Minima Cardiniana, 37

Domenica 31 agosto 2014, XXII Domenica del Tempo Ordinario

FORSE UN TERRORISTA, FORSE UN RIVOLUZIONARIO...

Siamo dinanzi a una svolta? Certo, quanto sta accadendo nel Vicino e nel Medio Oriente mette davvero a dura prova la nostra capacità di giudizio. Come viatico, vi raccomando caldamente e sinceramente il numero di settembre del mensile “Monde diplomatique”. Non che tutto, intendiamoci, sia in quelle pagine convincente: per esempio non lo è Peter Harling, quando dichiara che le conquiste militari degli jihadisti dello Stato Islamico “approfittano della scomposizione degli stati del Vicino Oriente” (il che è sacrosanto) “e vanno in senso contrario rispetto alla strategia degli Stati Uniti” (hanno una strategia, attualmente, gli USA di Obama?) in quanto “ignorando sempre più l’occupante americano, scatenano una guerra confessionale tra sunniti e sciiti”, laddove appunto Osama, per estirpare il malanno jihadista, conterebbe “anzitutto sugli attori regionali”. Un’analisi abbastanza contorta, che però prescinde a quel che sembra da un problema: chi è che davvero vuole la “guerra confessionale”? Solo e/o soprattutto al-Baghdadi? Arabia saudita ed emirati vicini, a parte il giamburrasca qatariota che fa parte per se stesso, non ne saprebbero nulla? Ma nello stesso numero di quel periodico una bella analisi di Serge Halimi fa il punto sulla “nuova guerra fredda”, mentre all’interno Ismail Alexandrani ce la canta una buona volta – ed era l’ora! – bella chiara, affermando apertamente e limpidamente che dappertutto, dove gli stati si ritirano, succede loro il caos (e se confrontiamo questa verità indubitabile con l’attività destabilizzatrice diretta o indiretta che le potenze occidentali hanno svolto nel mondo durante l’ultimo ventennio, dalla crisi balcanica alla prima guerra del Golfo in poi, tutto diventa ohimè più comprensibile: ma allora, parafrasando un noto detto francese, per saper che cosa c’è sotto bisogna chercher la lobby…). Infine, Antoine Scwhartz fa il punto sulla contraddizione tra progressi socioeconomici delle élites che gestiscono l’Unione Europea e la sua stagnazione di fatto, accompagnata dalla desolante ma non certo involontaria assenza di una visione diplomatica comunitaria. Insomma: tutto il caos nel quale viviamo.

Di questo caos, ogni giorno immagazziniamo magari senza capire nuove prove. Tutto quel che accade ha un senso, certo: il punto è capire quale. La nuova tregua tra Israele e i palestinesi di Gaza sembra più solida e meno aleatoria delle altre; ha da una parte fatto cadere verticalmente il consenso che i cittadini israeliani assegnavano al loro premier Nethanyahu, ma d’altro canto ha fatto emergere che ormai i vertici israeliani danno l’impressione di non confidare più troppo, o esclusivamente, sulla loro amicizia nei confronti degli Stati Uniti d’America e cominciano a guardare anche altrove, verso la stessa Russia di Putin. L’a modo suo ineffabile monsieur Hollande riceve il 27 agosto all’Eliseo gli ambasciatori accreditati in Francia e annunziandosi ben deciso a combattere lo Stato Islamico di al-Baghdadi senza quartiere si abbandona a una performance di neolingua orwelliana che lascia senza parole, con frasi come queste: “Assad non è più un partenaire della lotta contro il terrorismo, è l’alleato obiettivo dei jihadisti” (vedere per credere: cfr. “Le Monde”, 28.8.2014, p. 2). Proprio così: l’uomo politico europeo che più decisamente di qualunque altro ha appoggiato con il massimo cinismo le forze jihadiste in Libia e in Siria contro Gheddafi e Assad, ora cambia con disinvoltura campo e accusa gli altri d’incoerenza. D’altro canto Obama viene messo sotto accusa da Hillary Clinton per la sua indecisione: se egli avesse appoggiato con decisione a suo tempo i siriani ribelli ad Assad, argomenta la signora, adesso non si troverebbe a dover intervenire contro i jihadisti in Iraq come prima o poi in un modo o nell’altro dovrà fare… Sissignori, perché un uccellino ha sussurrato a mrs. Clinton che le forze siriane ribelli ad Assad avrebbero avuto misteriosamente, carismaticamente, la forza, le intenzioni e il coraggio di esprimere dal proprio stesso seno gli anticorpi che avrebbero neutralizzato quei jihadisti ch’erano magna pars della loro stessa compagine. Ed è stato appunto anche perché intimidito dalle possibili conseguenze di una sua decisione diversa che Obama ha rifiutato ad Assad un appoggio contro i jihadisti dello Stato Islamico: ma sul fatto che Assad – il quale ha alle sue spalle l’appoggio della Russia e dell’Iran – non sia affatto un isolato, e che lo stesso Israele lo preferisca agli jihadisti, i quali, sul problema del Golan, sarebbero di fatto (se riuscissero ad affermare le loro teste di ponte) molto meno accomodanti di lui, ovviamente, Osama tace e la signora Clinton anche. E noi poveri uomini della strada e casalinghe di Voghera ci domandiamo: a che gioco si gioca? Chi crede davvero di poter continuar tanto a prenderci in giro? Perché gli appelli degli iraniani, che da mesi insistevano sui pericolosi movimenti di gruppi jihadisti ad ovest della loro frontiera, non sono mai stati presi sul serio? O è considerata, al contrario, molto opportuna sotto il profilo geopolitico la minaccia dello Stato islamico sunnita alla linea di frontiera dell’Iran sciita? Ne sanno nulla, di tutto ciò, i petrosceicchi della penisola arabica? A giudicare dell’eccellente armamento dei miliziani di al-Baghdadi (che reclutano – orrore!, commentano i nostri media – anche i bambini), si direbbe di no. Del resto, a proposito di bambini, è noto che se qualcuno di essi muore sotto le bombe, a Gaza, ciò dipende solo dal fatto che quelli di Hamas li utilizzano come scudi umani per proteggere i loro missili e i loro tunnel…

Insomma, siamo appunto in pieno caos. Che la storia non abbia alcun senso intrinseco, del resto, siamo d’accordo: non, almeno, sul piano immanente. Che ne abbia uno su quello trascendente ne sono persuaso, ma non sono né in grado di provarlo né, tantomeno, di capire e spiegare quale esso sia. Certo, però, la storia ha delle regole di comportamento più o meno empiricamente coglibili. Quella del costante rapporto tra successo e giudizio storico diffuso ne è una. Ad esempio, un terrorista e/o un criminale che hanno successo diventano dei rivoluzionari; e viceversa un rivoluzionario che fallisce diventa un terrorista. Puo essere imbarazzante se non terribile pensarci, ma se Hitler avesse vinto la seconda guerra mondiale come sarebbe giudicato oggi il regime nazionalsocialista? Che cosa si saprebbe di Auschwitz? E come si giudicherebbero figure quali Franklin Delano Roosevelt o Winston Churchill? Riuscite a immaginarvi un mondo nel quale poco o nulla si sapesse della Shoah…e in cambio tutto e di più, magari, sui Gulag e sullo sterminio degli indiani d’America?

Detto in altri termini, possiamo senza dubbio ritenere che sia andata meglio così com’è affettivamente andata. Ma l’essere certi che tutto sia obiettivamente andato per il meglio è qualcosa di cui possiamo esser certi solo in via ipotetica: e che sarebbe comunque impossibile comprovare obiettivamente e scientificamente. Una delle principali tragedie della storia è che, quando si verificano scontri e conflitti, non c’è mai uno che ha Ragione e uno che ha Torto; e che tra i protagonisti della storia non c’è infame che non abbia “le sue” ragioni” né nobilissima figura che non abbia “i suoi torti”.

Ho scelto di proposito un esempio scomodo e magari scandalizzante, di quelli che mettono a disagio, per invitare alla cautela e all’equilibrio. Siamo tutti scossi e interdetti dinanzi alla non si sa quanto resistibile ascesa di al-Baghdadi e del suo Islamic State. Ma come si può esser certi da che parte sia il “Male assoluto”? Ed esiste poi esso nel mondo della storia che per sua natura è il regno del relativo, dal momento che l’assoluto è una categoria appartenente alla teologia, alla filosofia, alla matematica, ma non alla storia ch’è per sua natura il regno non già del “relativismo”, bensì della relatività?

E allora, insomma, chi sarà mai questo Bilal Bosnic, musulmano di Bosnia (musulmano per tradizione familiare o neoconvertito a sua volta?) che piove in Italia e si presenta come reclutatore di giovani da avviare alla carriera di guerriglieri islamici?

“La Repubblica” lo ha intervistato giovedì 28 agosto scorso pubblicando a p. 12 la sua allucinante intervista: e, dalle battute che egli ha scambiato con i giornalisti Giuliano Foschini e Fabio Tonacci, esce un quadro tanto interessante e se si vuole fascinoso quanto allarmante e, sotto molti aspetti, problematico. Intanto, sembra di capire che il nostro parli bene italiano, dal momento che sostiene di star facendo un giro per le comunità musulmane del nostro paese predicando nelle moschee. Sì, ma in che lingua? Non certo in arabo, lingua sacra della religione coranica ma conosciuta poco dai non-arabi, che semmai si limitano a ricordare a memoria il testo di passi del Libro Santo e/o delle preghiere. E allora? In basic english? O nella nostra lingua? Il fatto che ripetutamente egli usi la parola araba jihad al femminile, mentre si tratta di un termine maschile, fa pensare che non padroneggi troppo tale idioma (a meno che l’errore non sia dovuto ai due giornalisti). Ma egli spiega appunto quella parola sostenendo si tratti di “guerra santa”: mentre qualunque buon musulmano sa perfettamente che il jihad è comunque uno sforzo del fedele compiuto in un senso gradito a Dio, ma non dev’essere necessariamente militare: anche un impegno sociale, o umanitario, può essere jihad. E allora? Siamo davanti a un musulmano grossolanamente erudito o a un propagandista che volontariamente semplifica, magari nell’intento di cambiare di tanto in tanto le carte in tavola?

Il sospetto diviene più intenso quando Bosnic, con evidente piglio – stavolta rassicurante e conciliatorio - precisa che lo stato islamico del quale egli è sostenitore non vuole affatto cacciare i cristiani, ma si limita a chieder loro un contributo fiscale se intendono mantenere la loro fede in terra d’Islam. Qui, le informazioni che egli ci passa sono vere a metà: e una mezza bugia può talvolta esser peggiore di una bella, rotonda menzogna.

In effetti, è vero che il diritto sharaitico permette ai “popoli del Libro” - che sono essenzialmente ebrei e cristiani: ma tali vengono considerati di solito, dove ci sono, anche gli zoroastriani e addirittura i buddhisti e gli yezidi – i quali non sono propriamente “pagani”, “idolatri”, di mantenere la loro fede se accettano di esercitare solo un culto privato, di rinunziare al proselitismo e di pagare certe tasse (la jizija e il kharaji). Nella tradizione musulmana si tratta di tasse piuttosto lievi: al punto che molti cristiani, i quali sotto l’Islam sarebbero stati tentati di convertirsi per far carriera, ne erano dissuasi dal fatto che, divenuti musulmani, avrebbero dovuto pagare la cosiddetta “elemosina legale”, la zakat, che magari era più pesante. Ora, per quel che sappiamo noi, nello stato islamico del califfo al-Baghdadi i cristiani non solo vengono sottoposti a intimidazioni e minacce, ma vengono anche obbligati a pagare una tassa esorbitante: praticamente, vengono spogliati dei loro beni o quasi. Ora, tutto ciò è la negazione del diritto sharaitico, non il suo compimento: perché una tassazione eccessiva equivale a una forma di costrizione, e sul fatto che nessun ebreo o cristiano possa essere obbligato a convertirsi all’Islam il Profeta e la sua legge sono chiarissimi.

Su altri punti dell’intervista rilasciata, al contrario, Bosnic abbandona la linea rassicurante e si presenta addirittura più aggressivo di quanto non sia consentito a un buon musulmano. Che cosa vuol dire che lo stato islamico vuol conquistare il mondo intero, Vaticano compreso? Il cristianesimo stesso, che pur passa per essere molto più pacifico dell’Islam, auspica un domani nel quale tutta l’umanità sarà “un solo gregge sotto un solo pastore”. Ma quest’aspirazione all’unione nel segno della vera fede, comunque, è comune a tutte le religioni abramitiche: ed è, in tutte, un’aspirazione escatologica: nella storia quindi, ma alla fine di essa. Ora, appunto per questo, confondere la tattica e la strategia di un movimento politico-religioso, sia pure caratterizzato da un forte elemento proselitistico e militare, con le aspirazioni escatologiche, è un escamotage propagandistico un tantino di bassa lega. Tutti i buoni musulmani, non diversamente dai buoni cristiani e dai buoni ebrei, sanno bene che l’avvento del regno di Dio sulla terra potrà avvenire anche attraverso guerre e sofferenze, ma sarà un momento di pace, di concordia e di giustizia. Che i musulmani lo immagino come totale islamizzazione e i cristiani come totale cristianizzazione, è ovvio e normale: ma soggettivo. Quel che i primi auspicano e si aspettano è il trionfo della Volontà divina, che per loro è espressa nel Libro Sacro; esattamente lo stesso che è atteso e voluto dai cristiani, solo che per loro il trionfo sarà la parola dell’Uomo-Dio. La Parola, appunto, che per i musulmani è un Libro e per i cristiani un Uomo.

Peraltro, esprimendosi in modi proselitistici e propagandistici, che non esitano a trascendere nella minaccia, Bosnic non si comporta in modo diverso dai tanti che, da noi, spargono continue menzogne e calunnie contro l’Islam. Il fatto è, tuttavia, che egli ha fatto propria una visione della sua fede che non solo è radicale, ma è anche – contrariamente alle apparenze – molto moderna. Egli non è altro, e sa benissimo di esserlo, che un propagandista al servizio delle fitna, la guerra civile tra sunniti e sciiti che è sempre stata endemica nell’Islam, ma che soltanto negli ultimi decenni si è scatenata con violenza, avendo come protagonisti gli emirati sunniti della penisola arabica da una parte e l’Iran sciita dall’altra. Questa è la vera guerra che interessa Bosnic. E lui a un certo punto lo dice con chiarezza. Che poi la fitna islamica coinvolga trasformandoli in vittime e in perseguitati anche cristiani e yezidi, e in prospettiva anche ebrei, magari è vero, ma è un altro discorso; e che essa poi sia sul punto di tracimare anche in Occidente, magari sotto forma di terrorismo, è probabile, ma è un’altra faccenda. Tuttavia non ci si può esimere dal dargli ragione quando ricorda che è stato il mondo “occidentale” ad aggredire, asservire, spogliare quello musulmano, non viceversa; e la storia dei movimenti musulmani modernisti e radicali dell’ultimo secolo, dalla fine della guerra mondiale ad oggi, è stata la storia della reazione violenta a un assoggettamento tanto più odioso in quanto ammantato di valori quali la libertà e la democrazia. Guantanamo, a parte la differenza d’intensità, di estensione e di aspetti tecnici dei due fenomeni, non è diversa da Auschwitz. Ma c’è un dato allarmante che di solito si passa sotto silenzio. Auschwitz è tragicamente coerente con il regime politico che essa rappresenta e con i valori che esso rappresentava; parallelamente, Guantanamo ne rappresenta viceversa la negazione; e il contrasto, la contraddizione, sono troppo sconvolgenti, troppo tragicamente paradossali. Se una tirannide crea Auschwitz se ne può provare orrore, non meraviglia; quanto è una democrazia a concepire Guantanamo, si resta paralizzati dinanzi all’insondabilità di quella che è davvero una perfidia e una perversione, nel senso pieno e totale di questi due sostantivi assunti alla lettera.

Sentendo parlare Bosnic, d’altronde, va tenuto presente anzitutto e con fermezza un dato. Non siamo qui affatto di fronte all’eterno e immutabile Islam. Siamo di fronte a una declinazione molto minoritaria e “modernista” di esso, che non corrisponde tanto a una “politicizzazione della religione” quanto una “religionizzazione della politica”. Un islam che non deve e non può ingannare nessuno: soprattutto i veri musulmani. Dico non “deve”, ma forse dovrei purtroppo dire “non dovrebbe”. Perché invece, chissà….

Eppure si deve reagire a queste calunnie pensando a quel che in realtà è l’Islam, la fede di quasi un miliardo e mezzo di persone: la fede di un quarto circa del genere umano oggi vivente e che nella sua grande maggioranza condivide la miseria di quel 90% circa dell’umanità che il sistema della sperequazione istituzionalizzata e globalizzata gestita dalle lobbies finanziarie, economiche e tecnologiche internazionali irresponsabili (ancora una volta nel senso etimologico del termine) dinanzi alla società civile condanna a vivacchiare su circa il 10% delle risorse. E’ quest’immane ingiustizia che finisce col mettere a repentaglio la nostra stessa sicurezza. Paralizzando un detto celebre, è il Sonno della Giustizia che genera Mostri.

FC


Minima Cardiniana, edizione straordinaria 3

Lunedì 25 agosto 2014

- NOVITA’ DAL CALIFFATO –

Quindi, ci risiamo? Son tornati i tempi cupi, dopo il grande assalto arabo-musulmano al Mediterraneo e all’Europa tra VII e VIII secolo e dopo la terribile minaccia ottomana durata dal Quattrocento al Settecento, che travolse Costantinopoli nel 1453, Buda nel 1541, Cipro nel 1570, e due volte (1529 e 1683) arrivò addirittura ad assediare la stessa Vienna mentre oscure profezie già vedevano i cavalli del sultano abbeverarsi alle fontane di Piazza San Pietro. A giudicare da quel che dichiara qualche illustre opinion maker televisivo e da quel che scrive un opinionista illustre e ascoltato come Bernard-Henri Lévy sul “Corriere” di qualche giorno fa, si direbbe di sì.

Siamo dinanzi alla “terza ondata” dell’attacco musulmano all’Occidente? I paragoni storici sarebbero invitanti, ma ci porterebbero fuori strada. Certo, esiste ancora, ed è in fase di espansione e di recrudescenza, quel pericolo che fino a qualche mese fa si definiva fondamentalista, che i francesi hanno proposto di definire “islamista" e che ormai, dalla parola araba jihad di solito (mal) tradotta come “guerra santa”, si preferisce chiamare “jihadista”? Certo, par di sognare: ma Bernard-Henri Lévy non era, pochi mesi fa, tra i sostenitori del rovesciamento di Gheddafi in Libia e di Assad in Siria, imprese (riuscita la prima, per poco e per ora fallita la seconda) che vedeva i jihadisti in primissima fila, e tutti lo sapevano? Insomma: dopo la strana morte di Bin Laden tutti davano al-Qaeda quasi come liquidata, poi l’Occidente (non solo e tanto gli statunitensi, quanto l’Inghilterra di Cameron e soprattutto la Francia di Hollande) ha dato chiari segni di considerare gli islamisti radicali e le loro milizie come degli alleati di fatto o comunque dei “compagni di strada”, dopo di che le faccende nigeriane prima e quelle irakeno-siriane poi lo hanno fatto di nuovo ricredere. E’ così? Ma allora noialtri uomini della strada e casalinghe di Voghera ci chiediamo: a che gioco si gioca? E soprattutto, chi sta giocando e qual è la posta in gioco?

Lo IS (Islamic State) del califfo al-Baghdadi si va espandendo in un’area di frontiera tra Iraq, Turchia e Siria, ai confini con l’Iran: un’area che interessa in gran parte anche la regione geografica del Kurdistan. Una regione fondamentale dal punto di vista geopolitico, ma anche petrolifero e idrologico in quanto interessa gli alti bacini del Tigri e dell’Eufrate. I fautori del califfo sono evidentemente musulmani sunniti fautori del radicalismo religioso che aspirano a uno stato governato dal diritto sharaitico, ma sono appoggiati anche da tribù sunnite ex-fautrici di Saddam Hussein: si oppongono quindi anzitutto al governo irakeno sostenuto dagli USA ma egemonizzato da politici sciiti, quindi tendenzialmente filoiraniani. L’Iran era preoccupato del movimento di al-Baghdadi da molto prima che se ne sapesse qualcosa da noi: ma nessuno qui ne parlava in quanto quel che accade in Iran va regolarmente coperto dal silenzio, salvo le notizie sulla barbarie del regime degli ayatollah e sui loro supposti programmi nucleari. Se il silenzio dell’Iran si spiega con la pessima qualità dei nostri media, quello d’Israele è comprensibile dal momento che l’IS è avversaria del siriano Assad, ma a Gerusalemme si teme che, se esso prendesse ulteriore piede in Siria, rischierebbe di rimettere in discussione il possesso del Golan: non potendo quindi prender posizione né contro, né pro Assad, Nethanyahu tace. E tacciono sia il turco Erdoğan, sia l’Arabia saudita e gli emirati della penisola arabica, tutti sunniti, in quanto avversari di Assad e dell’Iran e insomma non troppo sfavorevoli ad al-Baghdadi (per quanto, ciò va da sé, per nulla disposti a prenderlo sul serio come califfo).

