’Istanbul rapporti diplomatici e perfino militari improntati all’amicizia se non addirittura alla criptoalleanza, mentre dal canto loro gli Asburgo d’Austria e di Spagna erano amici e alleati dello shah di Persia, musulmano sciita e nemico del sultano sunnita ottomano; e la diplomazia portoghese, che stendeva i suoi rami fino all’Etiopia e all’India, era riuscita a interessare alla “crociata” antiottomana perfino i negus abissini i quali controllavano le sorgenti del Nilo e si sentivano minacciati dagli emiri somalo-eritreo-yemeniti vassalli di Istanbul.
Questo complesso quadro geopolitico, che va tenuto sempre presente, determinava la “scacchiera” delle alleanze e delle ostilità. I papi non avevano mai rinunziato all’idea e allo strumento della crociata: ma dovevano tener presente che molti erano i cristiani soggetti al sultano, e d’altronde erano avversati dalle potenze europee protestanti, le quali perciò guardavano a Istanbul con occhio non ostile. Venezia si sentiva sì minacciata dal Turco, ma in sul confine friulano e in Adriatico anche dagli Asburgo d’Austria e dai loro alleati, i pirati uscocchi: d’altronde, la Serenissima era titolare di massicci interessi economico-commerciali in Levante e non intendeva certo comprometterli definitivamente abbracciando con coerenza la causa crociata (anche perché i suoi stessi rapporti con la curia pontificia erano problematici, Paolo Sarpi insegni). Parigi e Istanbul si trovavano inoltre a dover fronteggiare esattamente gli stessi nemici euromediterranei, la Spagna e il sacro Romano Impero, entrambi asburgici: ciò bastava a spingere francesi e ottomani all’alleanza.
Questa complessa situazione si rifletté puntualmente sotto le mura di Vienna. Agli ordini del gran vizir erano schierate anche le truppe degli stati-vassalli cristiani della Sublime Porta: i moldavi e i valacchi ortodossi, gli ungheresi calvinisti, i luterani di Transilvania. Dall’altra parte, re Giovanni di Polonia si era portato all’assedio un contingente di tartari di Crimea ostili al loro khan, ch’era alleato-vassallo del sultano. Non c’è dubbio che nella feroce battaglia del 12 settembre, in cui la mischia era sovrastata dai due opposti slogan guerrieri “Gesù e Maria!” e “Allah akbar!”, spirasse il vento impetuoso della crociata e del jihad. Ma ciò non dipendeva dal fatto che quella fosse una “guerra di religione”: bensì dal fatto ch’era uno scontro da genti profondamente religiose, e per le quali il fatto religioso era primario e centrale. Genti che alla fede religiosa, della quale erano eprmeati, ispiravano e consacravano sempre tutti i loro atti della loro vita: anche il pane che s’informava quotidianamente, anche il lavoro agricolo e artigiano. Figurarsi la guerra, qualcosa di così alto e terribile da non potersi intraprendere se non nel nome di Dio. E’ questo elemento, oggi scomparso nella Modernità occidentale e sopravvissuto nello stesso mondo islamico molto meno di quanto di solito si dica e si creda, che noi siamo incapaci di correttamente valutare e che c’induce a grossolani errori.
Niente scontro di civiltà, dunque, sotto Vienna. Le civiltà cristiano-occidentale e musulmano-sunnita, diverse certo ma provviste delle medesime radici (il monoteismo abramitico e la cultura ellenistica) e strettamente intrecciate tra loro (la diplomazia, il commercio, i rapporti culturali, la frequentazione del medesimo mare, i centri urbani d’incontro e di convivenza siti lungo le coste e le frontiere) avevano contribuito a configurare un complesso e delicato ma anche robusto equilibrio, che consentiva continui scambi e reciproci vantaggi. L’affermarsi della tecnologia occidentale di élite a Istanbul, a Isfahan e perfino a Delhi (dov’erano apprezzati l’ingegneria soprattutto navale, la tecnologia delle armi da fuoco, con maggiori resistenze la stessa arte della stampa) e lo svilupparsi nel nostro Occidente di quelle cultura orientalistica ch’è parte integrante e irrinunziabile della Modernità e della sua Weltanschauung sono prove di questa integrazione e di questa convivenza solidissima.