A parlare è invece Assad, il quale arriva a chiedere contro l’IS l’intervento degli Stati Uniti. Ma qui il suo gioco diplomatico è trasparente. Gli servissero solo aiuti militari avrebbe a disposizione, per ottenerli, l’Iran e la Russia, magari la stessa Cina. Quel che gl’interessa è invece rompere l’isolamento nei confronti dell’Occidente. La richiesta d’aiuto agli USA è una bella mossa: ma quanto sarà efficace, con un Obama sempre più disinteressato e dopo mesi di demonizzazione della propaganda occidentale nei confronti del regime siriano? Nella penisola arabica, sembra che il Qatar stia prendendo le sue distanze dall’IS: ma l’emiro qatariota è in una posizione defilata rispetto ai suoi colleghi della penisola arabica.

Intanto, al-Baghdadi avanza con le sue nere bandiere califfali. Ha al suo seguito anche una piccola “legione straniera islamista” di giovani occidentali, con lui e nelle aree vicine (pare sia inglese il decapitatore di James Foley, che ha agito in territorio formalmente siriano); c’è da chiedersi chi finanzi questa gente e i loro spostamenti, rapidi e costosi. Ricordate Mehdi Nemmouch, il francoalgerino ex delinquente comune, in carcere convertitosi all’Islam duro-e-puro, che uscito di galera si era dato a viaggiare ed aveva finito per aderire al movimento di al-Baghdadi? E lui il tizio che il 24 maggio scorso ha commesso la strage al Museo Ebraico di Bruxelles. Chi gli aveva asicurato soldi e impunità? Qualche fantomatica “rete terroristica”? Comodo l’ipotizzarlo: eppure, questa pare più roba da servizi organizzati di un qualche paese. Quale? Chi ha interesse alla destabilizzazione?

E’ pittoresca, ma per il momento di non grande rilievo, il fatto che i jihadisti nigeriani di Boko Haram si dichiarino entusiasti di al-Baghdadi: non sembra che epr il momento intendano riconoscerne l’autorità in quanto califfo. Intanto, i miliziani dell’IS hanno occupato aree importanti come Taqba, aeroporto militare siriano e – non diversamente del resto di quel che fanno Hamas e Hezbollah - stanno procedendo a darsi istituzioni statali. L’area che controllano, del resto in modo non omogeneo, s’incentra sulla regione tra Aleppo - dove il governo di Assad regge, qualche periferia a parte - e Raqqa in Siria e sulla regione tra Mosul, Tal Afar e Kirkuk, in Iraq, dove però i peshmerga curdi (sunniti, ma etnicamente non arabi e molto “laici”) oppongono loro valida resistenza. Vicino a Baghdad, l’IS controlla per ora Falluja.

Visto sulla carta, il territorio del califfo è una specie di ragnatela estesa su alcune zone fluviali e altre petrolifere, ma priva di vera e propria continuità territoriale. Le grida d’allarme che ripetutamente sentiamo levarsi, oltre a quelle giustificate dalla politica di crudele intolleranza perseguita nei confronti di musulmani sciiti, cristiani ed yezidi, riguardano l’ipotesi che i fedeli del nuovo califfo possano allargare la loro politica militare ricorrendo ai mezzi terroristici che in passato già hanno caratterizzato al-Qaeda. Ma il vero problema è un altro: e, siccome è quello fondamentale, è ovvio che i nostri media non ne parlino.

Chi finanzia al-Baghdadi? Chi gli ha permesso di crescere con la rapidità di un fungo malefico? Chi lo arma? Perché i soliti fautori dell’interventismo militare dell’occidente e in particolare degli Stati Uniti, che fino a pochi mesi fa tacevano sul fenomeno jihadista e appoggiavano di fatto i jihadisti in Libia e in Siria, hanno cominciato di nuovo a starnazzare? Chi ha interesse a vendere armi e a ridefinire la gestione delle aree petrolifere tra Vicino e Medio oriente, nonché a controllare il più possibile da vicino il confine iraniano? Che la “terza ondata” offensiva che molti temono si stia davvero avvicinando, ma sia non già quella islamica dopo i secoli VIII e XVXVI, bensì quella di USA e NATO dopo le aggressioni e i fiaschi afghano del 2001 e irakeno del 2003, finiti come sappiamo? E che rapporto c’è tra l’affermazione di al-Baghdadi (che però nessuno si sogna di riconoscere per ora come califfo) e la fitna, la feroce guerra contro gli sciiti da molti mesi ormai portata avanti dall’Arabia saudita e dagli emirati della penisola arabica? Al-Baghdadi può essere anche un temibile agitatore, ma – al pari di Bin Laden – appare un esecutore, non un mandante. Chi muove le fila di questo nuovo capitolo della tragedia vicino-orientale che ha preso le mosse un secolo fa dagli errori dei vincitori della prima guerra mondiale nella ridefinizione dei territori ex-ottomani? Quali interessi ci sono dietro? E’ in questo senso che bisogna indagare: accettando la lezione di concreta prudenza del papa, che si appella alle Nazioni Unite per evitare nuove pericolose iniziative unilaterali di singoli stati occidentali. E senza dimenticare il saggio avvertimento di Bertolt Brecht: quando marciate contro il nemico, state attenti che il nemico non marci alla vostra testa.

Franco Cardini


Minima Cardiniana, 36

Domenica 24 agosto 2014, San Bartolomeo

IL “PERICOLO JIHADISTA” E I SUOI NON CASUALI MALINTESI

Da una ventina d’anni (ma per la verità anche da molto prima) mi càpita ordinariamente di trovarmi nella scomoda condizione di “voce fuori dal coro”. Non sono affatto un bastiancontrario per definizione o per sistematica scelta: tra l’altro, il trovarmi regolarmente “dall’altra parte” rispetto alle posizioni sostenute dai detentori del potere e dai gestori dei media mi è costato piuttosto caro sul piano personale e professionale: lo affermo con la massima serenità e senza un filo di rimpianto, ma tanto meno di pentimento.

Credo che occorresse testimoniare contro le scelte politiche e militari della superpotenza statunitense e dei suoi satelliti riuniti nella NATO (a proposito della quale sono del tutto d’accordo con l’articolo Se la Turchia è una potenza con l’immunità di Barbara Spinelli, “La Repubblica”, 10 aprile 2014, tanto drammaticamente giusto da venir immediatamente circondato da un glaciale silenzio) tanto in occasione della crisi serba del marzo-maggio del 1999 con l’onta del bombardamento di Belgrado, che pesa ancora sulla coscienza di tutti i buoni europei; che fosse necessario denunziare, a proposito dell’aggressione ai danni dell’Afghanistan nel 2001 e dell’Iraq nelle due “guerre del Golfo” e soprattutto di quella del 2003, la pretestuosità degli alibi dietro i quali si nascondevano George W. Bush e i figuri che lo attorniavano (Cheney, Rumsfeld, Rice & Co.) e il ridicolo apparato pseudoscientifico (le tesi di Samuel P. Huntington) dietro il quale si nascondevano i sostenitori di quell’arrogante e feroce avventurismo tra i quali figuravano anche alcuni irresponsabili cattolici simpatizzanti delle idee neoconservative e teoconservative; che fosse indispensabile ricordare a tutti che ormai il meccanismo di “alleanze” che s’incentra sulla NATO ha fatto sì che i paesi ad esso aderenti, Stati Uniti d’America evidentemente esclusi, abbiano ormai perduto la loro sovranità. Siccome la posizione di un gruppo di uomini liberi e onesti – espressa in libri come La paura e l’arroganza, pubblicato nientemeno che da Laterza ma precipitosamente fatto sparire di circolazione - non poteva essere del tutto ignorata, le si scatenò contro la “stampa libera” e il non meno “libero” sistema mediatico: Cardini ed altri furono accusati di essere “filoislamici”, quindi automaticamente “filoterroristi” e, in quanto “filoamericani”, automaticamente anche “antisionisti” e quindi, implicitamente, “antisemiti” (oltre che addirittura “criptocomunisti” e membri di un fantomatico “fronte rosso-bruno”, o meglio “rosso-verde-bruno” in quanto, ovviamente, “complici” del green fascism). D’altronde, come giustamente disse una volta Aleksandr Soljenitzin, quando nel libero Occidente si vuol far tacere qualcuno, non c’è bisogno di spedirlo in Siberia: basta spegnergli il microfono. Fu quanto capitò a me e ad altri ben più illustri di me, sistematicamente “evitati” quando si trattava di discutere pubblicamente di queste cose e abitualmente sostituiti da “esperti”, tali di solito per autocertificazione e/o per “autorevole” investitura. Alle varie TV, ad esempio, era opportuno parlassero i soliti Mezzibusti e Bellimbusti, i quali fra parentesi – dopo aver pontificato dottamente su al-Qaeda, sulle “terribili armi segrete di distruzione di massa” di Saddam eccetera, hanno continuato a venir superascoltati, superpresenti, superpubblicati e superpagati senza nemmeno doversi scomodare a far un minimo gesto formale, una sommessa e magari distratta richiesta di scuse nei confronti di un’opinione pubblica che essi avevano per anni ingannato con le loro menzogne e le loro sciocchezze.

Va da sé che la storia non si ripete: il che non toglie che precondizioni simili comportino sovente esiti che per maggiori o minori aspetti finiscono col somigliare a situazioni precedenti e con il creare un certo effetto di dèjà vu.

Ho trovato allucinante, ma purtroppo tutt’altro che incredibile, che tanti autorevoli commentatori e opinion makers della nostra Italia e del “nostro Occidente”, mostrando di non aver imparato nulla dalla lezione serba, afghana e irakena, nonostante i loro errori passati continuino o ricomincino oggi ad ammorbarci con nuove bugie, incuranti del fatto che gli esiti del fallimento della linea politica da loro difesa siano sotto gli occhi di tutti: un Afghanistan ingovernabile da quasi tre lustri, un Iraq diviso, in preda alla guerra civile e religiosa e il governo del quale, imposto e sostenuto dagli Stati Uniti, è per colmo d’ironia egemonizzato da irakeni sciiti e quindi filoiranici.

Dopo la sospetta messinscena della fine di Usama bin Laden è stata stesa per alcuni lunghi mesi una cortina di silenzio sul fantasma di al-Qaeda, fino ad allora accusato di ogni male e poi misteriosamente scomparso, anzi dato per dissolto. Il fondamentalismo islamico e la sua principale espressione politico-militare, il terrorismo, sembravano ormai morti e sepolti. In realtà, chi ricordava ad esempio l’uso cinicamente strumentale che il governo e i servizi statunitensi avevano fatto del movimento “talibano” in Afghanistan per contrastare al tempo stesso Armata Rossa e prospettive di un intervento iraniano nella guerra afghana di liberazione contro i sovietici, e chi conosceva qualcosa a proposito del legame tra fondamentalismo sunnita e governi emirali della penisola arabica (a loro volta “alleati sicuri” degli USA), chi sapeva anche solo qualcosa sul colossale nodo d’interessi collegante Stati Uniti, lobbies multinazionali petrolifere o affaristiche come Unocal e Hallyburton e monarchia petrolifere d’Arabia sapeva bene anche che uno dei motori del caos avanzante nel Vicino e Medio Oriente era e resta la fitna che gli emiri arabi sunniti stanno da tempo cinicamente conducendo contro l’Islam sciita.

L’ulteriore bufala delle “primavere arabe”, associata al gioco di prestigio della sparizione a livello massmediale del “pericolo fondamentalista”, è servita a partire dal 2011 ad alcune schegge impazzite della dirigenza politica occidentale (soprattutto ai governi britannico, che si è poi precipitosamente tirato indietro, e francese) prima per rovesciare Gheddafi – reo di aver intralciato lucrosi affari nei campi della finanza, del petrolio, dell’acqua potabile e della telefonia africane -, poi per cercar di fare altrettanto con Bashar Assad, accusato stavolta (una variabile di quanto si fece a suo tempo con Saddam) di detenzione di armi chimiche di sterminio di massa. Tanto in Libia quanto in Siria, le milizie “jihadiste” (ormai si preferisce usare quest’aggettivo) sono state in prima fila come alleati della politica “occidentale”, per quanto nella nuova crisi il governo statunitense del povero Obama sia palesemente indeciso sul da farsi.

Ora, la questione del “califfato” dello stato islamico che si va creando tra Iraq e Siria e del suo feroce trattamento dei non-musulmani ripropone però il pericolo che anni fa si definiva fondamentalista, che i francesi preferiscono chiamare islamista e che ormai si denomina jihadista. Al-Baghdadi e i suoi accoliti sono divenuti “peggiori di al-Qaeda”: e come tali sono stati di recente denunziati sul “Corriere della sera” dall’ineffabile Bernard Henri-Lévy, evidentemente insensibile alla sua stessa incoerenza dal momento che mesi fa lo abbiamo trovato tra i principale sostenitori “intellettuali” (?!) delle campagne per rovesciare sia Gheddafi sia Assad, evidentemente senza preoccuparsi che tra i protagonisti di entrambe queste azioni militari ci fossero milizie jihadiste.

Ora, va da sé che ci si debba impegnare per fermare i jihadisti del “califfato” di al-Baghdadi. Lo ha detto con molta chiarezza papa Francesco rispondendo ai giornalisti durante il suo viaggio aereo di ritorno da Seul, il 19 agosto scorso. Ma egli è stato chiaro: sono le Nazioni Unite il soggetto che va investito di una simile missione, che non si può certo lasciare ai valorosi peshmerga curdi. Invece, pare che il meanstram delle voci politically correct che già appoggiarono Bush in Afghanistan e in Iraq si sia messo di nuovo in movimento indicando negli statunitensi i leaders ideali per tale compito. A parte il fatto che la prima e migliore cosa che Obama dovrebbe fare immediatamente per salvare un minimo di faccia, dopo troppi anni di promesse, dovrebbe essere la chiusura dell’infame campo di concentramento e di tortura di Guantanamo, davvero indegno di un paese civile, resta il fatto che questa nuova realtà dello Islamic State “califfale” è ben strana, nata così come un fungo alla frontiera nevralgica tra Iraq, Siria, Iran e Turchia, in un’area petroliferamente e geopoliticamente parlando nevralgica. Oltre che parlarci della loro intolleranza, sarebbe bene che qualcuno ci dicesse qualcosa su chi finanzia la gente di al-Baghdadi, che appare ben provvista di mezzi finanziati e militari. Perché se sommiamo il loro fanatismo sunnita al fatto che essa opera in un’area così delicata, l’ipotetica risposta a tale cruciale domanda finisce con l’essere quella ispirata al cui prodest. A chi giova la destabilizzazione ulteriore di quell’area, se non ai governi arabi sunniti del Golfo che portano avanti la loro fitna, alla Turchia di Erdoğan che non ha poi troppe ragioni per aver in antipatia il jihadismo e che è in rotta con la Siria di Assad per la questione dei bacini idrici dell’alto Eufrate e alle multinazionali petrolifere che, non potendo confidare in un energico appoggio da parte dell’incerto e debole Obama, hanno deciso di lavorare a un nuovo e diverso assetto del Vicino-Medio Oriente per continuar a fare il loro comodo, ragione primaria delle crisi afghana del 2001 e irakena del 2003? E’ abbastanza ovvio che nella fattispecie, invece, Israele sia a sua volta indeciso: da una parte i legami tra jihadisti e una parte del movimento armato palestinese sono ovvi, dall’altra esso ha collegamenti anche con gli sciiti e l’Iran, da un’altra ancora c’è il rischio che un’affermazione jihadista in Siria rimetta in discussione seriamente la questione del Golan. Ma ormai una cosa almeno è chiara: il jihadismo, presentato come il grande rischio che l’ Occidente deve oggi affrontare, è sostenuto fondamentalmente da forze vicino-orientali (gli emirati della penisola araba, la Turchia) che si presentano come alleate dell’Occidente stesso. E nasce il sospetto, senza far del complottismo, che vi siano forze interessate a suscitare il nuovo pericolo jihadista al fine di procurarsi poi l’alibi per la legittimazione di un nuovo intervento e di una nuova presenza militare che si radichi in quell’area di frontiera, a due passi da Taheran. A che gioco stanno giocando i signori – sempre gli stessi, sempre loro – che nel 2008 riuscirono a piazzare i loro missili a testata nucleare puntati contro la Russia in territorio georgiano, e quest’anno sono riusciti a fare lo stesso anche in territorio ucraino, cavalcando il locale nazionalismo e cercando addirittura di sloggiare le basi navali russe dal Mar Nero, apice nordorientale di quel Mediterraneo che è ormai un lago presidiato dagli ordigni della NATO, molti dei quali sono ospitati nella spessa penisola italica in spregio alla costituzione della repubblica italiana?

Da qui la necessità che Obama non si lasci travolgere dalle istanze interventistiche di una buona parte del Congresso, che rischierebbero di provocare una terza frittata peggiore di quella afghana del 2001 e irakena del 2003, e che la società civile appoggi con forza e fermezza l’istanza con coraggio ed energia avanzata dal Santo Padre: è l’ONU, non altri soggetti, che deve – agendo una volta tanto con coerenza e con sicurezza – prender l’iniziativa di fermare l’ISIS. L’ONU, che con il suo immobilismo ci ha regalato l’esito tragico della crisi israelo-palestinese. L’ONU, che con la sua latitanza ha consentito il brigantaggio americano nelle questioni afghana e irakena. L’ONU, non altri: soprattutto, non la NATO. Alla NATO si può solo augurare quel che giustamente le augura Barbara Spinelli: scomparire al più presto, nell’interesse di tutti.

Franco Cardini


Minima Cardiniana, edizione straordinaria 2

Giovedì 21 agosto 2014

FRANCESCO, UN MODELLO: IN CHE SENSO?

E’ diffuso e concorde parere – anche se sono molto diversi gli elementi e gli argomenti che contribuiscono a formarlo: si tratta pertanto di una concordia discors – che il pontificato di papa Bergoglio costituisca una svolta effettiva e profonda nella storia della Chiesa: una svolta della quale non si sono ancora rivelati tutti gli aspetti e che è ancora impossibile da valutare sul piano delle conseguenze. Provenire dalla Compagnia di Gesù (infrangendo una “vecchia” regola che sembrava aver avuto valore perfino nei confronti di Carlo Maria Martini: quella secondo la quale nessun gesuita sarebbe mai asceso al soglio di Pietro) significa aver seguito un modello molto diverso da quello di Francesco d’Assisi. Badate, non lontano, tanto meno opposto: che poi Ordine minoritico e Compagnia si siano sovente accapigliati nella storia è un altro discorso. Né lontananza, né opposizione, né ostilità: ma diversità sì, eccome. E allora che cos’ha condotto un gesuita, divenuto papa per la prima volta nella storia, a proporre con la sua scelta onomastica il modello del Povero d’Assisi? In che senso l’esempio di Francesco può essere di guida a un pontefice? E in che senso quel pontefice può sperare – se questo è davvero il suo programma – ch’esso sia di guida alla Chiesa cattolica intera?

Max Weber ci ha insegnato che esiste una tensione continua e irrisolvibile tra càrisma e istituzione. I carismatici possono ben fondare delle istituzioni: ma, di solito, non vogliono o non sanno guidarle. Questa norma weberiana ha guidato in qualche modo, avant la lettre, lo stesso Francesco all’indomani della redazione di quella Regula bullata che in più parti correggeva e modificava la volontà e le intenzioni alla luce della e delle quali era stata redatta la precedente, appunto e non a caso non bullata. Interpretare i motivi per i quali Francesco si tira da parte e lascia ad altri il governo della fraternitas ormai divenuta ordo è difficile: e le generazioni intere di studiosi che si sono affaticate attorno a questo problema, le biblioteche intere di studi che gli sono stati dedicati, non hanno se non complicato le cose. Del resto, la funzione degli studi storico-esegetici è proprio questa: sviluppare, articolare, problematizzare. Comprender qualcosa significa proprio questo: non già escogitar soluzioni che abbiano l’aria di esser definitive, bensì intraprendere al via di un approfondimento che per sua natura è infinito. Ma il dato in sé rimane. E ci si può anche domandare se la risposta a quella scelta – la “conseguenza” di essa, il “premio” per essa – non siano state, appunto, le stimmate.

Ma papa Francesco non è frate Francesco. Il papa è il capo di un’istituzione e non può ritirarsi da essa, salvo il seguir l’esempio di Benedetto XVI. Nel suo discorso sull’aereo che lo riportava da Seul a Roma, il 19 agosto 2014, Bergoglio ha accennato anche a questo: può ben accadere che un papa si ritiri. Fino al febbraio 2013, v’era al riguardo solo il controverso episodio di Celestino V; ora ve n’è un altro, ben più costitutivamente e – appunto – istituzionalmente fondante. Però, finché un papa resta tale, egli è il capo di un’istituzione e ha il dovere di guidarla.

Ebbene: in che modo una personalità carismatica può servire da ispirazione per chi sia chiamato a guidare un’istituzione? Per chi, come l’autore di queste righe, si occupi di storia, la risposta (o per lo meno una risposta) va cercata nel processo storico: che è fatto di continuità e di rotture.

Francesco d’Assisi viveva in una Cristianità. Vale a dire in un mondo crudele, barbaro, durissimo: nel quale però tutti gli aspetti della vita personale e comunitaria di chiunque ne fosse parte erano dominati dalla fede e dalla dottrina cristiane. Erano cristiane non solo la fede, la teologia e la filosofia, ma anche la politica, l’economia, la scienza, le arti, l’estetica. All’interno di un mondo così ordinato – e non certo perciò stesso perfetto: al contrario, un mondo di peccatori – Francesco poté esprimere la sua proposta cristiana di piena adesione al Cristo povero e nudo, senza pretendere che essa divenisse l’unica norma possibile, che essa passasse – appunto – dal càrisma all’istituzione divenendo la sola misura nella Chiesa, l’unico modo di vivere all’interno di essa. Nella casa di Dio vi sono molte dimore, com’è stato detto.

Il punto è che oggi non è più così. Quel che definiamo ordinariamente il “processo di secolarizzazione”, dal quale è scaturita la Modernità, consente ai singoli di definirsi cristiani e anche di vivere in conformità con la loro scelta, ma li obbliga a vivere e ad assumersi responsabilità civili, giuridiche e sociali in un mondo che non è più informato dalla fede e dalla dottrina cristiana. Una società odierna può ben essere costituita da una maggioranza e se vogliamo addirittura da una totalità di cristiani, ma non è più una Cristianità.

Ciò impone alla Chiesa anzitutto la presa di coscienza di questo stesso fatto, la piena consapevolezza riguardo ad esso. I cristiani che, in quanto tali, debbono costituire un modello per una maggioranza che non è più tale, o non lo è mai stata. I cristiani che, per rispondere davvero ai loro còmpiti odierni, debbono essere – com’erano quelli prima dell’editto di Teodosio che fece di quella dell’apostolo Pietro l’unica religio licita dell’impero – “il sale della terra”. Una terra piena di crimini e di orrori ma, anzitutto e soprattutto, dominata dall’ingiustizia e dall’indifferenza. Una terra guidata dall’arbitrio individualistico – l’Io al posto di Dio – e dall’Avere al posto dell’Essere.

Una terra dominata da quel che papa Francesco, a Seul, ha chiamato “un’economia disumana”. Era a un passo dalla Corea del nord, che oggi molto di più della Cina è un modello di politica totalitaria. Avrebbe potuto denunziare la “politica disumana”. Ma egli sa bene fino a che punto, nel mondo delle lobbies finanziarie e produttive, l’economia sia primaria rispetto alla politica e i politici, per quanto detentori formali del potere, siano di fatto dei “comitati d’affari” della finanza e delle logiche che presiedono alla produzione e alla distribuzione (ingiusta fino all’aberrazione) della ricchezza.

Ed ecco il nemico personale di Francesco: quello di cui egli si spogliò coram patre in piena Assisi, quel giorno lontano. Nella Cristianità, nonostante le colpe e i difetti degli uomini, era ancora possibile per un cristiano scegliere diversamente da lui. Molti lo fecero e poterono addirittura santificarsi pur continuando a gestire la ricchezza: e fra Tre e Quattrocento furono addirittura i minoriti osservanti come Bernardino da Siena a porre le fondamenta di un “capitalismo cristiano”.

Ma fuori della Cristianità, all’indomani del suo lento e fino a oggi irreversibile spegnersi fra Quattro e Settecento, il mostro si è liberato dalle catene che lo trattenevano. L’auri sacra fames è divenuta la signora di un mondo che ha smarrito i suoi orizzonti trascendenti. In un mondo così, l’unica via possibile per il cristiano è quella di frate Francesco, nudus Christum nudum sequi.

Ma papa Francesco sa che, se ciò può essere per la Chiesa una mèta perseguibile sul piano della strategia, per giungere a ciò occorre una tattica adeguata: una tattica di riconquista al Cristianesimo degli stessi cristiani. Per questo sono necessarie entrambe le misure ch’egli usa adottare: la rassicurante e sorridente quotidianità (in fondo, il Bene è facile; la complicazione attiene al male) e la doccia scozzese delle scelte forti, volte a rinnovare e a risanare la Chiesa. Gradualità nella tattica, fermezza nella strategia. Ma ciò, si obietterà, configura una consapevolezza “apocalittica”, la coscienza di vivere i Tempi Ultimi. Questo è il punto. E’ proprio così. E’ sempre stato così. L’Apocalisse è il Libro della Rivelazione: non è un racconto di fantascienza. Ciascuno di noi è chiamato all’esperienza degli Eschata: ogni giorno e giorno per giorno. Questo è il senso dell’insegnamento del maestro: ricordate? “Non passerà questa generazione…”. Arrivano nella storia momenti nei quali questa consapevolezza dev’essere particolarmente vigile. Il tempo che viviamo è uno di essi.

Franco Cardini


Minima Cardiniana, edizione straordinaria

Mercoledì 20 agosto 2014

- PAPA FRANCESCO, L’IRAQ E IL “PASTICCIO JIHADISTA” –

E’ ovvio e naturale, se non addirittura sacrosanto, che il capo della Chiesa cattolica non possa tacere sulla tragedia irakena, anche e soprattutto – ma non certo soltanto – in quanto essa riguarda alcune migliaia di cristiani alcuni dei quali cattolici. Difatti, delle due Chiese cristiane che esistono sul territorio irakeno, una (la cosiddetta “assira”) è di confessione nestoriana, un gruppo limitato presente comunque in piccole comunità tra Iraq, Iran e India, mentre l’altra (la “caldea”), pur mantenendo il suo rito aramaico, ha aderito alla Chiesa cattolica. Papa Francesco si è espresso in termini molto chiari al riguardo, parlando sia pure in modo amichevole e non ufficiale – ma molto esplicito – con i giornalisti che lo accompagnavano nel suo viaggio di ritorno da Seul. E ha parlato, cosa questa che conferisce all’episodio un carattere simbolico impressionante, proprio solcando i cieli della Cina.

Come suo costume, è stato tutt’altro che sibillino. Ha detto cose gravi, poco “diplomatiche”: perché non è un diplomatico e perché il momento che andiamo attraversando si sta rivelando sempre meno adatto alle cortesie e alle circonlocuzioni diplomatiche. Non ha esitato difatti a evocare lo spettro di una “terza guerra mondiale”. Può essere “maleducato” parlarne: ma è davvero così responsabile il tacerne, visto che i segni e i prodromi di un’eventualità del genere si vanno facendo ogni giorno più chiari e allarmanti? Certo, nessuno potrà sapere com’essa si presenterebbe. Si sbagliarono nel prevederla nel ’14; e anche nel ’19, quando tutti si prepararono alle trincee e ai gas asfissianti e invece tutto andò ancora peggio, ma in un senso totalmente inatteso.

Sente di non aver più troppo tempo a sua disposizione, papa Bergoglio. Ha detto esplicitamente anche questo, ricordando le “dimissioni” di Benedetto XVI e alludendo forse a recenti preoccupazioni a proposito della sua salute. Ha ricordato i suoi quasi ottant’anni e ha serenamente parlato di “ritorno alla Casa del Padre”, accompagnando però le sue parole con un sorriso e con un gesto delle mano destra che, nella sua Argentina non meno che in Italia, indicano l’atto dell’andarsene. Alla sua età, preoccuparsi di queste cose è fisiologico, non patologico: niente drammi, quindi. Non so se tutto ciò è passato sui piccoli schermi italiani: la televisione francese gli ha dedicato lunghi momenti, con una discreta attenzione. Ma anche sulle cose irakene, come su quelle palestinesi, in Francia sembra che le emittenti televisive siano un po’ meno abbottonate delle italiane.

Ma il punto centrale è che papa Francesco, a proposito dell’Iraq, ha esplicitamente parlato dell’opportunità di un intervento delle Nazioni Unite. Non si può dire che sia arrivato a invocarlo, anche perché queste sono cose che non si possono fare in una sede interlocutoria come quella nel contesto della quale egli stava esprimendosi. Comunque, una volta di più, va elogiato il suo esplicito coraggio. Ha parlato di un intervento volto a “fermare” i jihadisti: non ha fornito indicazioni, non ha indicato gli strumenti. L’ONU ha, se e quando vuole, anche i mezzi militari per farlo: ma anzitutto può agire e deve agire con quelli diplomatici. Che ci sono, perché i jihadisti del califfato di al-Baghdadi sono appoggiati, finanziati e armati – direttamente o indirettamente – da alcune “rispettabili” potenze: per esempio dagli emirati della penisola arabica, tutti (con una mezza eccezione per il Qatar, che segue una linea propria) rigorosamente sunniti – tali sono quanto meno gli emiri, anche se non tutti i loro rispettivi popoli – e alleati fino ad oggi sicuri “dell’Occidente”, vale a dire essenzialmente degli Stati Uniti d’America, per quanto nei recenti scellerati casi libico e siriano abbiano trovato dei compagni di strada più sicuri nei governi britannico e soprattutto francese. Oppure dalla “nuova” Turchia ormai non più talmente “laica”, come tra poco dirò entrando in qualche dettaglio. Insomma, gli amici dei jihadisti stanno proprio dalla stessa parte di quelle forza politiche le quali, da noi, starnazzano di più contro l’Islam accusandolo indiscriminatamente. Vecchia storia: si marcia contro il nemico, e non ci si accorge che il nemico è alla nostra testa.

Ora, il fatto principale, e che non si può dimenticare nemmeno per un istante, è che tramite i jihadisti gli emirati sunniti stanno da molti mesi ormai combattendo una fitna, una spietata guerra civile contro gli sciiti, che non sono soltanto gli iraniani bensì anche molti arabi tra Siria e Iraq. E a contrastarli esplicitamente sono finora soprattutto, e molto validamente, i peshmerga curdi, sunniti anch’essi ma non-arabi e, quel che più conta, avversari decisi dell’ISIS di al-Baghdadi. Quegli stessi curdi che, una trentina di anni fa, furono ferocemente fatti a pazzi dal reis Saddam Hussein, allora alleato degli occidentali e che faceva per loro anche la “guerra in conto terzi” contro l’Iran.

Bisogna ricordare tutto questo, nel momento stesso in cui va detto che il pasticcio irakeno è stato combinato dall’unilaterale intervento statunitense del 2003 contro Saddam Hussein, che avrà avuto tutti i difetti di questo mondo ma almeno manteneva nel suo paese la pace religiosa all’insegna della tolleranza. Ed eccoci al nucleo di tutto. Gli americani, in Iraq come altrove, criptoalleati dei fondamentalisti islamici (come sono stati nello stesso Afghanistan prima del 2001) o loro avversari, nel Vicino o Medio Oriente di pasticci ne hanno combinati fin troppi: quel che oggi bisogna evitare se non addirittura impedire è una nuova loro iniziativa unilaterale. E del resto il povero Obama sembra tutt’altro che disposto a cacciarsi in una nuova avventura, dopo la lezione fallimentare degli ultimi quattordici anni. Del resto, la diplomazia statunitense ha molti problemi nell’intraprendere, scelte che potrebbero risultare sgradite ai governi emirali della penisola arabica, che continuano ad essere loro alleati. D’altra parte anche Israele è, al riguardo, molto prudente: un’eventuale affermazione dei jihadisti nello scacchiere siroirakeno rischierebbe di rimettere in discussione l’assetto delle alture del Golan. Ma in questo drammatico impasse sono rimasti solo i peshmerga curdi, scarsamente sostenuti in mezzo a sospetti e a incertezze dai governi occidentali, a fare da diga contro il fanatismo di quelli del “califfato”.

Ci si chiederà il perché di questi sospetti e di queste incertezze nei confronti dei curdi del “semistato indipendente” scaturito dalla cancellazione dell’Iraq di Saddam Hussein; di quei curdi che Saddam fece a pezzi una trentina di anni or sono con il tacito consenso dell’Occidente di cui il dittatore irakeno era allora longa manus contro l’Iran di Khomeini. La questione è fondamentale, e – nella sua complesità – molto più semplice di quanto il politically correct da noi imperante consenta di spiegare. L’ISIS di al-Baghdadi è stato sostenuto, e lo è implicitamente ancora (con tanto di aspetti pratici sotto forma di finanziamenti e di armamenti) anche dalla Turchia di Erdoğan, che delle forze jihadiste si è già servito – non meno di quanto non abbiano fatto Francia e Inghilterra – nella crisi siriana scatenata nel 2011. Nella Turchia che, di recente, ha mostrato di cominciar a distaccarsi da quell’ortodossia “laica” kemalista che ancora qualche mese fa sembrava nonostante tutto irreversibile serpeggiano fatalmente simpatie jihadiste forti appunto nella maggioranza che ha trionfato nelle recenti elezioni e che si sono rafforzate nella misura in cui oggi gli unici a fronteggiare al-Baghdadi sono appunto i peshmerga curdi. Nazionalismo unilateralista e anticurdo, filojihadismo comunque sorvegliato e moderato e (last, but not least) eterna questione dei bacini idrici e petroliferi esistenti nella strategica area di confine in cui Siria, Iraq, Iran e Turchia s’incontrano (un’area etnicamente insediata dai curdi) convergono nell’impedire ad esempio agli americani d’intervenire con energia nei confronti dell’ISIS, nonostante le aspettative dello stesso governo irakeno ch’essi hanno insediato (ma che è egemonizzato da sciiti, per forza di cose non esenti da simpatie per Iran e Siria).

La realtà è questa: con tutte le articolazioni, le sfumature e le reticenze del caso, tutti gli alleati vicino-orientali degli Stati Uniti (gli emirati arabi, la Turchia) hanno oggi qualche motivo di penchant per gli jihadisti: escluso Israele. D’altronde, dopo i fatti recenti e l’impegno dei peshmerga, l’atteggiamento della società civile internazionale nei confronti del problema curdo non potrà più, da oggi, esssere quello improntato a sostanziale indifferenza ch’è stato fino ad oggi. Tutto ciò configura ulteriormente le ottime ragioni della “estemporanea” uscita del papa: è necessaria un’azione decisa delle nazioni Unite, e il fatto che fino ad oggi tale organismo abbia funzionato male non è tra le ultime ragioni della crisi nella quale ormai siamo pombate a partire dalle malaugurate scelte del governo Bush nel biennio 2001-2003.

Occorre pertanto agire subito con gli strumenti della società civile internazionale, intervenire con gli strumenti di una ferma diffida diplomatica nei confronti di al-Baghdadi e dei suoi alleati espliciti o meno che siano. Augurandosi che la diffida diplomatica sia sufficiente; e agendo comunitariamente anche in senso militare, se risulterà indispensabile. Le preoccupazioni di alcuni “cattolici democratici” sul fatto che papa Francesco abbia “resuscitato i fantasmi della guerra giusta di agostiniana memoria” sono del tutto fuori luogo: tantopiù che, lo vogliano o meno quelle Anime Belle, la “guerra giusta” è ribadita come principio anche nell’ultima edizione del catechismo della chiesacattolica.

Ma tutto ciò apre la strada anche ad altri scenari, per i quali costituirebbe un precedente obiettivo. Non è solo l’area siroirakena che a questo punto necessiterebbe di un intervento internazionale, visto che i protagonisti dello scontro armato non sanno, non possono o non vogliono adire con le loro forze a una soluzione negoziata. Il papa si preoccupa della situazione siroirakena, vittime delle quali sono fra l’altro dei cristiani. Ma ci sono vittime cristiane anche a Gaza, tra il martello israeliano e l’incudine di Hamas per il quale i palestinesi cristiani – “melkiti” cattolici o greco-ortodossi che siano - sono dhimmi, cittadini di serie B. Se la crisi di Gaza, ormai una copia fedele dell’infausta operazione “Piombo Fuso” del 2009, continua a infierire, tacerà ancora a lungo su di essa quell’argentino vescovo di Roma, che non ha troppi peli sulla lingua?

Franco Cardini


Minima Cardiniana, 35

Domenica 17 agosto 2014

ASSUNZIONE DELLA VERGINE MARIA (CELEBRAZIONE LITURGICA POSPOSTA DAL 15.8. ALLA DOMENICA SUCCESSIVA, PER LE SOLITE DEPRECABILI “RAGIONI PRATICHE” CHE HANNO CONTRIBUITO A DISTRUGGERE LA CRISTIANITA’)

FRATE FRANCESCO E PAPA FRANCESCO. IL SENSO DELLA “PROPOSTA CRISTIANA” NELLO SPECCHIO DEL TRIONFO DI SEUL

Ho seguito anch’io come molti, alla televisione, le poche e “scelte” sequenze che i media ci hanno offerto del trionfo di papa Francesco a Seul: e anch’io, come molti, mi sono chiesto che cosa in effetti conducesse al delirio quella sterminata folla di centinaia di migliaia di persone, in gran parte evidentemente non-cristiane (o, la più parte, “cristiani sociologici”, vale a dire tali solo in quanto abitanti in un paese considerato cristiano o appartenenti a una famiglia di tradizioni cristiane). Il papa che arriva da lontano, sorvolando – con l’evidente consenso di un governo ufficialmente ateo - lo spazio aereo della Repubblica Popolare Cinese, e che approda in uno dei paesi dell’Asia orientale più sensibile al modello “estremo-orientoccidentale” americo-giapponese, un paese dagli alti consumi e dall’elevatissimo livello tecnologico. Un paese nel quale il confronto continuo con il fratello-nemico, l’austera e militarista repubblica nord-coreana, rinvia ancora al panorama “classico” della Prima Guerra Fredda (che peraltro, e va detto, si sta rapidamente saldando con quello della Seconda ormai in atto).

Il papa ha parlato dei 124 martiri coreani santificati, un tema denso di allusioni e di confronti con il momento che stiamo attualmente vivendo; ma ha anche parlato di una “economia disumana”. Che cos’avrà pensato, poi, sottoponendosi sorridente al rito dei selfies con i giovani e le ragazze sudcoreane, prodotti tanto evidenti proprio di quell’economia? E a che cos’avranno mai pensato loro, sentendolo inveire contro un tipo di economia che appartiene poi al way of life nel quale essi vivono agevolmente, proprio come pesci nell’acqua?

“Perché a te, perché a te?”: così, secondo una fonte francescana, un umile confratello si rivolge al Povero d’Assisi apostrofandolo con meraviglia, forse con malcelata invidia. Perché tutti ti corrono dietro, ti applaudono, ti rendono omaggio, si mostrano entusiasti di te e affascinati dal tuo modo di vivere? Tu non sei bello, non sei nobile, non sei colto, non proponi né ricchezze né onori né piaceri. Ma nemmeno quella fonte pone poi un’altra domanda, quella che invece a noi verrebbe spontanea: “E perché mai ammirano ed apprezzano, riflesse nel tuo modello, quelle scelte di vita che tu proponi e che essi non accetteranno mai e non si pongono nemmeno il problema di accettare? Non è forse, stando così le cose, proprio il tuo successo a fornire al misura più abissale del tuo fallimento? Ed è mai possibile che tu non te ne renda conto? O è proprio questo, il tuo fallimento, che tu vuoi offrire a Dio come sacrifico e a loro come testimonianza?”.

Il viaggio di Seul appartiene all’esperienza pastorale del papa. Mai simbolo o archetipo, si direbbe, è mai stato più adatto al cristianesimo di quello del “Buon Pastore”. La pastorizia è essenzialmente transumanza, quindi in ultima analisi nomadismo. E “nomade”, in una terra come la Palestina che pur ne conosceva tanti e provenendo da una gente, l’ebraica, che nomade era nata con Giacobbe e tale tornata ad essere per lunghi decenni con Mosè, era per libera scelta Gesù. Il “Figlio dell’Uomo” ricordava di non avere nemmeno una pietra su cui posare la testa, mentre perfino le volpi hanno una tana. Ma anche a Dio Padre era capitato, fino a Salomone che Gli eresse un tempio, di non aver fissa dimora e di dover essere ospitato sotto un “tabernacolo”, che per ricco che fosse rimaneva pur sempre una terra nomade.