Questo equilibrio è stato spazzato via dal turbine della prima guerra mondiale, che lo ha distrutto per sempre (basti pensare agli errori e alle scelte criminose dei vincitori del 1918 nella gestione delle terre dell’ex impero ottomano), e dagli sviluppi del complesso movimento di decolonizzazione-neocolonizzazione, che ha sottoposto il mondo allo sfruttamento cinico e sistematico delle lobbies multinazionali, delle quali i governi occidentali sono ordinariamente dei “comitati d’affari” e alle quali le forze militari internazionali troppo spesso si prestano a fra da ascari e da gurka. E’ troppo facile imporre, come spiegazione del diffuso malessere contemporaneo – quello che si riiscontra nel mondo musulmano e che ormai sta incendiando da tempo l’Africa – il “fanatismo” dei fondamentalisti musulmani. Ieri nel mondo premoderno e protomoderno, come mutatis mutandis oggi nel mondo postmoderno, non esistono gli “scontri di civiltà”. Esistono gli scontri fra opposte volontà di potenza, i conflitti tra imperi. Così è, se vi pare. E anche se non vi pare.
Franco Cardini
La guerra e i libri
30.1.2013
Cari Amici, rassegniamoci. Nell’ultimo decennio, tra Iraq, Afghanistan, Siria, Iran eccetera ci siamo dovuti occupare fin troppo di Vicino e Medio Oriente. “Assalto fondamentalista” o interessi occidentali? Ora, l’una e l’altra cosa sembrano essersi focalizzati sul continente africano. Il secondo decennio del XXI secolo ci obbligherà a cercar di diradare un po’ la foresta della nostra ignoranza sulle cose dell’Africa. La crisi libica segnata dalla morte di Gheddafi ma con essa non conclusa ne è stata il segnale d’avvìo; d’altronde lo stesso Egitto, che attraversa in questi giorni una crisi di gravità tanto inaudita quanto inattesa in Occidente, dove per lungo tempo il paese del Nilo era stato indicato a modello di “primavera araba”, è un paese africano.
Non fu un conquistatore musulmano fanatico a bruciare la biblioteca di Alessandria: eppure il mito ha retto per secoli, e viene tutt’ora rispolverato di tanto in tanto. Forse perché i roghi dei libri ci fanno paura tutti e sempre – dagli autos de fé alle cerimonie notturne degli studenti nazisti a Fahrenheit 451 - e perché ci risuona ancora dentro la desolata massima di Heine, “Chi brucia i libri, prima o poi brucerà anche gli uomini”.
Ora, dal martoriato Mali, ci arriva un’altra notizia agghiacciante che ci rinvia all’orrore dei delitti contro la civiltà e l’intelligenza. Per quanto ne sappiamo da notizie che provengono da fonti a quel che pare tunisine, nell’antica e gloriosa città di Timbuctu – nel nord del Mali, un po’ a nord della “grande curva” del Niger - i guerriglieri jihadisti avrebbero bruciato un palazzo contenente un’importante biblioteca. L’edificio danneggiato, forse distrutto, potrebbe essere (ma nulla di sicuro per ora è stato appurato) quello del centro di documentazione e ricerche Ahmed-Baba, fondato nel 1970 con l’apporto dell'UNESCO e inaugurato nel gennaio del 2009 dal presidente maliano Amadou Toumani Touré. La biblioteca del centro è ricca di circa 18.000 manoscritti: una delle più ricche dell’Africa nordoccidentale, insieme con la mitica raccolta di Chinquetti in Mauritania.
La città di Timbuctu, la “regina del deserto” alle cui favolose ricchezze giunse per primo, nel Trecento, il viaggiatore arabo Ibn Battuta, è contesa tra i miliziani “fondamentalisti” di Ansar Dine guidati da Iyad Ad Ghali e i militari francesi che appoggiano l’esercito governativo del Mali e i contingenti militari forniti da Niger, Nigeria, Chad, Senegal, Burkina Faso, Algeria e Mauritania.