Assistendo ai numerosi viaggi di papa Francesco e in particolare a quello nella Corea del sud e al suo incredibile, spettacolare bagno di folla, viene quasi spontaneo richiamare il potente càrisma che il nomade esercita sul sedentario, per quanto poi ne sia spesso vittima (non dimentichiamo che Abele e Remo erano pastori, Caino e Romolo contadini e fondatori di città). Altro paradosso, questo: come può essere un divo universalmente acclamato il capo di una religione i membri della quale vengono oggi sempre più spesso, si può dire quotidianamente, perseguitati e uccisi?

Nomade, si è detto. Ma forse la parola più esatta sarebbe “pellegrino”. Il nomade si muove dietro alle sue greggi e in fondo ripercorre periodicamente la stessa strada, quella verso le fonti d’acqua e l’erba fresca necessarie alle sue bestie. Il pellegrino conferisce, lo sappia o no, un altro e più profondo significato al suo itinerario: egli sa che, attraverso fatiche, pericoli, privazioni e penitenze, gli sarà possibile attingere a una mèta nella quale troverà la salvezza. Che cosa sta cercando papa Bergoglio, nei suoi instancabili viaggi sempre trionfali che pur si debbono inquadrare nel contesto di un mondo che sempre più mostra di voler fare a meno di Dio, un mondo nel quale i suoi fratelli in Cristo sono cacciati dalle loro case e massacrati, un mondo nel quale il messaggio di carità e di perdono che egli ripete ogni domenica all’Angelus resta inascoltato mentre trionfano il danaro e la violenza? Non sta forse cercando una mèta lontana e irraggiungibile, quella in cui le folle faranno seguire agli applausi deliranti l’impossibile miracolo di una rivoluzione dei costumi e dei valori, quel “totale rinnovamento” che in greco si esprime con al parola metanoia e in altino con quella conversio? Mai come oggi il capo della Chiesa cattolica è stato trattato come un vero e proprio divo; e mai come oggi la fede è apparsa lontana, marginale, inconsistente, impotente: al punto che i cristiani sembrano interessare ormai solo ai musulmani jihadisti che li macellano, mentre chi dovrebbe difenderli o almeno curarsi di loro cambia canale dinanzi alle notizia televisive che li riguardano.

Eppure, par di avvertire che in questa contraddizione tra il Bianco Pellegrino acclamato da tutti e al quale tutti s’inchinano (il papa ha sorvolato i cieli della Cina con il permesso del governo cinese) e la sua religione che sta scomparendo sia insito un messaggio d’insondabile profondità.

Intanto, il papato del XX-XXI secolo è tornato ad essere pellegrino, al pari del Maestro. Se Gesù di Nazareth era un viandante senza una pietra su cui posare il capo alla sera, i suoi vicari – divenuti pontefici e perfino re – hanno sempre orgogliosamente rivendicato la loro sedentarietà al centro dell’universo, nel Caput Mundi, nell’Urbe. Da Roma si sono mossi, nel medioevo, solo quando venivano cacciati: e sempre vi facevano prima o poi ritorno. Dal Quattrocento in poi, sempre rimasero nell’Urbe. Dopo un lungo esilio-pellegrinaggio cui Napoleone lo aveva obbligato tra 1809 e 1814, Pio VII Chiaramonti fu l’ultimo pontefice che si spostasse dalla sua sede per circa un secolo e mezzo. Dopo di lui, fino a Pio XII Pacelli nessun pontefice abbandonò mai la sua sede, nella quale anzi fra 1870 e 1929 i papi furono in qualche modo addirittura rinchiusi.

Tutto mutò con Giovanni XXIII, Pastor et Nauta secondo la “profezia di Malachia”: uomo dai molti viaggi che obbligò anche la Chiesa a intraprenderne uno particolarmente tempestoso, il concilio vaticano II. Dopo di lui, lo schivo Paolo VI fu il primo papa a recarsi a Gerusalemme, nel ’64, appena tre anni prima che il nucleo storico della Città Santa fosse conquistato, nel ’67, dagli israeliani. I viaggi di Giovanni Paolo II non furono solo trionfali, furono quasi guerrieri: dall’America latina all’Europa orientale papa Wojtyła dette un colpo definitivo alla “teologia della liberazione”, colpì con un’irreversibile spallata il “Muro di Berlino” e con esso quel che restava dello stesso sistema sovietico, riuscì a conquistare lo stesso Fidel Castro che tutti ricordiamo in piedi dinanzi a lui, dimessamente chiuso in un modesto abito blu così diverso rispetto alle abituali tenute paramilitari, commosso come uno scolaretto. Ma nemmeno questo papa tanto acclamato (“Santo subito!”), questo formidabile combattente che sapeva anche fulminare terribili anatemi (ricordate l’ammonizione alla mafia, quel tremendo “Esiste un Dio!”?) poté vincere alla fine la sua battaglia contro le forze del Nulla, quelle della ricchezza e del materialismo che si esprime in un’abissale sperequazione economica.

E allora, che senso ha la compresenza e la contemporaneità di un papa acclamato da centinaia di migliaia di persone in un paese che non vanta neppure tradizioni cristiane, mentre c’è al tempo stesso chi soffre e chi muore perché segnato quasi a fuoco dalla sua stessa fede? La religione non è più il centro dell’esperienza personale e collettiva, eppure si continua ad applaudire chi la rappresenta e a uccidere chi la professa. Da una parte, la futile eppur affascinante magia della potenza mediatica; dall’altra, l’agghiacciante realtà di un mondo nel quale – dall’Iraq alla Palestina all’Africa - le sofferenze di troppi finiscono per non interessare veramente più nessuno in quanto i media le banalizzano riducendole a uno spettacolo al quale si assiste tutto sommato senza nemmeno crederci, come agli horror o ai disaster movies. Il XXI secolo si sta caratterizzando per questa contraddizione: che lo annunzia e lo denunzia, se a queste avvisaglie non si sarà in grado di trovar un antidoto, come ben più tragico dello stesso tremendo Novecento.

Appunto, il Novecento. Che si aprì sullo scenario di un papa prigioniero nei palazzi vaticani circondato da una monarchia retta da un sovrano scomunicato e da un paese in mano a governanti massonici che non lontano dal sepolcro dell’Apostolo, addossato al Campidoglio, avevano eretto un neopagano “Altare della Patria”. Il Novecento si aprì sull’Aurora progressista e razionalista dell’Esposizione di Parigi, della Tour Eiffel, del “Ballo Excelsior”: sarebbe stato il secolo dell’affermazione, appunto, della Ragione e del Progresso. Fu il secolo degli stermini di massa (peggio dell’Ottocento, che pur non aveva scherzato), dei totalitarismi, delle guerre mondiali, delle invenzioni spaventose che resero palese come il progresso stesso, lungi dal poter essere infinito, non solo può ma anzi deve venir sottoposto a quella “cultura del limite” la perdita della quale sembra il connotato fondante della Modernità giunta allo stadio estremo della sua maturazione.

Ma se il XX secolo si era inaugurato aprendosi sullo scenario di un papa prigioniero in un mondo nel quale pure – dall’Irlanda al Messico alla Spagna – il cristianesimo cattolico avrebbe dimostrato di sapersi e di volersi difendere perfino con le armi per rimaner tale, tutt’altro è stato lo scenario presentatosi un secolo più tardi. Il XXI secolo, il primo del III millennio, si è inaugurato invece sull’immagine – trasmessa da tutti i “piccoli schermi” del mondo – di un papa che, avvolto in un piviale iridescente degli antichi colori dei Gran Sacerdoti del Tempio, spalancava il portale bronzeo dell’Anno del Giubileo. All’inizio del Novecento, secolo ancora per tanti versi cristiano, il papa sembrava un perdente e un recluso; oggi si mostra invece come un protagonista, un trionfatore, ma in un secolo nel quale il cristianesimo, quando non viene perseguitato, è emarginato e sovente cancellato di fatto. Con l’aggravante che questa obliterazione si tinge ironicamente dei colori del rispetto, dell’ossequio, dell’ammirazione.

A proposito di Francesco d’Assisi, vi fu chi lo identificò nell’Angelo apocalittico “che sale dall’Oriente, con il sigillo del Dio vivente”. Papa Bergoglio, proveniente “dai confini della terra”, il quale sa benissimo che la “profezia di Malachia” lo identifica nel Petrus Romanus che sarà l’ultimo dei pontefici, è un figlio della Compagnia di Gesù che ha rotto la regola non scritta eppure ferrea secondo al quale nessun gesuita sale mai sul trono di Pietro; è un figlio della Compagnia che, infrangendo la consuetudine di freddezza e di concorrenzialità che da circa mezzo millennio separa gesuiti e francescani (per quanto tale non fosse certo l’originale scelta di Ignazio di Loyola), ha scelto come suo nome pontificio quello di Francesco, che non appartiene a una lista onomastica che da ormai due millenni si tende a ritenere canonica.

Nessun papa si è mai chiamato prima d’ora Francesco. Chi lo ha fatto, ha in tal modo inteso additare un modello e una strada da seguire. Quella del Povero d’Assisi fu la via dell’imitazione del Cristo povero e nudo, vale a dire della Povertà in quanto rinunzia a qualunque forma di potenza. Francesco non era affatto un “rivoluzionario”, non intendeva – a differenza di quel che poi manifestarono alcuni suoi sostenitori – né sostenere che quello fosse l’unico modo di essere e di dirsi cristiani, né tanto meno che tutta la Chiesa dovesse conformarsi al suo modello. V’erano molti altri modi di praticare la fede: e difatti quello di Francesco e dei secoli successivi, si può dire fino al XVIII, continuarono a esprimere una società che poté dirsi “una Cristianità”, dal momento che non solo era cristiana la fede in un modo o nell’altro da ciascuno o quasi professata, ma soprattutto in quanto cristiani erano i valori istituzionali, sociali, giuridici, culturali comunitariamente seguiti. In questo contesto, per imperfetto e contraddittorio che fosse, la “proposta cristiana” di Francesco era una delle possibili: ed era quella radicale, del nudus Christum nudum sequi.

Ma la grande crisi socioistituzionale e socioculturale che per convenzione si è abituati a chiamare Modernità, e che coincide con quel “processo di secolarizzazione” che è tipico della “eccezione occidentale”, anzi che è la sostanza dell’Occidente moderno e contemporaneo, proprio in quanto ha invaso il territorio concettuale nel quale era possibile una professione cristiana che non fosse quella radicale proposta da Francesco, ha sgombrato il campo da ogni equivoco.

Ormai, non è più possibile “dirsi cristiani” se non lo si è radicalmente. La fagocitazione secolarizzante dei valori etici e comportamentali cristiani, magari in parte mantenuti ma svuotati di senso metafisico e trascendente, riducendo il cristianesimo a una somma di valori umanitari e consuetudinari di tipo immanente, ne ha distrutto la sostanza. I cristiani veri sono divenuti ormai una minoranza per la quale è essenziale rifuggire dall’equivoco di un mondo “disincantato”, cioè laicizzato e materialista, che tuttavia ritiene buona educazione consentire la sopravvivenza del cristianesimo ridotto a un insieme di segni rituali formalizzati e a un’etica vagamente umanitaria consuetudinariamente sostenuta da un tessuto leggendario più o meno condiviso.

Giovanni Paolo II e Benedetto XVI avevano insistito sulla necessità, per i cristiani di prendere atto della fine della loro egemonia sulla società , non già di “tornare nelle catacombe”, bensì di essere di nuovo “il sale della terra”. Papa Francesco – e questo è un altro equivoco da chiarire – non propone alcuna “Riconquista”, non vuole una “Riscossa cristiana”. Chiede semplicemente ai cristiani di comprendere che ormai, con al fine della Cristianità, si è esaurito anche qualunque altro modo di essere cristiani che potesse essere diverso dalla “proposta” di Francesco. Si è cristiani se si segue nudi il Cristo povero e nudo. Ma il pontificato è l’apice di un’istituzione, la Chiesa, cioè la ”comunità dei credenti”. Quella di Francesco era una proposta carismatica, una via eroica da percorrere solo da parte di alcuni che liberamente volevano accedere. Papa Francesco chiede che l’istituzione, chiamata a vivere in un mondo non-cristiano, accetti la sfida di farsi essa stessa càrisma. Sarà un cammino lungo e difficile, che richiederà una lotta quotidiana: e il cui scopo sarà una trasvalutazione dei valori, una vera e propria metanoia. Ai tempi di Francesco, la Modernità già avanzante si proponeva con i valori dell’individualismo che stava crescendo e del primato dell’economia: il Povero di Assisi li rifiutò in blocco sul nascere, altri – che pur ne ammiravano la figura e l’opera – li accettarono. Ora che essi son cresciuti al punto da soffocare la fede cristiana, la sopravvivenza di essa diventa possibile soltanto conducendo contro di loro una guerra sena quartiere. Ieri, quella di frate Francesco era solo una “via” tra le molte proposte ai cristiani. Ai tempi di papa Francesco, esaurite e perdute tutte le altre, resta la sola via: in assenza della quale, a differenza di quel che pensava Benedetto Croce, non possiamo dirci cristiani.

Franco Cardini


Minima Cardiniana, 34

Domenica 10 agosto 2014 - XVIIII Domenica del Tempo Ordinario
San Lorenzo diacono della Chiesa Romana, martire

Un’occasione liturgica straordinaria, questa che associa una domenica ricchissima e significativa come poche altre sul piano della Liturgia della Parola alla ricorrenza di un martire tra i più noti e venerati della Cristianità occidentale, quel Lorenzo la leggenda del quale si collega nientemeno che alla coppa dell’Ultima Cena, quindi alla celebre reliquia del “Santo Calice” di Valencia, che originariamente sarebbe stata appunto quella coppa, dall’iberico Lorenzo inviata in salvo nella sua patria lontana per preservarla dalle profanazioni dei persecutori pagani e passata quindi dal monastero aragonese di San Juan de la Peña alla cattedrale di Valencia. D’altronde i genovesi, che già dall’indomani della prima crociata avevano identificato la preziosa reliquia nel cosiddetto “Sacro Catino” da essi portato dalla città palestinese di Cesarea, non a caso intitolarono al diacono Lorenzo al loro cattedrale, che ospitava e ospita la celebre reliquia concorrente della valenciana. Siamo, in altri termini, alle radici quanto meno lipsanografiche della “leggenda del Santo Graal”.

E il Graal richiama – con il suo mito-leggenda-racconto – al tema centrale della Presenza Divina e del suo riconoscimento da parte degli uomini. “Riconoscere Dio”, discernere la Sua presenza, la Shekinah ebraica. E’ il tema della prima lettura odierna, I Regum, 19, 11-13, dove il profeta Elia riesce a discernere la Presenza non già nelle terribili manifestazioni cratofaniche della natura, ma in un delicato sommesso stormire, in una brezza leggera: così come spesso Dio ci parla attraverso le piccole cose e la presenza degli Ultimi. Difatti ammonisce il Salmo responsoriale 84: “Mostraci, o Signore, la Tua misericordia”. E san Paolo, Rom., 9, 1-5, esprime il suo dolore dinanzi all’incapacità del Popolo Eletto, della sua stessa gente, a riconoscere il Cristo. D’altronde Matteo, 14, 23-33, non lascia adito a dubbi: quando Dio si manifesta in tutta la Sua potenza e in tutta la Sua gloria, gli uomini stentano a vederLo e hanno difficoltà a distinguerLo da un’immagine vana (“un fantasma”); quando poi cercano di ascoltarne il messaggio, come Pietro che viene invitato dal Signore a raggiungerlo camminando sulle acque del lago di Genezareth in tempesta, la loro mancanza di fede li frena: ma a quel punto è la Grazie – la Voce del Signore, la Sua mano protesa – a salvarli.

I nostri tempi sono terribili: cristiani massacrati dall’Iraq all’Africa occidentale (ma anche i poveri, umili yezidi trascurati da tutti, loro, gli umili “adoratori di Satana” sono tra gli Ultimi che più di ogni altro testimoniano, sulla terra, della Presenza Divina); calvario della città-martire di Gaza che non accenna ad aver fine sotto gli occhi indifferenti della comunità internazionale che invece di fermarlo continua a discettare; riapparizione della minaccia di “Ebola”, dinanzi all’evidenza della quale troppi responsabili, per troppo tempo, hanno fatto la politica dello struzzo; inesorabile avanzata della crisi socioeconomica nello stesso “felice” Occidente, nella nostra povera Italia. Ma guai a lasciarsi impressionare dai droni e dai missili: Dio non è in essi, Dio è nella “brezza leggera” della preghiera dei fedeli e della sofferenza degli umili. Guai a non individuare la Sua Voce e la Sua mano tesa, guai a mancare di quel briciolo di fede che ci consentirebbe di camminare, con Gesù, sui flutti agitati della vita. L’augurio che in questo giorno liturgicamente eccezionale mi sento di fare a me stesso e a tutti voi, mentre dall’Afghanistan a Mosul a Gaza al continente africano si continua a morire uccisi dalla guerra, dalla fame o dalla malattia, è di non cadere mai nella miseria degli sciagurati che annegano nelle loro piscine olimpioniche e nei flutti agitati dei proventi che arrivano nelle loro tasche provenendo dallo sfruttamento della povertà altrui. Gesù, che ieri era ad Auschwitz tra gli innocenti candidati a una morte atroce ed ingiusta, non è con loro: oggi è a Mosul tra i cristiani e gli yezidi, a Gaza tra i bambini che muoiono per i “danni collaterali” dei bombardamenti, tra i poveri africani contagiati da Ebola. A loro, non ai Padroni della Terra e del Petrolio e ai Signori della Guerra e dei Droni, appartengono la Potenza e la Gloria nei secoli dei secoli.

MA SI’, LASCIAMOLI STERMINARE! IN FONDO, SONO SOLO DEI SATANISTI…

Se il mondo fosse davvero retto sui valori sui quali giurano di fermamente credere i dirigenti manageriali e i politici democratici dell’Occidente, i valori di continuo ribaditi e garantiti dai media che essi gestiscono, le poche migliaia di yazidi seminomadi che da circa un millennio abitano alcune aree montane vicine a Mosul e ad Aleppo (in quella che storicamente è “la Grande Siria”) o sono disseminati tra Caucaso e altopiano iranico dormirebbero sonni tranquilli: sono gente mite, dedita alla pastorizia, all’allevamento e a forme primitive di agricoltura, e non hanno mai dato noia a nessuno.

Se quanto meno la società nella quale viviamo fosse un pochino più attenta a quei valori culturali di cui sono in tanti a riempirsi di continuo la bocca, gli yazidi sarebbero invece tormentati di continuo da etnologi, antropologi, studiosi di culti religiosi, e torme di cineteleoperatori della BBC, della “”National Geographic” e della CNN farebbero a gara per contenderseli: e quanto meno passerebbero loro un po’ di soldi. Si tratta difatti di un “fossile antropologico” prezioso.

Ma siccome né l’una né l’altra cosa corrispondono a nulla di vero, ci sono ottime probabilità che tutti si disinteressino di queste migliaia di sventurati che i sunniti radicali dell’Islamic State del “califfo” al-Baghdadi stanno cacciando dai loro antichi insediamenti siroirakeni. La comunità yazide conta, in tutto il mondo, forse un mezzo milione di individui riuniti in piccole, spesso microscopiche comunità: si organizzerà per loro una qualche istituzione burocratico-assistenziale in seno all’ONU o all’UNESCO, che soccorra i perseguitati, fornisca loro un minimo appoggio e magari li colleghi ai loro compatrioti/correligionari sparsi per il mondo? Oppure quel che oggi appare una curiosa notizia sulla quale spargere le solide due lacrimucce democratiche a buon mercato è destinata a scomparire entro qualche giorno, fagocitata ed obliterata da altre notizie mediaticamente più ghiotte? In fondo, si fa – e a ragione – un gran parlare in questi giorni dei “cristiani perseguitati”, ma le varie comunità dei fedeli di Gesù di Nazareth una qualche voce in capitolo in fondo ce l’hanno, e nella migliore della ipotesi possano sempre sperare in quella benedetta finestra che ogni domenica si apre su Piazza San Pietro, all’ora dell’Angelus, e dalla quale piovono benedizioni, parole di conforto e anche qualche dura, coraggiosa rampogna (e sia benedetto papa Francesco, anche per questo…).

“Adoratori del Demonio”, sono stati definiti da qualcuno gli yazidi. Certo, è un nome che può far paura o. peggio, provocare grandguignolesche immagini da cinema del terrore. In effetti, tra i molti epiteti con i quali essi vengono tradizionalmente indicati, ce n’è uno che in antico persiano (l’antenato dell’odierno farsì parlato nell’Iran) suona come Shaiôān Peresht, “veneratori di Satana”. Un analogo valore ha l’espressione turca Cyrāğ Sândëren, “quelli che spengono le lampade”, che rinvia all’accusa di riti magico-religiosi da celebrarsi a luci spente (accuse del genere furono mosse anche ai primi cristiani e, nel medioevo europeo, a molti gruppi ereticali). In effetti, per quanto essi si autoconsiderino musulmani e siano emersi come confraternita specifica all’interno dell’Islam, gli altri musulmani hanno l’aria di ritenerli piuttosto non tanto degli “eretici” (non essendo detentori di istituzioni e discipline “ecclesiali”, i musulmani hanno difficoltà ad accedere al concetto di “eresia”) quanto degli “apostati”, e come tali non soggetti alla norma secondo cui le genti dette ahl al-Kitab, “popoli del Libro”, che pur non essendo musulmane hanno conoscenza del vero Dio provenuta loro da una Sacra Scrittura, hanno diritto a mantenere sotto il predominio e la protezione dell’Islam il loro culto originario. Tali sono certamente gli ebrei e i cristiani, ma sono stati considerati tali anche i “mazdei”, cioè gli zoroastriani (che difatti sopravvivono ancora, tra Iran e India nordoccidentale), e gli stessi buddhisti.

Ma la parola che li designa, Yazīdiyyūn, è di origine araba e, come l’altra di analogo valore, Dawāsin, ha un originario valore geografico: essa indica gli abitanti di un’area montana ad est della città di Mossul, il Jabal Singiār, nella quale almeno dal XIII secolo risultano insediate alcune sparse comunità di origine e di lingua curda, vale a dire iranica, caratterizzate dal culto dell’unico Dio e di alcune entità angeliche a Lui subordinate, la più importante delle quali è Melek Tā'ūs, “l’Angelo Pavone”. La presenza dell’allusione al nobilissimo volatile, presenza simbolica fondamentale nella cultura persiana preiranica, e la forte connotazione quasi biteistica che emerge dal rapporto tra Dio e l’Angelo Pavone, ha fatto pensare a lontane ma non poi troppo vaghe origine mazdaiche. L’Angelo Pavone sarebbe stato interpretato poi come figura analoga al serpente tentatore del Genesi ebraico e cristiano, a sua volta identificato nello Shaitan della fede coranica, la quale in tale figura angelica scorge lo Shaitan, l’angelo ribelle a Dio “per troppo amore”, in quanto offeso dal vedersi posposto dopo la creazione all’uomo, che Allah ha prediletto.

Il sistematore dello yazidismo nella forma sincretistica nella quale lo conosciamo sarebbe stato un sufi vissuto tra XI e XII secolo, Shaykh Adi ibn Muzafir, presentato come discendente della grande famiglia califfale degli umayyadi che dalla loro capitale di Damasco dominarono un Islam ancora sostanzialmente unito tra VII e VIII secolo. Il termine “yazidi” si spiega anche, secondo alcuni, mediante il ricorso alla memoria di un califfo umayyade, Yazid, caro alla memoria sunnita e inviso invece a quella sciita.

Pur essendosi organizzati difatti in qualche modo all’interno dell’Islam sunnita, gli yazidi compartecipano di credenze diffuse semmai in alcune sette minoritarie sciite, come la metempsicosi: la loro complessa e non sempre chiara teologia ospita difatti – appunto sincretisticamente – anche elementi gnostici, ebraici e cristiani. Particolarmente pronunziata è la loro affinità con il cristianesimo nestoriano, a sua volta diffuso tra Irak, Iran e subcontinente indiano. Ad ogni modo condividono con i “fedeli di Abramo” i grandi princìpi generali dell’immortalità dell’anima e della retribuzione eterna per i giusti, mentre i peccatori appaiono soggetti al destino della metmpsicosi.

Parte essenziale del culto è il pellegrinaggio annuale al predetto santuario dello Shaikh ‛Adi; le “Scritture Sacre” sono due, il “Libro nero e il “Libro della Rivelazione”; alcune espressioni cultuali di tipo estatico sembrano rinviare a pratiche oggi osservate soprattutto nell’Islam sciita, l’influenza del quale nel mondo mesopotamico-persiano è stata, nei secoli, molto pronunziata. Al mondo sciita sembra appartenere anche la complessa gerarchia “religioso-sacrale” che distingue i fedeli “privilegiati” (i capi dei quali, gli shaikh, vantano discendenza califfale dagli umayyadi), tra cui esistono accoliti, inservienti, cantori e danzatori estatici, dai semplici murīdān, gli “aspiranti”. Una distinzione del genere, di tipo originariamente gnostico, vigeva nel medioevo occidentale all’interno del catarismo (sètta d’origine in effetti gnostico-manichea) tra “perfetti” e “credenti”. Tra XII e XIII secolo i catari quasi conquistarono l’Europa, e furono necessari una crociata sterminatrice e un lungo lavoro inquisitoriale per distruggerli. Che gli yazidi siano, in qualche modo, discendenti di qualche sètta imparentata con quella fede che nel Duecento affascinò tanti trovatori provenzali e alla quale appaiono per alcuni aspetti collegate le leggende del Graal? Un termine iranico, Īzed, equivale ad “angelo”: se potessimo avvicinarlo a quello che designa gli yazidi, esso sembrerebbe quasi indicare un’origine appunto iranica preislamica, di tipo gnostico-mazdaico-manicheo, a questo culto diffuso tra montanari curdi che lo avrebbero mantenuto preservandolo nonostante la conquista musulmana dell’altipiano persiano fra VII e VIII secolo.

I mongoli, che conquistarono la Persia a metà Duecento, protessero o comunque lasciarono a quel che pare in pace tanto i cristiani nestoriani (forti anche nella loro compagine tribale) quanto i curdi yazidi, che dovettero viceversa subire forti persecuzioni dalle varie ondate turche avvicendatesi nell’area tra XI e XVI secolo, rigorosamente sunnite (anche il grande Tamerlano se la prese con loro, come con tutte le varie sette sciite che si trovò sul suo cammino tra Uzbekistan e Siria); qualche noia essi dovettero sopportare anche dall’amministrazione ottomana, che aveva nell’area mesopotamica i suoi vilayat (“governatorati”) di frontiera e che favoriva semmai i curdi musulmani sunniti. Furono però le tormentate vicende della confinazione siro-irakena, maldestramente avviate nell’immediato primo dopoguerra dall’ignoranza geoetnica e dalla prepotenza politica di un brutale e maldestro funzionario inglese di nome Winston Churchill, a determinare nuove difficoltà: la scia di esse, insieme con la fine del regime baath di Saddam Hussein che tra i suoi mille difetti non annoverava l’intolleranza religiosa, ha condotto al recentissimo nuovo episodio di violenza della quale la pacifica comunità yazide è vittima nel generale clima del nuovo fanatismo islamo-sunnita. Auspichiamo che almeno papa Francesco si ricordi, nel prossimo Angelus, di questi miti fedeli dell’Angelo Pavone, collega dell’Arcangelo Gabriele venerato messaggero della Vergine Maria.

Franco Cardini

PENSIERO LAICO E LIBERTA’ INDIVIDUALI

Comincerò con la confessione di quello che - per quanti hanno la benevolenza e il tempo da perdere necessari a seguire le cose che penso e che scrivo: e ignoro se e quanto ne valga la pena - è un segreto di Pulcinella. Sono sempre stato, per inclinazione personale e per educazione familiare, rispettoso di chiunque e di qualunque idea; d’altronde, la mia professione di fede cattolica (per quanto io debba continuamente combattere con la debolezza di quella stessa fede: ma credo che questa sia condizione comune a molti) m’impone di credere nell’esistenza di una sola Verità assoluta, ardua a comporsi con la considerazione delle molte e differenti - sovente contrastanti - verità che si presentano e si confrontano nel mondo e nella storia. A livello religioso, una risposta mi viene dall’idea - desunta da Nicolò di Cusa e da Erasmo da Rotterdam - che esista una religio perennis nella quale tutte le religioni convergono e si compendiano: ma credo che ad essa si possa storicamente attingere non già aderendo a forme e ad esperienze di tipo sincretistico, bensì restando coerentemente fedeli alla propria tradizione pur vissuta nella dinamica storica che distingue - sul piano fenomenologico, se non su quello sostanziale - ciascuna tradizione.

Confesso che, se tale convinzione mi rende facile il dialogo con i portatori di altre fedi religiose - soprattutto con quelle più prossime al cristianesimo, cioè con gli ebrei e i musulmani -, essa non mi favorisce granché nel dialogo (che pur ritengo importante e che in buona fede perseguo) con i laicisti, cioè con quanti ritengono che si possano costruire società civili che astraggano dal fondamento sacro della civiltà e dall’origine metafisica dell’etica: le società che possono “fare a meno di Dio”, che per me non è l’Assoluto, il Divino, l’Ente Supremo, ma una persona spirituale che attraverso la Rivelazione ha fatto irruzione nella storia. Il Dio di Abramo, d’Isacco, di Giacobbe, di Gesù e di Muhammad, il Patto stretto dal Quale col genere umano è sancito da una Scrittura Sacra.

Mi rendo perfettamente conto che un atteggiamento del genere mi rende non perfettamente libero secondo gli standards di giudizio laicistici e liberal-liberisti. Il mondo laicista è libero di accettare qualunque scelta gli sembri ispirata da ragione, in piena libertà di coscienza; il credente trova che la sua ragione e la sua libertà sono obiettivamente limitate dalla fede - il contenuto della quale va oltre la ragione - e dalla Rivelazione. Sul piano fenomenologico, questa differenza ordinariamente non osta alla comprensione reciproca, alla concordia di fini e d’intenti, alla collaborazione nello sforzo di edificare la città terrena secondo un progetto che può essere largamente comune; sul piano assoluto, tuttavia, il soggetto e l’oggetto della ricerca del credente non sono esclusivamente l’uomo, lo scopo della sua vita non è esclusivamente umano, le sue valutazioni non dipendono mai soltanto dall’esame di realtà immanenti e di valori storici e politici. Credo pertanto che la chiave per consentire un’intesa e una collaborazione feconda tra credenti e laicisti consista essenzialmente nell’evitare tutti quei campi del vivere e del pensare nei quali il credente non può impedire che il piano assoluto esca dall’àmbito della sua coscienza personale.

D’altronde, queste considerazioni mi conducono a chiedere agli amici laicisti uno sforzo che credo, per loro, pesante fino ai limiti dell’insostenibilità: quello di mettere quanto meno concettualmente da parte la loro radicata convinzione che i traguardi conseguiti dalla moderna società laica e liberale siano obiettivamente i migliori possibili, i più giusti in senso assoluto. Il che potrebbe esser plausibile se solo la storia avesse un senso immanente: e ormai il tramonto delle ideologie e i progressi nello stesso campo della ricerca hanno dimostrato che tale senso non esiste. Il vecchio Dostoesvskji ha espresso bene il fondamento del pensiero laico nella sentenza: “Se Dio non esiste, tutto è permesso”, ma l’elaborazione etica di tale pensiero ha posto un limite all’arbitrio dell’agire - l’aristocratico arbitrio della cultura libertina - nell’esercizio del rispetto per i diritti individuali. La tolleranza e i diritti dell’uomo (e poi della donna, del bambino, dell’ammalato, degli animali, della natura e via dicendo) - che hanno costituito lo sviluppo di elementi già presenti nell’etica cristiana, la quale ha sintetizzato elementi ebraici ed elementi ellenistici: ma che sono nati all’interno di una logica già moderna, per la quale l’etica e la politica erano autonome rispetto alla fede: e che quindi non era più cristiana, nel senso che aveva abbandonato l’idea che il progetto cristiano potesse servire da legittimo fondamento per la vita civile e sociale, accordandogli un àmbito di legittimità solo al livello individuale, quello delle singole coscienze - sono state accettate oggi dalle Chiese cristiane storiche, dopo un lungo periodo di tensioni e anche di ostilità specie da parte di quella più gerarchicamente strutturata, la cattolica. Questo non toglie però che il pensiero e la prassi laicisti riposino ancora su una delle tesi, la n.58, condannata dal Sillabo, che così nel suo italiano ottocentesco la esprime: ”Non sono da riconoscere altre forze da quelle in fuori, che son poste nella materia, ed ogni disciplina e onestà di costumi devesi riporre nell’accumulare ed accrescere pere qualsivoglia maniera la ricchezza e nel soddisfare le passioni”.

Ma a questo punto - e direi che la tesi 58 è ancora una delle pochissime che, del Sillabo, possiede una forza teologica e morale irrinunziabile per i cattolici - il problema si fa essenzialmente esegetico: e tutte le questioni che ancor oggi dibattiamo vi appaiono, in sintesi, incluse. Quali e che cosa sono le forze poste “nella materia”. Ora che nessuno o quasi crede più che ad esempio la storia abbia un senso e una direzione finalistica, e che ad esempio vada verso l’abolizione della proprietà privata e la società senza classi? Se il progresso tecnologico e scientifico - che in àmbito laicista molti tendono a pensare come normativo anche in campo etico: ritenendo cioè che tutto quel che tecnicamente si può fare sia lecito anche in campo morale - consente il superamento di limiti che la rivelazione propone come invalicabili, chi dalla Rivelazione trae il fondamento delle sue scelte morali sfuggirà all’accusa di essere un ottuso fanatico, un integralista o, come oggi si dice, un “fondamentalista”? Ecco: ho l’impressione che la scienza e il progresso tecnologico, al pari dello sviluppo materiale, del profitto, del consumo, dell’utile, siano trattati dai laicisti non come obiettivi ch’essi ritengano primari nell’àmbito delle loro scelte, ma che essi hanno l’aria di credere obiettivamente primari, per una sorta di ontologia che essi abbiano cacciato dalla porta rinunziando a stabilire nella metafisica il fondamento della loro etica ma ch’è poi rientrata dalla finestra e che ormai non si fonda più neppure sulla convinzione che esista un senso nel processo storico, e quindi una “ragione” in esso.

La domanda, tuttavia, si pone: se non c’è un fine al progresso, allo sviluppo, al consumo, al profitto, al benessere, può esserci ad essi una fine? Ma se progresso, sviluppo, consumo, profitto, benessere hanno come scopo il raggiungimento della felicità, ed essa è per definizione irraggiungibile - se non altro perché il perfetto conseguimento di essa urta con la coscienza della finitezza dell’essere umano e con l’angoscia della sparizione che da tale coscienza fatalmente deriva -, il progetto laico non ne risulta inficiato in partenza nella misura in cui insegue una mèta irraggiungibile? Non sono per definizione il progresso, lo sviluppo, il consumo, il profitto, il benessere, per loro natura sempre perfettibili, sempre imperfetti, e tali dunque da generare un’insoddisfazione, quindi un’angoscia, quindi una mancanza di felicità senza limiti? E non è pertanto la via imboccata dall’Occidente moderno in contrasto con il fine stesso della ricerca della felicità, ch’esso si pone come valore primario?

L’anello debole del pensiero laicistico - che non mi sembra abbia mai prodotto valori davvero forti: che produce semmai valori duri, ma appunto per questo fragili - sta a mio avviso nel suo limite ultimo e più grave, l’individualismo. I valori eticamente più alti prodotti dall’Occidente moderno sono leggibili in termini di diritti: ma non sono mai diritti che sia possibile godere comunitariamente, che si fondino quindi sulla rinunzia di una parte dei diritti individuali a vantaggio di quelli altrui. Il risultato concettuale, è la compresenza di diritti individuali illimitati, come cerchi il centro dei quali sia l’individuo e la circonferenza non esista. Ma, nella pratica, l’esercizio dei diritti individuali si traduce in una legge della giungla che può essere anche in apparenza ordinata ed educata - come appare in molti ambienti del nostro Occidente -, la sostanza della quale però si traduce in una durissima mancanza di equità.

Il punto è che l’individualista occidentale è anche un convinto etnocentrista: per malafede, o per ignoranza, o per calcolo, egli astrae totalmente dal fatto che le realizzazioni scientifiche, tecnologiche, finanziarie ed economiche degli ultimi decenni - nei quali il loro rispettivo progresso è cresciuto in progressione geometrica - hanno scavato non già un fossato, bensì un abisso tra le condizioni di quel circa 20% di cittadini del nord e dell’ovest del mondo che - in modo sia pur molto disuguale fra loro - controllano e gestiscono l’80% delle ricchezze e delle risorse del pianeta , e il restante 80% della popolazione mondiale (che si avvicina ormai ai cinque miliardi di persone), condannata a vivacchiare sul 20% corrispondente. L’illusione - credo fondata sulla malafede - che questo benessere, col tempo, potrà diffondersi in tutto il mondo, fa parte della perdita da parte dell’Occidente della cultura del limite, ma consente agli occidentali di continuar a ostentare fiducia formale nel loro way of life e nel sentirsi nel contempo a posto con la loro coscienza: secondo un paradosso avviato nel XVIII secolo, allorché con espressioni quali “diritti dell’Uomo” s’intendeva in teoria coinvolgere tutta l’umanità mentre si sapeva bene di voler interessare, sul piano storico definito e concreto, solo alcune classi giuridiche e sociali del mondo europeo e dell’élite sparsa nel mondo ma ad esso afferente.

Con la globalizzazione, l’egemonia di alcuni gruppi e individui sull’occidente e quella di essi - quinsi di alcuni occidentali - sul mondo è divenuta evidente e, per quel che si può vedere e prevedere almeno in tempi brevi, irreversibile. Ma una cultura dei diritti individuali, che faccia coincidere solo con essi i valori, può ragionevolmente dirsi equa rispetto alla morale del secolo XXI, che risente ancora tanto dei valori storici dello stesso Occidente, fondati sul senso cristiano della giustizia e materiati profondamente dell’aspirazione socialista all’uguaglianza? Del fatale trinomio della Rivoluzione francese, a parte l’utopia cristiana e massonica della Fraternité - che troppo spesso si risolve in un valore teorico e retorico, destinato a riproporsi solo in episodiche circostanze emozionalmente vissute ma refrattario a tradursi in termini istituzionali e sistematici -, dalla lotta durata due secoli è emerso che la Liberté ha vinto sull’Egalité: ma il prezzo di questa vittoria è che il primo valore si va affermando in misura tanto più ristretta ed élitaria quanto più fenomenologicamente intensa, mentre il secondo - che per sua natura non esiste se non è generale - è stato di fatto abbandonato. Appare storicamente difficile immaginare una situazione di questo tipo che possa non dar luogo a tragici contraccolpi, neppure troppo lontani nel futuro - e alcuni sintomi di ciò già si scorgono, ad esempio negli inquieti flussi migratori e nel nascere di nuovi radicalismi religiosi e politici -, ove il sistema nato dalla globalizzazione non sappia elaborare al riguardo adeguate risposte protettive: prima fra tutte, la ridistribuzione delle ricchezze, delle risorse e del know how tecnologico, non privo della necessaria autonomia decisionale atta a utilizzarlo. Ma è proprio a ciò che l’élite che attualmente governa il pianeta - e della quale noi siamo parte, o rispetto alla quale siamo dei subalterni funzionali e in vario modo privilegiati - non sembra disposta ad acconsentire.

Franco Cardini


Minima Cardiniana, 33

Domenica 3 agosto 2014 - XVIII Domenica del Tempo Ordinario
Santa Lidia

CHE IO SIA UN CATTOEUROFASCIOCOMUNISTA?

Ho molti difetti. Sono però del tutto esente da due che, a mio avviso, sono tra i più spregevoli: il rifiuto di rimettersi in discussione e la memoria corta.

Al contrario. Mi ci rimetto di continuo; e ho non solo la memoria lunga, ma anche la tendenza a coltivarla al massimo e a metterla a disposizione di chiunque ad essa sia interessato. Non m’interessa la falsa coerenza per finger la quale si è di continuo costretti a nasconder dei pezzi di se stessi: al contrario, credo nella vitalità delle contraddizioni e sulla necessità d’interrogarsi a loro proposito. Per questo ho periodicamente raccolto i miei scritti più “discutibili” e “rischiosi” e ne ho ricavato almeno due libri, Testimone a Coblenza del 1987 e Scheletri nell’armadio del 1992; non solo, ma ho raccolto il risultato dei miei continui esami di coscienza – sono, e ne vado fiero, un allievo della Compagnia di Gesù – in una sorta di autobiografia culturale, L’intellettuale disorganico, del 2001. A dire il vero ho raccolto anche altri scritti, più di recente. Ma non facciamo dell’amarcord autobibliografico, per carità.

Comunque vedo che, tra i miei Leitmotive, quello prevalente in un modo o nell’altro è sempre l’Europa. Ricordo quindi molto bene il senso di smarrimento che mi assalì alla fine degli Anni Sessanta, quando stavo andando, io del ’40, verso la trentina: sono gli anni in cui ci si comincia a sentir vecchi. Stava cominciando il Sessantotto, e noi non lo sapevamo: ma percepivamo qualcosa nell’aria. Nella seconda metà di quel decennio appartenevo a un gruppo di amici che è ancora molto unito e solidale, e insieme avevamo fatto l’esperienza della Jeune Europe di Jean Thiriart. Sognavamo il socialismo europeo e il “fascismo immenso e rosso”: non eravamo mai guariti della ferita ungherese del ’56 e intanto ci era arrivata addosso la primavera di Praga, sbocciata e subito disseccata. Eravamo certi che le due superpotenze che in apparenza si fronteggiavano erano, in realtà, due complici che si stavano spartendo il mondo fingendo di difendere ciascuno gli oppressi del campo altrui e mantenendo così in entrambi gli emisferi il deserto che loro chiamavano pace, e che ciascuno di loro denominava, mentendo, “giustizia” o “libertà”. Nel ’67 era morto il “Che”: gran parte della destra aveva esultato, e noi avevamo abbrunato le nostre bandiere (“Aprendimos a quererte...”).