Va detto che il panorama politico-militare (e socioeconomico) maliano è molto più complesso di quanto i nostri media non abbiano finora presentato. Lo schema superficiale, ampiamente divulgato tra noi, è quello di una specie di “crociata per l’ordine interafricano” in appoggio al governo del Mali, cui quello francese ha dato il suo supporto con il pieno assenso dell’AU (L’Unione Africana) e dell’ECOWAS (Economic Community of West African States, contro l’azione destabilizzatrice del MNLA tuareg (Mouvement National de Libération de l’Azawad) che ormai sembra però scalzato e al posto del quale si sono imposti i “fondamentalisti” di Ansar Dine e più di recente il MUJAO (Mouvement pour l’Unicité et le Jihad en Afrique de l’Ouest), sorto nel 2012, e lo AQIM (Al Qaeda in the Islamic Maghreb), un tempo noto come “Gruppo Salafita di Predicazione e di Combattimento” e costituito soprattutto da Cabili provenienti dall’Algeria e da sarawi del Sahara occidentale. Se i tuareg del Mali settentrionale lottavano per l’indipendenza e la nazionalizzazione delle ricchezze del loro territorio opponendosi al governo di Bamako e alle multinazionali che in accordo con esso ne organizzano gestione e sfruttamento, i nuovi gruppi di guerriglieri – che sembrano animati da un esclusivo rigore di tipo religioso – svolgono un’azione ambigua, fatta di colpi di mano e di rapimento di ostaggi: e non mancano gli osservatori i quali hanno segnalato la presenza, nella loro leadership, di agenti provocatori legati alla CIA e alle multinazionali che avrebbero il compito di compiere azioni tali da “obbligare” le potenze occidentali all’intervento e a fondare quindi un più rigido controllo sui ricchissimi territori nordafricani (le popolazioni dei quali, tra le più povere del pianeta, non godono per nulla del flusso di ricchezze che sgorga dal loro seno). Il numero di gennaio 2013 dell’autorevole rivista panafricana “NewAfrican” ha denunziato questa situazione, che interessa si può dire l’intero continente, con un’edizione speciale dal titolo The sponsors of war. Un altro periodico importante, “The African Report”, già nel numero del dicembre scorso denunziava una situazione già grave, ma che solo nelle ultime settimane il rischio corso dagli interessi locali delle lobbies francesi ha portato al proscenio mondiale.
E’ quindi credibile che i fondamentalisti incendierebbero libri e biblioteche solo perché sono dei musulmani fanatici, impegnati in una loro violenta e bigotta “rivoluzione culturale”? O invece le notizie provenienti da Timbuctu, se confermate, ci metterebbero dinanzi a una provocazione architettata da chi ha interesse a gettare discredito sui movimenti degli insorti governativi? Poiché non dobbiamo dimenticare che quella che è in atto nel Mali non è una guerriglia di fanatici cui si sta rispondendo con un’operazione di polizia, bensì una vera e propria guerra civile dietro alla quale si agitano ingenti interessi statunitensi, europei, arabi (sauditi ed emirati) e ormai anche cinesi.
Tutto ciò, confessiamolo, ci coglie come s’è detto in apertura di questo articolo tragicamente impreparati. Sull’Africa, la nostra “cultura diffusa” è praticamente al grado zero, e i mass media non ci aiutano. Timbuctu, che nella primavera scorsa fu conquistata dagli insorti nel corso di una guerra ch’era per il momento ancora “dimenticata”, era stata dichiarata nel 1988 dall’UNESCO “Patrimonio Mondiale dell’Umanità”. Fondata verso l’XI secolo da mandinghi ben presto islamizzati dagli almoravidi marocchini, ebbe il suo periodo di massimo splendore sotto il sovrano Kankan Musa (noto anche come Mansa Musa), che ci è noto grazie a Ibn Battuta e a Ibn Kaldun: a Timbuctu, che si avvalse della disgregazione del vicino impero del Ghana, convergevano le carovane provenienti dal Mediterraneo, dall’Egitto e dall’Arabia, mentre fiorente era il traffico fluviale sul Niger; più tardi la sua indipendenza decadde e il territorio fu conteso tra portoghesi e marocchini.