Così ho rievocato quel momento, che non voglio né nascondere né rinnegare, ne L’intellettuale disorganico, pp. 110-111: “...io sentivo che in qualche modo il secolo stava finendo: ed era il mio secolo. Ero esausto. Avevo bisogno di certezze. Mi sentivo adulto e quasi vecchio, uno stanco Ulisse che sogna la sua Itaca, per quanto dubiti ch’essa esista – accade sovente, ai trentenni -: e pensavo al mio ‘fascismo immaginario’ come si pensa all’acne iuvenilis. Fu allora che il mio innato e profondo senso della giustizia sociale da una parte, il bisogno d’ordine proprio di tutti i confusionari e di tutti i nihilisti dall’altra, fecero sì che – per una breve ma intensa stagione – io vivessi la mia ‘primavera rossa’. Sarei sleale se fingessi di essermene dimenticato. Anzi, a dirla tutta... me ne vanto... mi capitò di pensare seriamente al socialismo come via d’uscita dei mali italiani ed europei... Non meraviglierà che, date queste premesse, decidessi di cominciar a studiare il russo e mi concedessi anche, nel 1970, un lungo stage a Mosca. Ne tornai vaccinato dalla tentazione comunista...”.

Ma, in realtà, una mia certa russofilia, una qualche forma di eurasianesimo, covavano in me da tempo. E solo chi non conosce la Spagna si meraviglierà se a questo punto affermo che – lettore di romanzi russi e innamorato della musica etnica russa fin dall’adolescenza – era stato soprattutto in un lungo inverno castigliano, fra ’63 e ’64, che la mia passione russa si era risvegliata. Le somiglianze tra i piani di Castiglia e quelli tra Don e Volga, d’inverno, sono moltissime: e uno dei musicisti che più amo, Rimsky-Korsakov, ha perfettamente tradotto questa misteriosa attrazione reciproca nelle note del Capriccio spagnolo. Del resto l’avrebbero provata anche, fra ’36 e ’39, i miliziani russi delle Brigate Internazionali; e, reciprocamente, nel ’42-’44, i legionari falangisti volontari nella “Division Azul" che perpetuava la loro cruzada nella quale Franco, che li riteneva scomodi, li mandava a morire.

Fu pertanto in quel lontano inverno castigliano, e successivamente nell’estate russa di sette anni più tardi, che maturai il mio incontro con Mihail Afanasievich Bulgakov, letto prima in italiano e in spagnolo, quindi – faticosamente, ma con autentica passione – in russo.

Affrontai per primo La guardia bianca, il romanzo scritto nel ’25 dal più o meno trentacinquenne medico di Kiev che per tanti versi mi ricordava le peripezie di quanti sono travolti dalla rovina del vecchio mondo cui appartengono e dalla guerra civile: Unamuno, Drieu La Rochelle, Lernet-Holenia, von Salomon, magari anche il nostro Alianello. La tragedia dei fatti più grandi di te che t’incombono addosso, e il conflitto tra radicamento e voglia d’avventura, tra umanità e ferocia, tra fedeltà e rivolta, tra pietà e impulso di distruzione. Bulgakov ci sarebbe tornato nel ’36, in piena era staliniana, raccontando con coraggio le peripezie di alcuni ufficiali della Guardia Bianca nel romanzo La fuga. Mi accorsi con stupore che già fra ’30 e ’31 gli italiani si erano accorti di Bulgakov, anche dati i notoriamente ottimi rapporti diplomatici tra la Russia socialista e l’Italia fascista, che avevano dato luogo a molteplici scambi culturali e a influenze incrociate, che si riscontrano soprattutto nella cinematografia dei due paesi.

Debbo dunque molto, nel mio pervicace viscerale europeismo, all’attrazione esercitata dai e fra i due “opposti”. Anche geograficamente, Russia e Spagna stanno nei due cantoni estremi di quel mondo che io sento come profondamente unito pur nelle sue immense e tutte preziose, diversità. E’ stato detto che l’umanità si divide in costruttori di muri e costruttori di ponti. Io simpatizzo senza dubbio per la seconda categoria. E l’immenso ponte che unisce Spagna e Russia passa senza dubbio alcuno per la Francia e, forse di più e soprattutto, per la Germania. Ed è, come il Ponte Carlo di Praga, un ponte segnato profondamente da simboli cristiani. Ho percorso quel ponte immerso in un romanzo che ripensa e ritesse la tragedia del dottor Faust e ne ripropone goethianamente i protagonisti, ma che è come perseguitato dall’amore per il Cristo.

E’ questo Il Maestro e Margherita. Bulgakov aveva cominciato a concepirlo già dal 1926, quando aveva dato alle stampe la Diavoleide mentre una sua pièce teatrale, I giorni dei Turbin, otteneva un successo così strepitoso da attirargli la poco invidiabile attenzione della polizia sovietica ma anche quella personale del grande Jozip Stalin, che lo protesse e lo fece assumere come aiuto-regista al teatro d’Arte di Mosca. Nel ’36 si dimise e si ritirò: da allora, attese al suo romanzo che concluse pochi giorni prima di morire, nel ’40, alla vigilia della tragedia che gli fu quindi risparmiata.

Non potei avvicinare Il Maestro e Margherita durante la fase “spagnola” del mio amore per lui e per la Russia, in quanto il capolavoro di Bulgakov, che anche il suo protettore Stalin aveva lasciato stagionare, vide le stampe solo nel ’66: l’anno nel quale io venni a perdere il mio Maestro, Attilio Mordini, stroncato dopo un’eroica lotta durata vent’anni alla tubercolosi che lo aveva colpito poco più che ventenne nelle prigioni dei “liberatori”. E ancora me ne dispiace: credo che quel libro sarebbe molto piaciuto ad Attilio, e rimpiango di non averne potuto parlare con lui.

La satira del regime stalinista, da molti considerata il Leitmotiv del libro, è in realtà poco più del suo scenario. Il centro del capolavoro è la contraddizione insita nel Male (altro che la sua “banalità”...): Mefistofele dichiara difatti nel Faust di essere una parte di quella forza che vuole eternamente il Male e opera eternamente il Bene, cioè lo spirito che nega sempre. Nell’universo goethiano, Mefistofele diviene “male necessario”, controfaccia dialettica del bene e testimone pertanto di quest’ultimo. In Bulgakov, il Tentatore (Shatan, l’Accusatore, “colui che mette alla prova”) è nascosto dietro il nome di Woland, che richiama il Wieland delle saghe germaniche e di Wagner: egli giunge con la sua terribile e grottesca Corte nella Mosca impaurita, ipocrita e meschina degli Anni Venti per affermarvi il valore forte dell’autentico Male, senza il quale neppure l’autentico Bene potrebbe mai esistere. E lì, in una società devastata dalla paura e dal vuoto morale, la forza che vuole eternamente il Male compirà il Bene supremo: la liberazione del Maestro, chiuso in manicomio per aver osato scrivere una vita di Ponzio Pilato nella quale si affermava l’effettiva realtà di Gesù come personaggio storico, e il suo ricongiungimento con l’amata, la splendida Margherita, costretta tuttavia a farsi strega e a guidare il Sabba. Eppure, ecco che Margherita, la dolcissima ingannata e corrotta nel capolavoro di Goethe, incede regalmente indifferente e indenne in quello di Bulgakov attraverso ogni forma di bruttura e di ripugnante ridicolo: i demoni-gatti e i demoni zannuti, le loro oscenità, i loro crudeli trucchi, il loro feroce sarcasmo. Essi saranno il suo corteggio infame eppur cavallerescamente fedele; e nulla delle loro paurose e oscene buffonerie potrà sfiorarla. Divenuta con irreprensibile e sicura naturalezza Sacerdotessa del Male Assoluto, Margherita resterà immacolata: la Forza che eternamente vuole il male ed eternamente opera il Bene compirà su di lei, per lei, il miracolo sommo dell’intimo paradosso che ne costituisce l’essenza. Ed ecco tornar la domanda di Giobbe e di Jung: qual è, in ultima analisi, il rapporto fra Dio e il Suo serafino caduto? Woland sconvolge il falso ordine della società moscovita, che attraversa come un uragano d’illusione e di menzogna. Ma si piega pietoso sulle sofferenze dei due amanti e misteriosamente li restituisce alla sola libertà per essi possibile, alla sola serenità per essi attingibile: “...Là, là! Là vi aspetta una casa e un vecchio servo, le candele sono già accese, ma presto si spegneranno perché incontrerete immediatamente l’alba. Per questa strada, Maestro, per questa strada! Addio, per me è ora!”.

FC


Minima Cardiniana, 32

Domenica 27 luglio 2014 - XVII Domenica del Tempo Ordinario
San Nazario

L'ISLAM NEL XXI SECOLO

Che cosa sta succedendo nel mondo musulmano dall’11 settembre ad oggi? Che cosa sta convertendo una parte di quel mondo da comunità di fedeli a compagine ideologizzata e politicizzata? Quali sono al riguardo le responsabilità dei dirigenti di quel mondo? Quali quelle dei poteri che si stanno dispuntando l’egemonia sul globo? Per rispondere, cominciamo sia pur sinteticamente dal principio.

I caratteri originali

Noi diciamo l’Islam. Più corretto sarebbe forse parlare degli Islam. D’altra parte, anche il cristianesimo e l’ebraismo si potrebbero e forse si dovrebbero declinare al plurale. Vanno comunque anzitutto richiamati, nell’interesse della chiarezza di queste brevi note, alcuni dati fondamentali. La comunità dei fedeli musulmani, l’umma, si è scissa fino dal VII secolo in tre fondamentali confessioni – la sunnita, la sciita e la kharigita - a loro volta distinte in scuole e in sette.

Continua...


Minima Cardiniana, 31

Domenica 20 luglio 2014 - XVI Domenica del Tempo Ordinario
Sant'Elia Profeta

Cari Amici, sapevo che sarebbe successo. Doveva succedere, prima o poi. Il vizio italiano ha preso ancora una volta anche me, che pur me ne ritengo (ordinariamente) immune. Questa “puntata” esce in ritardo. Capiterà di nuovo. L’importante è non tradire una modesta bandiera che – lo vedo dai vostri messaggi – è gradita a molti, che per me è stata fonte di amicizie confermate, rafforzate, riallacciate, e anche di nuove ed interessanti. Ci andiamo tutti affezionando a questi piccoli MC. Cercherò di non deludervi (troppo). Voi cercate di non trascurarmi. Grazie.

1. - SOVRANITA’ E DIGNITA’ – Nella mia Firenze, a proposito del “mio bel San Giovanni”, è in corso a quel che pare una polemica tra il sindaco Nardella e la presidenza dell’Opera del Duomo, che gestisce quanto riguarda la cattedrale e gli annessi per conto della Curia arcivescovile, che proprio in questi giorni sta assistendo a un importante avvicendamento ai suoi vertici.

Il battistero ha bisogno di essere ripulito e ovviamente anche restaurato: non che cada a pezzi, ma la manutenzione è necessaria. Per questo pare che dovrà venir “impacchettato” per alcuni mesi. Già in passato venne fasciato da un foulard di Gucci: a molti – tra i quali mi collocai anch’io – l’iniziativa non piacque, ma pazienza. Per Firenze vale quel che, con maggior tragicità, si dice di Gaza: è inutile piangere e onorare ogni giorno i morti di Auschwitz, che purtroppo non possiamo resuscitare, se non siamo poi capaci di fermare il massacro là e di evitare la fine tragica di quanti (anche bambini) stanno morendo in questo momento. Non è solo inutile. E’ indecoroso, infame, osceno. Non siamo solo complici degli assassini. Siamo peggiori di loro, che hanno almeno il coraggio delle loro azioni.

Inutile quindi recriminare sul foulard di Gucci. Come dicono a Napoli, chi ha dato ha dato, chi ha avuto ha avuto. Ora però si tratta di sventare il “generoso ricatto” di non so quale impresa o azienda o lobby o chiamatelacomeccazzovipare che avrebbe offerto di finanziare per intero i lavori di ripulitura e restauro a patto di “fasciare” San Giovanni per ben diciotto mesi, vale a dire un anno e mezzo, della solita guaina chic, del tipo che oggi tanto spesso si usa, sulla quale però non verrebbe riprodotta – come invece si fa – una sia pur sommaria immagine del monumento coperto, bensì raffigurati vari soggetti pubblicitari. Mi dicono che un insigne prelato fiorentino, interrogato al riguardo, abbia risposto rassicurante che “non ci metteranno certo sopra Charlize Theron nuda”. E io rispondo: magari! Il corpo di Charlize Theron è un dono di Dio e una manifestazione della Sua divina onnipotenza, è una meraviglia che canta le lodi del Signore. Una sua riproduzione sarebbe di gran lunga più casta di un’oscena immagine e/o di un ancor più osceno slogan di quelli che invitano a consumare di più, a spendere fortune gettando danaro al vento mentre al mondo c’è chi crepa di fame, a insegnare ai giovanissimi che solo il business è quel che conta, solo l’apparire è sacrosanto, solo l’avere è sacro.

“Questa è una casa di preghiera, e voi ne avete fatto una spelonca di ladri”. Sono le parole di Gesù che sta per usare la frusta, come papa Bergoglio ha promesso che farà nei confronti dei membri corrotti della Chiesa. Facciamolo anche qui, facciamolo adesso, cominciamo da questa meraviglia del mondo che è il battistero fiorentino di San Giovanni. I monumenti che possono stargli al confronto si contano, in tutto il mondo, sulle dita di una sola mano: forse San Marco a Venezia, San Vitale a Ravenna, la Moschea della Roccia a Gerusalemme, il Taj Mahal di Agra, la Città Proibita di Pechino.

Ma non è solo questione di bellezza: è questione di turismo, che appunto è oltretutto anche un business gigantesco. E io, che sono old fashion, sono convinto che anche negli affari la prima cosa da osservare è l’etica. Noi fiorentini abbiamo un’enorme responsabilità: tutti, non solo il sindaco o l’arcivescovo o i politici o gli imprenditori che col turismo ci fanno i soldi. Questi beni, che appartengono a tutta l’umanità, siamo noi chiamati a gestirli, a proteggerli, a valorizzarli. Averli in casa è un privilegio immenso e una fonte inesauribile di ricchezza: ma ubi commoda, ibi incommoda. Pensiamo ai giapponesi e agli australiani che nei prossimi diciotto mesi intendono venire a Firenze affrontando un lungo viaggio e un’alta spesa: magari sognano questo viaggio da tutta la vita, nella stragrande maggioranza dei casi non lo ripeteranno più in vita loro. Ma davvero vogliamo mostrar loro, al posto del capolavoro medievale, un osceno panettone imballato in una guaina pubblicitaria? Ma davvero abbiamo ridotto il nostro gusto e la nostra fantasia a queste miserabili condizioni degne di un Centro Commerciale della più squallida periferia megalopolitana?

E non si tratta solo di arte e di economia turistica, si tratta di sacralità. Quello è il tempio dov’è stato battezzato Dante, il tempio di alcuni tra i più bei mosaici del mondo, il tempio delle porte del Paradiso del Ghiberti.

La mia modesta proposta è che si faccia come si fa in tutti i grandi paesi europei di turismo, che non si sognano neppure (nemmeno la Francia e la Spagna, che sono i più ricchi) di avere tutte le ricchezze naturali e monumentali che abbiamo noi e che le gestiscono infinitamente meglio. Tempo fa è stata completamente ripulita e restaurata Notre Dame di Parigi, incomparabilmente più vasta del battistero e molto meno bella. Nessuno si è sognato di tenerla molti mesi completamente al coperto. La si è restaurata e pulita per settori, in modo che le incastellature non interessassero mai oltre un decimo della superficie. E naturalmente non solo la parte coperta lo è stata in modo degno e decoroso, ma si è provveduto a organizzare volta per volta una piccola, puntuale esposizione che mostrasse ai turisti attraverso immagini e attrezzature adeguate quel che essi non potevano ammirare in modo diretto.

Il battistero ha bisogno di diciotto mesi di lavoro per il restauro-pulitura. Ha otto lati, coperti da un tetto piramidale a otto spicchi corrispondenti. La mia proposta è quella di organizzare il lavoro in nove fasi settoriali (due mesi per fase) coprendo il monumento dalle incastellature due mesi alla volta: prima il tetto nella sua interezza, quindi una facciata ogni due mesi. Coperture adeguate, esposizione sostitutiva del temporaneamente inagibile, visione d’insieme sempre assicurata, risparmio del materiale necessario per la copertura, sorveglianza ridotta e semplificata.

Le imprese che si sono “generosamente” fatte avanti non ci staranno. E chissenefrega. Pare che i costi ammontino a un milione e mezzo di euro. Saranno certo più alti, ma si tratta di una cifra alla quale possiamo sopperire con fondi straordinari cittadini, provinciali, regionali e governativi, oltre a quelli europei e, soprattutto, a una colletta popolare tra i fiorentini che opportunamente presentata coinciderebbe con una splendida mobilitazione per il recupero di un elemento importante della nostra identità.

E infine, la sovranità e la dignità nazionali. Ma come, dico io, stiamo per regalare anzi stiamo già regalando (il ministro dice di aver bloccato tutto, ma i contratti sono in atto e i termini decorrono automaticamente) 14 miliardi e mezzo circa alla Locked per acquistare delle bufale come gli F-35 che nel migliore dei casi andranno a bombardare per conto terzi dei poveracci che a noi non hanno fatto niente di male, e poi ci lasciamo mettere in crisi per una spesa diecimila volte inferiore (io non sono forte in matematica, ma un milione e mezzo va moltiplicato diecimila volte per arrivare ai quindici miliardi che spenderemo per quei ferri da stiro volanti). Presidente Renzi, tu ti stimi un decisionista e magari hai anche ragione: e allora, decidi. Sottrai un decimillesimo a quella spesa pazza e inutile.

FC

2. – DECENNALI – Il 20 luglio, data in cui avrebbero dovuto essere stesi questi appunti, ricorreva il settantesimo dal fallimento dell’attentato a Hitler nella Wolfschanze. Della cosa si è molto parlato e ci si sono fatti sopra anche parecchi films, qualcuno decisamente brutto.

Invece il 22 luglio, giorno nel quale io effettivamente scrivo in ritardo quel che avrei dovuto scrivere due giorni fa, ricorre il settantesimo di una pagina per noi toscani dolorosissima, a proposito della quale è necessario “restaurare la memoria” e fare finalmente definitiva giustizia.

Il 22 luglio del 1944, alle 10,30 del mattino un proiettile di obice sparato da una batteria statunitense s’infilò per assoluta fatalità (un po’ come fanno talvolta le palle del biliardo mosse da un giocatore principiante e fortunato, che “vanno in buca”) in una finestrella del duomo della cittadina di San Miniato al Tedesco, tra Valdarno e Valdelsa, a metà strada tra Firenze e Pisa. Lì purtroppo si erano rifugiati molti samminiatesi per aspettare il passaggio del fronte: entrambe le formazioni che si stavano affrontando nel fondovalle, la statunitense e la tedesca, erano a conoscenza della cosa e ben decise concordemente a evitare che dei civili innocenti fossero coinvolti nel combattimento. Si trattò di un deprecabile errore involontario. Il diario del 349° fanteria USA, cioè il reparto protagonista dell’azione bellica in quell’area insieme con il 337°, è conservato a Washington e parla chiaro. Ma dopo il passaggio del fronte si andò elaborando – sulle prime forse in buona fede – un castello di dicerìe e di false prove che sfociò poi nella “leggenda nera” del “gelido eccidio perpetrato dai tedeschi”, i quali avrebbero obbligato la popolazione a chiudersi in duomo per poi minare l’edificio. L’infame balla, alla quale a San Miniato pochi sul serio credevano, divenne poi dogma a causa dell’imposizione intimidatoria di “ricostruzioni storiche” e ispirò anche il famoso film dei fratelli Taviani, La notte di San Lorenzo. Quanto al reparto tedesco della 3. P.G. Division, una cinquantina di granatieri al comando di un sottufficiale, esso eseguì puntualmente le demolizioni che gli erano state ordinate ma non toccò affatto la cattedrale. Si trattò, da entrambe le parti, di un comportamento limpido e onesto che come non sempre, ma nemmeno di rado, si riscontra nelle operazioni della seconda guerra mondiale.

Le emergenze storiche obiettive sono state raccolte nei molti lavori di due anziani professionisti. Giuliano Lastraioli e Claudio Biscarini, dei quali segnaliamo l’opuscolo riassuntivo De bilia, edito nella collezione “Le Memoriette”, 3, agosto 2007, ad Empoli. Poiché l’episodio di San Miniato è andato per anni ingrassando in Toscana il sordido corpo di un antigermanesimo intollerabile, in tempi di Unione Europea è giusto sollevare le forze armate tedesche da una responsabilità loro calunniosamente attribuita.

FC


 

Minima Cardiniana, 30

Domenica 13 luglio 2014 - XV Domenica del Tempo Ordinario
Sant'Enrico II Imperatore

Settimana densa. Due ordini di riflessioni, in fondo non estranee tra loro, s’impongono.

- 1. IL DOVERE DEL SEMINATORE –

Il Vangelo che la liturgia di oggi ci propone è – sarà un caso… - molto appropriato all’attuale situazione internazionale, caratterizzata in questi giorni da una scena di ordinaria violenza, un tragico déjà vu che sarebbe già gravissimo di per sé, ma che è purtroppo aggravato dalla malafede, dall’ipocrisia e dall’omertà con le quali viene accettato dai governi, dai media e dall’opinione pubblica internazionale. Già da ieri, sabato 12 ottobre, il nostro governo ha chiesto che a proposito dell’ennesimo episodio di massacro attualmente in corso “l’Europa faccia sentire la sua voce”. Ma quello cominciato da meno di due settimane è il semestre di presidenza italiana della compagine europea. Mi auguro e continuo ad augurarmi (si sa, oggi è domenica, si ha pur diritto al meritato riposo settimanale) che nei prossimi giorni siano il nostro presidente del consiglio dei ministri e il nostro ministro degli esteri ad esprimere un primo giudizio, a indicare in che senso, appunto, l’Europa dovrebbe far sentire la propria voce.

E qui entra appunto l’esempio della parabola presente in Marco, 13, 1-23. Anche la parola è un seme. Anzi, è simbolicamente parlando il seme per eccellenza. Non dev’essere sprecato: bisogna far molta attenzione a dove cadrà, a non sprecarlo gettandolo sulla strada, o sul terreno sassoso, o tra i rovi. Ciò vale per tutti: per i responsabili delle Nazioni Unite, per i capi di stato delle grandi potenze che domani si riuniranno per studiare i modi più adatti per rispondere alla crisi, per la Commissione Europea e anche per me che, scrivendo queste quattro righe, potrei sia pur nel mio piccolo ingannare o condizionare qualcuno. Prudenza e responsabilità sono pertanto, in questo caso, particolarmente indispensabili.

Sappiamo tutti che la crisi israeliano-palestinese è stata originata da un atto efferato e ripugnante: il rapimento e l’uccisione di tre ragazzi israeliani. Sappiamo che i diretti responsabili di quella miseranda infamia non sono stati individuati, e che ad essa hanno tenuto dietro altri atti di ritorsione altrettanto odiosi. Fin qui siamo purtroppo nell’àmbito dell’odiosa guerra tra bande irresponsabili animate dal cieco fanatismo: ma potrebbe esserci di più. Dietro gesti così disumani potrebbe celarsi un ancor più disumano disegno, quello di spingere ancora una volta allo scontro israeliani e palestinesi. A quale scopo? Questa è la domanda fondamentale: che comporta purtroppo una semplice, chiara, disperante risposta.

Da parte palestinese, nell’àmbito della guerriglia musulmana radicale – dal momento che ormai il piano di Hamas in un primissimo tempo non sgradito ad alcuni ambienti di governo israeliano, quello di trasformare la causa nazionale palestinese in una causa confessionale islamica, è purtroppo riuscito - il disegno è evidente in tutta la sua lucida follìa. Si vuole obbligare Israele a una risposta durissima, che indigni e spinga a reagire i palestinesi nel loro insieme; e si vuole che la conseguenza della loro reazione sia un ulteriore indurirsi d’Israele, che è la più forte. In tal modo si ritiene che saranno ottenuti due scopi.

Il primo scopo è politico-religioso: la progressiva trasformazione dei palestinesi in un popolo di shuhadà, di martiri (emarginando in tal modo i palestinesi cristiani, estranei al concetto di shahid così come lo intende l’Islam; e mettendo in difficoltà anche l’opinione pubblica sunnita che a proposito dell’ideologia del martirio non condivide il radicalismo in odore di shi’ia che è invece caratteristico di Hamas e dei suoi alleati Hezbollah).

Il secondo scopo è politico-diplomatico: costringere Israele a una risposta di tipo talmente duro da obbligare anzitutto il mondo arabo, quindi quello musulmano, infine l’opinione pubblica internazionale a un intervento che rimetta in moto la questione palestinese, caratterizzata dal fatto che le scelte israeliane – caratterizzate dal totale disprezzo delle reiterate risoluzioni delle Nazioni Unite in materia di rispetto dei confini stabiliti dal 1967, dalla costruzione del “muro” illegittimo appunto alla luce di quella confinazione e dalla coerente progressiva politica di cancellazione pratica dei territori assegnati ai palestinesi attraverso l’impianto degli insediamenti coloniali - sono state finora avallate di fatto, nonostante il quasi unanime riconoscimento della loro illegittimità, dalla compagine internazionale.

Il primo scopo appare ispirato a un astratto fanatismo religioso, oltretutto incoerente nel suo “colore” tendenzialmente sciita: se non altro perché finora tra i sostenitori più espliciti e impegnati di Hamas figurano alcuni emiri sunniti della penisola arabica, e non può sfuggire a nessuno che in questi mesi è in corso una recrudescenza della fitna sciito-sunnita. Che i piloti della fitna attuale, gli emirati arabi – fra l’altro sicuri alleati degli statunitensi -, facciano tacere la loro voglia di guerra civile intramusulmana per impegnarsi contro Israele, e che il governo statunitense possa mai permettere qualcosa del genere, è ipotesi semplicemente pazzesca. C’è qualcuno tra i “Fratelli Musulmani”, anch’essi vicini ad Hamas, che spera qualcosa del genere? In tal caso, si torverebbe comunque di traverso un altro capo di stato sunnita, l’egiziano e nasseriano generale Sisi, dal canto suo avversario della prosecuzione della fitna e piuttosto incline semmai a simpatizzare con il siriano Assad per quanto questi non sia sunnita.

Ciò collega il carattere folle del primo scopo a quello, almeno altrettanto, del secondo. Gli ambienti musulmani meno esperti di questioni europee e occidentali sottovalutano il dato che impedisce appunto all’Europa e all’Occidente d’intervenire oltre un certo molto debole segno nelle questioni israeliane. Qui entrano in gioco la cattiva coscienza del mondo occidentale nei confronti del mondo ebraico e la sua formalizzazione etico-giuridica al limite della vera e propria “religione civica”: la pesante memoria della Shoa fa sì che Israele non possa obiettivamente venir trattato come tutti gli altri paesi del mondo e che qualunque atteggiamento nei suoi confronti che possa apparire ostile o prevenuto sia passibile di venir immediatamente accusato di “complicità postuma” nei confronti dell’orrore perpetrato settanta-ottant’anni fa. Naturalmente esistono, in Israele come nel mondo ebraico della diaspora come in quello non-ebraico, centri e sodalizi che s’incaricano di esercitare, al riguardo, una oculata sorveglianza e una tempestiva denunzia. Tali centri e sodalizi svolgono anche efficace attività preventiva, individuando soggetti e ambienti dai quali potrebbero provenire voci politiche o pubblicistiche sgradite e preventivamente intimidendoli o ricattandoli o isolandoli.

Ora, è evidente che la via più diretta e corretta da intraprendere per spezzare questa strategia polemogenetica sarebbe una collaborazione israeliano-palestinese volta a individuare e a punire le azioni terroristiche; invece Israele preferisce la punizione unilaterale e collettiva dell’ambiente dal quale si suppone che esse abbiano avuto origine. Quanto all’azione punitiva sotto forma di rappresaglia, essa sarebbe legittima sul piano internazionale solo se Israele ammettesse che quelli palestinesi sono “territori occupati”: ma in tal caso l’esercizio della rappresaglia, legittimo, si dovrebbe svolgere nei rigorosi limiti d’intensità imposti dal diritto internazionale di guerra. Israele sostiene invece che quei territori non sono occupati: e allora come si configura il suo intervento, che non può qualificarsi come una questione interna alla sua compagine territoriale?

Il fatto è che in questo momento manca qualunque possibile mediatore e si stanno obiettivamente favorendo i peggiori estremismi presenti in entrambi i campi, l’israeliano e il palestinese. In alcuni ambienti israeliani si va facendo strada l’idea che “il miglior palestinese è un palestinese morto”. A tale fine si usano armi sempre più efficaci e sofisticate: lo scopo è incutere terrore e obbligare il maggior numero possibile di palestinesi ad andarsene. La sconsiderata pioggia di razzi praticamente inefficaci, regolarmente intercettati e resi inoffensivi grazie al programma Iron Dome, rende quasi patetica l’espressione, diffusa tra i media, “pioggia di fuoco su Israele”. E’ una pioggia che reca in realtà pochissimi danni, a differenza del tiro israeliano che sta seminando sistematicamente morte e distruzione in territorio palestinese. I razzi palestinesi e le bombe israeliane non possono essere messe sullo stesso piano: Israele, ammesso che la sua possa intendersi in qualche modo come un’azione militare di tipo difensivo (il che è inficiato dal carattere invece esplicitamente “punitivo” che la autorità israeliane le hanno assegnato in modo esplicito), è quanto meno responsabile di eccesso di difesa: non si risponde con una mitragliatrice di ultima generazione a chi ci sta minacciando con un temperino.

D’altronde, l’Authority palestinese non è propriamente un governo, né la Palestina è ancora uno stato pienamente riconosciuto a livello internazionale e soggetto pertanto di diritto appunto internazionale. Ciò impedisce alle autorità politiche del mondo intero di trattare con l’Authority palestinese come si tratterebbe con uno stato sovrano: e le obbliga a trattare invece con Israele, che dello stato sovrano ha ben a diritto tutte le caratteristiche, e che spingendo la sua politica di rappresaglia oltre i limiti del lecito sta commettendo obiettivamente un crimine. E’ d’altra parte ovvio che, essendo Israele di gran lunga il più forte sul piano diplomatico, l’interruzione dei suoi raids è dovere che spetta unicamente a lei. E sarebbe proprio l’interruzione unilaterale dei raids previsti a rendere necessario l’intervento delle Nazioni Unite: dal momento che è ormai provato che manchi o faccia difetto in entrambe le parti in causa, per molteplici ragioni, una effettiva volontà di pacifico accordo. In tale caso la mediazione delle Nazioni Unite – e non di singoli stati che si autoarroghino il “diritto d’intervento” o che ne vengano richiesti da una delle due parti in causa - non è auspicabile, è doverosa, e non dev’essere proposta, bensì imposta alle parti, essendo fra l’altro evidente che in un contesto come quello del Vicino Oriente attuale il protrarsi della crisi minaccia gravemente la già precaria pace nel mondo.

- 2. ICH HABE EINEN TRAUM –

Sarà stato l’effetto dei Mondiali di calcio che ha reso euforici e quindi meno timidi i tedeschi, ma è accaduto qualcosa che, se fosse interpretabile come il mattino di una nuova giornata, sarebbe proprio un bel segno. La reazione di Angela Merkel al controllo spionistico esercitato nei suoi confronti da parte dei servizi statunitensi, così ovvia e semplice sul piano del diritto internazionale, stupisce, rallegra e fa davvero sperare su quello politico degli ultimi quasi settant’anni: perché in quell’àmbito era ormai insperabile. A parte il caso italiano, se c’era un paese europeo ligio alla volontà del Potente Alleato, quello era la Germania. E ciò faceva pensare, specie dopo faccende come il “caso-Echelon”, che non ci fosse più niente da fare. Gli statunitensi erano (e purtroppo restano) in grado di esercitare dappertutto, e impunemente, quella che Sergio Romano sul “Corriere della sera” dell’11 luglio scorso ha definito “una candida arroganza”. Il governo statunitense autorizza se stesso “a fare ciò che ad altri sarebbe proibito. Può promuovere leggi extraterritoriali valide per i giudici americani anche quando il reato, vero o supposto, è stato commesso fuori del territorio degli Stati Uniti. Può pretendere che tutte le linee aeree del mondo forniscano ai servizi americani informazioni sui loro passeggeri. Può pretendere che i contingenti militari americani, quando sono all’estero, godano di una totale impunità. Può considerare Edward Snowden un traditore per avere detto al mondo ciò che il mondo aveva il diritto di sapere”.

L’Europa non si fa senza la Germania. Ed ‘ forse ora che la Germania esca dal suo senso di colpa, dichiari di “aver già dato” e si assuma la responsabilità, nei confronti della nuova istituenda Europa, della garante politica anziché del controllore economico-finanziario.

Ed è difatti ora, commenta opportunamente Romano, “che qualcuno manifesti finalmente il suo disappunto”. Parole sante. E allora bisogna andare avanti. Che fan qui tante peregrine spade?, si chiedeva otto secoli fa Francesco Petrarca. Altro che spade. La costituzione italiana rifiuta la guerra, l’Italia è piena di comuni “denuclearizzati” ed ecco che gli americani hanno nelle basi di Ghedi e di Aviano settanta bombe nucleari. Lo rivela Hans Kristensen, della Federation of American Scientists, in un articolo uscito su “Internazionale”, 1059, dell’11 luglio 2014. Armi atomiche statunitensi nel continente europeo, oltre che in Italia – dove ce ne sarebbero comunque di più – sono presenti in Germania, in belgio, in Olanda e in Turchia. Facciamo finta di nulla.

Bene. “I have a dream”, ci hanno ripetuto Martin Luther King, John Fitzgerald Kennedy, Nelson Mandela e Walter Veltroni. I have a dream too: o meglio, Iche habe einen Traum. Che la sortita di Angela Merkel non sia né casuale, né estemporanea., Che corrisponda a un progetto. Che sia il primo passo di un percorso, la prima frase di un lungo e concreto discorso. Che segni l’inizio della svolta dall’Eurolandia all’Europa.

FC


 

Minima Cardiniana, 29

Domenica 6 luglio 2014
Santa Maria Goretti

UNA "RESTAURAZIONE DEL CALIFFATO"?

Allegri, dunque: nuntio vobis gaudium magnum. Anche il mondo musulmano, dal 30 giugno scorso, ha il suo Principato di Seborga.

La notizia della “restaurazione del califfato” (o meglio, dell’instaurazione di un nuovo califfo) da parte dei cosiddetti mujahidin – vale a dire “impegnati in uno sforzo gradito a Dio” – dell’area di confine tra Siria e Iraq, quelli che di solito i media definiscono i “jihadisti” di un autoproclamato Islamic State in Iraq and Levant (ISIL), pubblicata il 30 giugno scorso, è stata rapidamente diffusa provocando commenti di ogni genere: nella stragrande maggioranza dei casi, ohimè, del tutto fuori luogo. L’ISIL, che a sottolineare il carattere universalistico della sua scelta ha contestualmente espunto dalla sua sigla statale le lettere I ed L che indicavano rispettivamente l’Iraq e il non troppo ben definito “Levante”, è da oggi in poi nelle intenzioni dei suoi promotori e sostenitori soltanto IS, Islamic State: esso dovrebbe pertanto raccogliere tutti i fedeli musulmani del mondo e ricostituire l’umma, la comunità musulmana nel suo complesso. Il nuovo califfo porta il nome del primo califfo dell’islam, Abu Bakr, suocero del Profeta in quanto padre della di lui prediletta moglie A’isha: si tratta difatti di Abu Bakr al-Baghdadi, appunto leader dell’IS. Lo speaker dell’organizzazione, Abu Muhammad al-Adnani, ha sottolineato l’importanza di questo evento, che conferirebbe un volto nuovo all’Islam, e ha esortato i buoni fedeli ad accoglierlo respingendo la “democrazia” e gli altri pseudovalori che l’Occidente proclama. Alcuni “esperti” hanno commentato che siamo dinanzi al più importante sviluppo della jihad musulmana dopo l’11 settembre del 2001 e che il nuovo califfato potrebbe addirittura travolgere gli equilibri vicino e mediorientali e rappresentare un’effettiva minaccia per la leadership di al-Qaeda. Il che appare alquanto improbabile se non surreale, dal momento che quella galassia di organizzazioni radicali che convivono sotto la denominazione, appunto, di al-Qaeda, e che se ne disputano accanitamente la gestione, trova appunto nell’IS a tutt’oggi una delle sue espressioni più coerenti e meno aleatorie.

Dal canto suo il governo ufficiale irakeno, guidato da Nuri al-Maliki e a tutt’oggi in una posizione alquanto ambigua – resta nell’orbita degli Stati Uniti che ne hanno determinato la nascita con la loro aggressione del 2003 all’Irak di Saddam Hussein, ma è espressione delle comunità irakene sciite che in quanto tali guardano con simpatia alla Siria di Assad e all’Iran – è impegnato in una controffensiva tesa a recuperare i territori che gli uomini dell’IS gli hanno strappato con l’offensiva del 9 giugno scorso e si sta per questo coordinando con trecento “consiglieri militari” statunitensi; intanto però ha accettato dalla Russia una fornitura di dodici cacciabombardieri Sukhoi che gli consentirebbero di contrastare concretamente i guerriglieri dell’IS, mentre l’aviazione siriana ha già avviato alcuni raids contro gli uomini del nuovo califfo e l’Iran ha provveduto o sta per provvedere il governo di al-Maliki di alcuni droni. E’ ovvio che lo sciita al-Maliki non sia scontento di questo appoggio russo-siro-iraniano; e il quadro è chiaro e perfetto se si aggiunge che l’esercito dello IS è appoggiato da equipaggiamenti e da finanziamenti degli emirati del Golfo.

In altri termini, da alcuni anni la vera novità in tutte le questioni che riguardano l’Islam in genere, i gruppi radicali e le cellule terroriste in particolare, è che – soprattutto dopo le cosiddette “primavere arabe” - alcuni emiri del Golfo, tutti molto ricchi in petrodollari e tutti sunniti, hanno rinverdito con una violenza che non si vedeva forse dai tempi immediatamente successivi alla morte del Profeta (cioè da circa quattordici secoli fa) uno dei fenomeni più tipici dell’Islam: la fitna (“discordia”, “disordine”: guerra fratricida) tra sunniti e sciiti. Tale scelta è stata finora, forse inconsapevolmente, appoggiata da alcune potenze occidentali che pure si dicevano impegnate con decisione a combattere estremismo e terrorismo: ad esempio da Francia e Inghilterra, che con stupefacente leggerezza o con imperdonabile cinismo hanno appoggiato la sollevazione e la guerriglia contro il legittimo governo siriano di Bashar Assad; laddove sia gli Stati Uniti d’America sia la stessa Israele non hanno, nella fattispecie, dato prova né di lucidità né di decisione mentre la Turchia di Erdoğan e l’Egitto di Morsi ci stavano facendo ritenere che uno sviluppo “moderato” del “fondamentalismo” fosse possibile. Il risultato di questa nuova situazione è stato che i nostri media, che ci avevano per anni abituato ad addossare al fantasma di al-Qaeda ogni responsabilità e qualunque male, d’improvviso lo hanno fatto scomparire dalle loro cronaca quotidiana; e noi che, caduti nella trappola, ci eravamo adagiati sulla falsa convinzione di un problema risolto dopo la morte di Bin Laden, siamo stati vittime di un brusco risveglio.

Ma, in questo ingarbugliato contesto, che valore ha il califfato attribuito ad al-Baghdadi? Per rispondere, siamo obbligati a spiegar brevemente che cosa sia un califfo.