Ma per gli occidentali, Timbuctu era un mito. Solo nel 1828 l’esploratore francese René Caillé, travestito da nomade, giunse ad ammirarne lo splendore, o almeno quel che rimaneva delle moschee e dei palazzi dell’antichità. Annessa nel 1898 all’Africa Orientale Francese, entrò nel 1960 nella neonata repubblica del Mali, che dopo una prima fase socialista si è andata configurando come un regime autoritario egemonizzato da militari e un po’ come tutto il resto dell’Africa del nord-ovest legato alla vecchia potenza coloniale, la Francia, e ai gruppi finanziari e tecnologici soprattutto da essa espressi. Le aspirazioni all’autonomia del nord, specie da parte dei gruppi etnici tuareg, vi allignano da vecchia data: ma in Mali ci sono l’uranio e l’oro, materie prime i proventi dell’estrazione e dell’esportazione delle quali solo in minima parte ricadono sulle popolazioni locali. Ora, anche grazie alla diffusione dei media, i popoli africani stanno prendendo sempre più coscienza di queste tragiche ingiustizie: è pensabile che le accettino senza reagire? Il nostro Occidente è strapieno di ex marxisti ormai passati al conservatorismo e al liberismo. Ma è possibile che quando erano marxisti fossero tanto ignoranti o tanto in malafede (e che oggi siano tanto smemorati) dall’ignorare allora e/o dall’aver dimenticato oggi una delle più preziose lezioni di Marx, cioè che i popoli non avevano in passato e molti di essi non hanno oggi a disposizione se non linguaggio e valori religiosi per esprimere la loro protesta e dar voce alle loro aspirazioni? A queste cose si dovrebbe prestare maggior attenzione, anziché accontentarsi di denunziare con toni da basso illuminismo e con frettolosa superficialità del “fanatismo” e del “fondamentalismo” degli insorti. Se a Timbuctu c’è stato un rogo di manoscritti, il secolare sfruttamento del continente africano ne porta la parte più grande di responsabilità. E la “crociata” di monsieur Hollande, affiancato dai governi del centro-nordovest africano in cronica combutta con le lobbies occidentali, è la più recente espressione della violenza neocolonialista che ormai ha perduto ogni ritegno e non esita più a manifestarsi apertamente, certa che la coscienza civica e la capacità critica delle nostre società civili sono ormai narcotizzate. Nell’imminenza delle elezioni del 24 febbraio, chiediamo ai candidati al Parlamento di esprimersi contro questa vergogna, anziché ripararsi dietro l’oscena litania del “rispetto degli impegni internazionali assunti”. L’impegno ad esser complici di atti di pirateria internazionale formalmente legalizzata ci disonora e va cancellato al più presto ed esplicitamente.
Franco Cardini
Francesco: il più inascoltato dei santi italiani
25.10.2012
Non so, e senza dubbio può essere una mia personale ignoranza, chi abbia mai pronunziato per primo la peraltro fortunata formula “Francesco, il più santo degli italiani, il più italiano dei santi”. Si tratta senza dubbio di uno slogan efficace: molti lo attribuiscono a Benito Mussolini, il quale effettivamente lo fece proprio fin da quando nel 1926, in coincidenza con la celebrazione del settecentenario del Transito del Povero d’Assisi, volle conferire all’evento il carattere della celebrazione nazionale segnata da una solennità paragonabile a quanto si era fatto cinque anni prima, in coincidenza con il seicentenario della morte di Dante. Il nesso tra Dante e Francesco, a parte il celebre canto XI del Paradiso, era evidente: si tratta dei due principali fondatori della lingua e della poesia italiane, e nel processo di costruzione dell’identità nazionale necessario al consolidamento dello stato nazionale l’idioma era valore fondamentale.
E’ tuttavia credo possibile (personalmente non ho fatto verifiche) che la celebre formula sia dovuta non già a Mussolini, bensì a Vincenzo Gioberti: nel qual caso è molto probabile che essa sia stata segnalata al Duce, che la fece propria, da Giovanni Gentile il quale del Gioberti appunto era attentissimo studioso. Essa è d’altronde azzeccata nella misura in cui ci si pone il problema di quando sia nata la nazione italiana, di quando si sia potuto cominciar a parlare di italiani (e non solo di “italici”, vale a dire di abitanti della penisola). Non c’è dubbio che una nazione si definisce primariamente attraverso l’idioma: in questo senso, il Cantico delle Creature – che è tra l’altro, con la sua lode altissima al Creatore e al Creato, un perfetto e inimitabile manifesto anticataro scritto proprio in un momento nel quale la Chiesa era impegnata nella lotta (anche armata) contro l’eresia che veniva ordinariamente chiamata “albigese” – ha il valore di un vero e proprio atto di fondazione dell’identità nazionale.
Se tutto ciò non serve a comprovare che Francesco sia davvero “il più santo degli italiani” (anche perché stabilire un Guinness dell’intensità santorale resta cosa ardua se non impossibile), vale quanto meno a verificare la validità della seconda parte di quella fortunata definizione: “il più italiano dei santi”, nel senso che nessuno tra i canonizzati dalla Chiesa ha mai fatto per la lingua e quindi per l’identità nazionale italiana quel che ha fatto Francesco in quanto scrittore e poeta.
Ma da qui a ritenere che sul serio se ne possa ricavare un modello di “santità italiana”, ce ne corre. Specie adesso, in tempi di Modernità sia pure in crisi e di consumismo sia pure in pericolo.
Basta riflettere: in che cosa consiste la Modernità, quanto meno quella che Zygmunt Baumann ha definito “Modernità solida”? Nata nel Quattro-Cinquecento, essa non è certo priva di radici e di una qualche continuità con la storia del mondo occidentale (ch’era a quel tempo l’Europa erede della pars Occidentis configurata dall’Editto di Teodosio e segnata dalla disciplina ecclesiale romana e dall’uso liturgico, giuridico e civile della lingua latina), ma rappresenta tuttavia una vera e propria rivoluzione che ha ridefinito l’Occidente stesso. Si può addirittura sostenere che Modernità ed Occidente moderno e contemporaneo coincidano: che, insieme, costituiscano una indissolubile endiadi e una realtà profondamente rivoluzionaria. Credo si possa adddirittura parlare di una “rivoluzione occidentale” alla base del mondo moderno: essa è anzitutto originariamente basata su un geniale rovesciamento di rapporti tra produzione e consumo (tra XII e XV secolo si verificò un ribaltamento di piani nell’Europa occidentale, sulla base del quale non fu più il consumo a regolare i ritmi della produzione, come si era sempre verificato e avrebbe continuato a verificarsi in qualunque altra civiltà umana, bensì questa a dover seguire il trend indefinitivamente ascendente di quello in una travolgente corsa verso l’altrettanto indefinita crescita dei profitti). Quella “rivoluzione occidentale”, accompagnata con la decisa riscoperta dei valori filosofici antichi, consentì la nascita di un individualismo sempre più assoluto e del primato dell’economia e della dimensione del progresso (le scoperte e le invenzioni) che le tennero dietro. Le basi della “rivoluzione della Modernità” furono l’individualismo – dal quale nacquero stati assoluti prima, democrazie più tardi – e la Volontà di Potenza applicata in ogni campo, dall’economico al finanziario al politico al militare al tecnologico. Tali le forze che indussero, e che in un certo senso addirittura obbligarono, il mondo occidentale a farsi padrone della terra e dei popoli che la abitano, avviando “economia-mondo” e “scambio asimmetrico”. Tali le forze che adesso sono entrate in crisi in quella che il Baumann ha definito “Modernità liquida”, che le contesta, mostra di non confidare più in esse ma al tempo stesso ha difficoltà a sostituirle con altri valori, con altri obiettivi.
Ebbene: se è così, il Povero di Assisi fu un santo radicalmente antimoderno, sia pur ante litteram. Quando si parla della “povertà francescana”, si dimentica spesso quel che mi sembra fra tutti gli studiosi del nostro tempo sia stato sottolineato con energia, fermezza e lucidità speciali da Giovanni Miccoli: la paupertas francescana, esattamente in linea con il “Discorso delle Beatitudini” di Gesù, è non già semplicemente egestas, non già puro e limitato rifiuto della ricchezza materiale, bensì totale e radicale rinunzia a qualunque tipo di Volontà di Potenza individuale; a partire dalla sapienza e dalla cultura, a loro volta forme fondamentali di ricchezza e di potere.
Ma appunto in ciò il modello e l’esempio di Francesco colpiscono la radix omnium malorum della Modernità, ch’è in ultima analisi il culto sfrenato e unilaterale di qualunque forma di individualismo e di Volontà di Potenza. Il “farsi pusillo” di Francesco, il proclamarsi Ultimo, il mettersi al servizio degli Ultimi, configura non solo una teologia ma soprattutto un’antropologia in totale, assoluto e insanabile contrasto con quanto è prevalso in Occidente nell’ultimo mezzo secolo e con quanto il travolgente e prepotente revival liberal-liberistico postmoderno va proclamando da alcuni anni a questa parte.
Francesco va di moda: gli si dedicano romanzi, films, “originali” televisivi. Va di moda in una società che, di fatto, ne disattende, ne offende e ne calpesta di continuo il modello e l’esempio. La Modernità può essere anche “cristiana” e “postcristiana” nelle forme, nelle consuetudini e nell’esteriorità; può confondere la carità con l’umanitarismo e l’altruismo che ne sono patetica e superficiale caricatura; ma è radicalmente antifrancescana in quanto è radicalmente cristiana, e non ci sono “cristianisti”, non ci sono “atei devoti” che tengano. E’ antifrancescana, e come tale anticristiana, in quanto sostituisce sistematicamente e irremissibilmente l’Ego a Dio, in quanto predica libertà religiosa e tolleranza solo in quanto legittimazioni di un sistema civile, sociale, morale e intellettuale di vita da viversi etsi Deus non daretur. E’ antifrancescana, e come tale anticristiana, in quanto sostituisce sistematicamente il fiat voluntas Tua del Pater Noster con un blasfemo fiat voluntas mea.
In questo senso, Francesco d’Assisi può anche essere il più affascinante e il più amato dei santi: ma resta anche il più disatteso, il più tradito, il più inascoltato. Se non si capisce tutto questo, il solenne scenario di ogni 4 ottobre ad Assisi diventa un’oscena e blasfema parodia. Se lo si capisce, da qui deve cominciare la Rivoluzione.
Siria, A. D. 2012
8.10.2012
Credo che le incaute speranze e gli ancor più incauti entusiasmi per le cosiddette “primavere arabe” si siano ormai volatilizzati, soprattutto in seguito alla vicenda che ha coinvolto Gheddafi in Libia. Gheddafi è stato un tiranno a lungo tollerato e perfino adulato dagli occidentali, finché questi, soprattutto i francesi e i britannici, non hanno cominciato ad accorgersi che egli stava rompendo le uova nel paniere ai loro interessi africani, opponendosi contemporaneamente alle speculazioni di alcune multinazionali nei lucrosi campi dell’acqua e della telefonia in quel martoriato continente. Allora, le coscienze democratiche degli europei si sono repentinamente risvegliate: e la NATO si è affrettata a una “manovra d’interposizione” a senso unico tra il colonnello e i ribelli di Bengasi, promossi “patrioti” e “democratici” sul campo. L’uccisione di un diplomatico statunitense a Bengasi il 12 settembre 2012 in seguito ai moti provocati da un provocatorio film offensivo nei confronti dell’immagine del Profeta ha poi provato che quei “democratici” non erano del tipo che i media occidentali di solito immaginano e ha subito fatto scattare le solite querimonie contro i “fanatici fondamentalisti”. Continua...