Nel 632, alla morte del Profeta che per un decennio aveva guidato gli arabi convertiti all’Islam secondo modalità di capo di un consiglio federale di tribù, in termini che ricordano molto quelli del governo di Mosè descritto nell’Esodo, i suoi compagni stabilirono di eleggere un khalîfa, cioè un successore alla guida dell’umma, la comunità musulmana. Il califfo assommava in sé i poteri esecutivi e giudiziari: non quelli legislativi, dal momento che la legge nell’Islam riposa sull’insegnamento coranico. I primi quattro califfi, detti râshidûn (“ben guidati”), furono scelti per elezione dai maggiorenti della comunità: non si poté però, fino da allora (siamo nel trentennio 632-661), impedire l’insorgere della fitna (i quattro caddero tutti uccisi, l’uno dopo l’altro), culminata nella scissione guidata da Ali, cugino e genero del Profeta, che fondò appunto la shî’a, il “partito”, che nella battaglia di Siffin del 658 si oppose al rivale Mu’âwiya. Nacque così lo sciismo, la “confessione” dell’Islam che si oppose a quella ortodossa, detta “sunnita” (da sunna, “regola”, condotta”). In sintesi, mentre i sunniti (distinti sul piano dottrinale in quattro scuole giuridiche) riconoscevano come fonti canoniche della fede sia il Corano sia la somma dei detti e dei fatti del Profeta tramandati in raccolte detti hadith, gli sciiti accettarono solo il Corano cui andarono aggiungendo più tardi gli insegnamenti dei loro îmam (“guide” dotate di particolare carisma), da Ali stesso in poi. Gli sciiti respinsero l’istituzione califfale (per quanto nella storia dell’Islam vi sia stato almeno un grande califfato sciita, quello dei fatimidi nell’Egitto tra XI e XII secolo); da loro si distaccarono però quasi subito i kharigiti, estremamente rigoristi, i quali pur ammettendo il califfato non accettavano la regola sunnita secondo la quale il califfo doveva obbligatoriamente appartenere alla tribù del Profeta, vale a dire ai Quraysh, ma pretendevano che a tale ufficio dovesse ascendere quello che la comunità ritenesse a maggioranza il migliore, senza distinzione di tribù o di razza o di condizione. Sunniti, sciiti e kharigiti costituiscono ancor oggi le tre confessioni fondamentali dell’Islam: ma, su un miliardo e mezzo circa di fedeli, i primi sono la netta maggioranza, mentre i secondi s’identificano principalmente con gli iraniani; arabi sciiti sono però presenti in Siria, Libano, Iraq e nell’area del Golfo.

Nell’Islam sunnita si affermò invece il principio del califfato ereditario all’interno dei due gruppi che costituivano la tribù curaiscita del Profeta, vale a dire gli hashemiti e gli shamshiti: si ebbero tra 661 e 1258 due distinte dinastie califfali, gli umayyadi (661-750) che scelsero come loro capitale Damasco e trasformarono la compagine musulmana in un impero sul modello bizantino, e gli abbasidi che spostarono la capitale a Baghdad e assunsero sistemi di governo e costumi ispirati alla tradizione persiana; un gruppo di dissidenti che preferirono sottrarsi al nascente potere abbaside emigrarono ad ovest attraverso l’Africa e approdarono insieme con alcune tribù berbere nella penisola iberica, dove fondarono un califfato di tipo neo-umayyade con capitale Córdoba, tra X e XI secolo. I califfi di Baghdad regnarono però, a partire dall’XI secolo, condizionati dalla tutela del “sultano” (una parola araba che indica genericamente il potere e i suoi detentori) di un’etnìa uralo-altaica convertita da poco all’Islam e proveniente dall’Asia centrale, i turchi selgiuchidi.

Tra XI e XII secolo scomparivano però sia il califfato cordobano, sostituito da una frammentazione di emirati iberici l’ultimo dei quali fu quello di Granada, conquistato dai castigliano-aragonesi nel 1492, sia quello sciita egiziano, eliminato per conto del sultano selgiuchide da un generale curdo che sarebbe in seguito divenuto a sua volta sultano (cioè governatore di fatto indipendente) di Siria e di Egitto, Yussuf ibn-Ayyub Salah ed-Din (il “Saladino” della nostra tradizione medievale), che nel 1187 avrebbe recuperato all’Islam Gerusalemme cacciandone i re crociati. L’ultimo califfo abbaside fu soppresso nel 1258 per ordine di Hulagu Khan, nipote di Genghiz Khan e capo dei mongoli che avevano conquistato Baghdad.

Nella storia dell’islam si registrano molti califfati, soprattutto nell’Africa nordoccidentale: in genere, quando una comunità concorde al suo interno intendeva proclamare un califfo, se aderiva alla “sunna” le bastava individuare qualcuno che da parte di madre (la tradizione musulmana è, come l’ebraica, matrilineare) avesse o comunque potesse vantare qualche antenato curaiscita, cosa non difficile. Ovviamente, si trattava di autorità califfali che venivano accettate solo dalla comunità che le aveva proposte, per quanto fossero autoreferenzialmente dotate di portata universale.

Un caso a parte è quello del califfato rivendicato fino dal 1517 da Selim I, sultano ottomano di Istanbul. Anche in quel caso si tentò di legittimare una lontana discendenza materna degli Ottomani dai curaisciti: ma, soprattutto, i giuristi al servizio del sultano – non ostacolati da nessuno nel mondo sunnita del tempo: anzi, la loro scelta fu accettata nella stessa India moghul - argomentarono che dopo le tormentate vicende del califfato e la sua vacanza dal 1258 fosse necessario riportare ordine all’interno della compagine dell’umma.

E qui si apre l’ultimo capitolo importante (altri ve ne sarebbero: ma secondari) delle vicende istituzionali del califfato prima delle novità odierne. Il 2 novembre del 1922, dopo l’armistizio con la Grecia che aveva concluso la guerra greco-turca, il leader della rivoluzione nazionale Musfafa Kemal annunziava formalmente che il popolo turco intendeva riassumere direttamente la sovranità della quale la dinastia ottomana lo aveva privata e di abolire la funzione sultaniale, mentre il califfato – da allora in poi separato da essa – sarebbe stato comunque affidato a un membro della vecchia famiglia regnante.

Quando il detronizzato sultano Mehmet VI lasciò il 17 successivo il paese a bordo della corazzata britannica Malaya, venne proclamata la repubblica e il nuovo parlamento elesse califfo Abdül Mecit, figlio di un precedente sultano, Abdül Aziz, ch’era stato deposto nel 1876. Il 29 di quello stesso mese il califfo designato accettò formalmente la carica recandosi nella moschea istambuliota di al-Fatih attorniato da un’immensa e tripudiante folla. Da quel giorno, tuttavia, Istanbul cessò di essere a tutti gli effetti la capitale dell’impero che non esisteva più per divenire il capoluogo di un vilayet, un governatorato.

Pochi mesi più tardi, in seguito alle elezioni tenutesi tra il giugno e l’agosto del 1923, Kemal divenne presidente dell’istituenda repubblica per la quale si scelse il 13 ottobre una nuova capitale nella città di Ankara. La vita politica s’incentrava ormai sul regime monopartitico del Partito Popolare Repubblicano, il programma del quale prevedeva la laicizzazione, l’eliminazione del diritto religioso islamico dalla vita amministrativa e dal sistema scolastico e un riassetto economico fondato sulle partecipazioni statali alle imprese. I modelli assunti furono il Codice civile svizzero e quello penale italiano. La repubblica fu proclamata ufficialmente il 29 ottobre, sulla base della costituzione già varata fino dal 20 gennaio 1921, al primo articolo della quale fu aggiunta una sola, semplice frase: “La forma di governo dello stato turco è la repubblica”.

Mehmet VI, dopo aver sostato a Malta e in Arabia, era partito frattanto da Alessandria d’Egitto sulla nave italiana Esperia e approdato a Genova il 23 maggio del ’23. L’accordo con il suo ospite-semicarceriere, il governo di Sua Maestà Britannica, avrebbe previsto come definitiva mèta del suo esilio la svizzera Losanna; ma l’ex-sovrano preferì fermarsi a Sanremo, dove – discretamente ma strettamente sorvegliato dalla polizia italiana - affittò la villa ch’era già stata occupata da Alfred Nobel e non depose le speranze di rientrare nel suo paese e di recuperare la corona, tessendo con tale intento anche qualche invero poco abile trama.

Frattanto il governo repubblicano presieduto da quel Mustafa Kemal che ormai era Gazi, “guerriero vittorioso nel nome di Dio”, e che concentrava su di sé la somma del potere, si era posto un altro obiettivo: l’abolizione del califfato. Su tale provvedimento non esisteva affatto unanimità: anzi, forti e autorevoli erano le voci che si levavano a difendere un’istituzione che conferiva alla Turchia uno speciale prestigio in tutto il mondo musulmano. Anche alcuni esponenti illustri di vari ambienti islamici estranei alla Turchia, ad esempio l’Agha Khan, fecero sentire la loro voce intervenendo presso il governo repubblicano. Ma questa era proprio l’occasione che Kemal attendeva per denunziare le ingerenze e le pressioni straniere che minacciavano la libertà della nazione proprio nel momento nella quale essa si andava fondando. Al principio del febbraio del ’24 il Gazi fece in modo che gli alti comandi dell’esercito si esprimessero nel senso che egli incrollabilmente pretendeva. Il 3 marzo, i deputati della Grande Assemblea della repubblica votarono difatti tre leggi: la prima aboliva il ministero degli affari religiosi e delle pie fondazioni, sopprimendo anche la funzione del capo del sistema teologico-giuridico che regolava il culto e i suoi rapporti con la società, lo sheikh ul-Islam e aggiudicando al governo la funzione di amministrare istituzioni e beni che fino ad allora alle abolite funzioni erano stati subordinati; la seconda unificava i sistemi scolastico e giudiziario sopprimendo scuole e istituzioni religiose e trasferendone funzioni e prerogative al ministero dell’educazione; la terza proclamava l’abolizione del califfato, la decadenza del califfo e il bando dal territorio della repubblica di tutti gli appartenenti alla dinastia ottomana. Successivamente furono aboliti i tribunali coranici e le loro funzioni trasmesse a quelli laici. Si attuava in tal modo il programma che Mustafa Kemal aveva annunziato, ricondurre alla sua alta funzione la fede musulmana, “liberandola dalla condizione di strumento politico alla quale da secoli era assuefatta”. Il Gazi, ben sapendo quanto facile – e non ingiustificato – fosse l’accusarlo d’irreligiosità, faceva tuttavia dichiarare ufficialmente dall’articolo 2 della nuova costituzione del paese che “la religione dello stato turco è l’Islam”. Egli dichiarava di non intendere affatto distruggere l’Islam, bensì di voler soltanto separare la fede musulmana dallo stato e assegnarla alla sfera privata della vita dei cittadini. La scelta del regime kemalista fu salutata in Occidente con entusiasmo dagli ambienti laicisti e progressisti, che in parte istituirono esplicitamente o no un confronto per la verità indebito con situazioni e istituzioni ecclesiali cristiane dei loro paesi, in parte sottolinearono come con l’abolizione del califfato la Turchia avesse adottato i princìpi e gli ideali della “civiltà occidentale” e avesse detto “definitivamente addio all’Oriente”, distruggendo qualunque prospettiva panislamica e incoraggiando pertanto tutti i musulmani a modernizzarsi. Nel mondo musulmano furono in molti a protestare: chi aveva concesso al parlamento repubblicano turco l’autorità prima di eleggere il successore del profeta a nome di tutti i credenti, quindi di abolirne l’ufficio? Il governo britannico invece, realisticamente, riuscì a far proclamare nuovo califfo il sovrano hashemita dello Hijaz, Hussein, che riteneva suo sicuro alleato. In seguito avrebbe “cambiato cavallo”, lasciando da parte Hussein per scegliere i rigoristi wahabiti del sud dell’Arabia, i sauditi. Il petrolio avrebbe fatto di quella tribù chiusa e arretrata, ma arrendevole in fatto di royalties che Sua Maestà Britannica le proponeva, una delle “razze padrone” del mondo di oggi. Di tutto ciò, va ringraziata la lungimiranza dei vincitori della prima guerra mondiale.

L’ultimo califfo, Abdül Mecit cugino del deposto sultano, aveva raggiunto a sua volta l’Europa per stabilirsi sulla Costa Azzurra, non lontano dal parente ospite di Sanremo: ma i due si detestavano.

Ed eccoci all’avventura di al-Baghdadi. Sarà il califfo riconosciuto da tutti i sunniti soggetti all’autorità de facto dello stato-guerrigliero che controlla una parte del nord della Siria e dell’est dell’Irak. In teoria e sulla base della legittimazione formulata dai suoi giuristi, certo, egli è il successore e il vicario del Profeta ed estende l’autorità su tutti i sunniti del mondo, molte centinaia di milioni dei fedeli. L’accetteranno, dal Maghreb alla Malaysia, anzi oltre dal momento che ormai il dar al-Islam è “spalmato” su tutto il mondo in seguito all’immigrazione e alle conversioni? Questo capo guerrigliero ha fatto qualcosa che nemmeno i ricchi e potenti emiri dei paesi arabi, padroni di mari di petrolio e grandi finanzieri mondiali – nonché, in più casi, effettivamente dotati di una plausibile discendenza curaiscita – hanno mai osato fare. Non è escluso che qualche gruppo specie africano legato alla costellazione guerrigliero-terroristica che si continua a chiamare con il fortunato ma astratto nome di al-Qaeda dichiari di accettarne l’autorità: e allora? Ve li figurate non dico il re dell’Arabia saudita o l’emiro del Qatar, ma anche il mio amico Ezzeddin imam di Firenze, che si danno un bel venerdì a proclamar di accettare l’autorità di al-Baghdadi? Si reciterà in nome suo, in qualche moschea asiatica o africana o magari europea, americana o australiana, la salât del venerdì? Lo stato che egli guida con un’autorità che in teoria non si è più riscontrata nel mondo da quando la repubblica turca ha unilateralmente abolito il califfato ottomano sarà riconosciuto almeno dalla Lega Araba e dall’Organizzazione delle Nazioni Unite, conditio sine qua non perché il nuovo califfo consegua un effettivo potere riconosciuto come tale in sede di diritto internazionale? Insomma, sarebbe come se il parlamento del Grand Feenwick (ve lo ricordate, il delizioso granducato mitteleuropeo del film Il ruggito del topo, quello in cui l’immortale Peter Sellers ci regala la gioia di battere gli americani?) dichiarasse di volermi assegnare la corona di un risorto Sacro Romano Impero. Via, non scherziamo…

Eppure gli “esperti internazionali” – qualcuno strapagato – si stanno sbracciando a dichiarare da tutti i possibili balconi mediatici che con il nuovo califfato siamo entrati in una nuova era nella storia del mondo islamico, e quindi della nostra società tout court visto il ruolo che esso vi gioca. La lettura anche di un semplice “bignamino” di quelli sui quali una volta gli studenti meno secchioni preparavano gli esami sarebbe bastata a impedire la divulgazione di tante e tali pompose sciocchezze.

Ma intanto è scattato l’allarme internazionale, ovviamente sostenuto dal Pentagono, contro il pericolo “di attentati, da parte di gruppi irakeni, siriani o yemeniti” (per fortuna, a nostra conoscenza i fondamentalisti di Pontassieve non si sono ancora mossi). Da subito, sono scattati per esempio nuovi e più stretti controlli negli aeroporti. Il che significa nuove prospettive di business per le solite multinazionali, dal momento che sappiamo benissimo quanto costosi siano tali giochetti e quanto ampie le prospettive di lucro per chi riesca a farsi assegnare una fettina di quella torta. Con una sola piccola pausa nella gran giostra dei profitti travestiti da sicurezza. Forse i precari e i pensionati italiani conosceranno un parziale sollievo dal salasso cui vengono sottoposti, in quanto è probabile che l’obbligo di acquisto da parte nostra dei celebri aerei-bufala F 35 slitti di qualche mese: il Pentagono ne ha disposto una revisione, dal momento che uno di essi è bruciato in volo nel cielo della Florida. Questo, forse, è l’aspetto più interessante – e più serio - dell’ennesima buffonata cui ci tocca di assistere.

Franco Cardini

P.S. – La c’è la Provvidenza. Tutto il pasticcio degli F-35 sembra profilarsi in termini più gravi, per i nostri Potenti Alleati statunitensi, di quanto non pensassimo. Dopo le celebri bufale degli F-104 e degli elicotteri Comanches, che costarono 22 anni di lavoro e una ridicola rinunzia finale, il progetto Joint Strike Fighter sembra a sua volta arrivato a una “pausa di riflessione” che forse si rivelerà più lunga del previsto. Per ora la famigerata Lockheed non ci rifilerà nemmeno i sei caccia per i quali il nostro governo aveva già firmato un contratto in acconto sulla ben più massiccia commessa di 90 esemplari per un impegno d’acquisto pari a 14 dollari (ma per precari e pensionati non c’è una lira e lo stato ha bloccato da anni gli stipendi ai suoi dipendenti.

Sull’argomento, “La Repubblica” di ieri sabato 5 luglio ha dedicato un “paginone” con vari articoli e servizi (pp. 12-13) dai quali s’inferisce che, in mezzo a dubbi e a reticenze, il governo italiano non osa comunque contraddire il Pentagono. E ce lo aspettavamo. Ma, per il momento, la faccenda resta sospesa. Chi come me continua pervicacemente a sperare in una futura politica militare europea comune, caratterizzata dal recupero della sovranità e libera dalla subordinazione-occupazione della NATO, l’obiettivo è lontano: ma comunque la battuta d’arresto resta utilissima, in attesa che da cosa nasca cosa.

E, per far appunto nascere nuove cose, è opportuno rileggere insieme, citandole tutte e alla lettera, le poche illuminanti parole che proprio su quel quotidiano, a p. 13, sono state firmate da un esperto d’indiscussa competenza e di encomiabile coraggio civile, il generale Fabio Mini. Parole che ci aiutano a capire “che cosa c’è sotto” e dovrebbero esser fatte imparare a memoria nelle scuole. Ecco qua.

“TACCUINO STRATEGICO. Jet e droni, una guerra tra lobby. ‘Dobbiamo comprarli perché non ci sono alternative’, dicevano degli F-35 autorevoli politici e militari nazionali. Non è vero, ovviamente. Quella più saggia, visti i tempi e i mutamenti di priorità strategiche, era congelare per un decennio tutti gli approvvigionamenti di blindati, velivoli e navi da guerra sostenendo al riconversione industriale e la ripresa economica. Nessuno se n’è occupato e la lobby F-35 ha incassato un trattamento vergognosamente favorevole. Contro di essa si è mossa però la lobby dei droni: gli aerei senza pilota che dovrebbero fare meglio e costare meno. In realtà gli aerei con pilota e quelli senza funzionano come il bullismo: soltanto contro i deboli. Tecnologicamente e operativamente F-35 e droni sono parimenti vulnerabili. L’F-35 è inaffidabile, il pilota deve guardarsi dal suo stesso mezzo. I droni invece anticipano una guerra del futuro fatta di robot invisibili che scelgono da soli contro chi e in che modo combattere. Senza perché. E’ la guerra de-umanizzata. Quando scoppierà ci si dovrà ricordare che iniziò come una guerra tra lobby”.

Bravo, generale Mini. Questo si chiama parlar chiaro. Chissà se il presidente Renzi ha letto questo appunto di un militare onesto che parla chiaro. Glielo farò avere: perché deve riflettere sul fatto che, oggi, il problema principale per gli italiani è recuperare dignità e fiducia in se stessi. Chi agisce da servo, non può disporre né dell’una, né dell’altra cosa. E senza di esse non può intraprendere alcun cammino di ripresa.


Minima Cardiniana, 28

Domenica 29 giugno 2014
Santi Pietro e Paolo

MALAINFORMAZIONE

Ieri avrebbe potuto essere un grande giorno per l’informazione. C’erano importanti novità, sia da Bruxelles, sia da Baghdad. Durante la giornata, qualche incauto “giornale” di TV o di radio private ne ha perfino parlato: poi tutto è stato riassorbito nella bruma del politically correct.

Peccato. Perché sì, molti commenti si sono fatti a proposito della posizione di Matteo Renzi al “vertice” di Bruxelles del Consiglio d’Europa, dello “strappo” britannico e così via. Peccato soltanto che si sia sorvolato sulle grandi manovre, in corso e ormai prossime alla mèta, tese ad accettare l’Ucraina come “paese associato” all’Unione Europea, il che automaticamente consente a quel paese, tuttora in rotta di collisione con la Russia, di “aprire” ulteriormente e irreversibilmente alla NATO. In altri termini, come già è accaduto nel 2008 in Georgia, i missili a testata nucleare potranno venir puntati a poche centinaia di chilometri da Mosca. Siamo dinanzi a qualcosa di più di un’imprudente provocazione: nel contesto internazionale di questo momento, si tratta quasi di un atto di guerra. Viene quasi da chiedersi se qualche bello spirito dotato di macabro senso di humour abbia deciso di “festeggiare” così il centenario del colpo di pistola di Sarajevo: proprio mentre i serbi inaugurano, in memoria di quel giorno, un monumento a Gavrilo Princip.

D’altra parte, non è una novità che si riveriscano i terroristi: almeno certuni, e finché fanno comodo. Avrete ben notato che ormai da mesi quasi non ci parlano più di al-Qaeda, dopo un tormentone quotidiano che data dall’11 settembre del 2001 e anche da prima. Et pour cause. Dopo la frittata dell’Afghanistan, un paese nel quale a tredici anni dall’aggressione il governo collaborazionista controlla appena Kabul e dintorni mentre il contagio fondamentalista ha contagiato irreversibilmente il vicino Pakistan, e dopo l’incredibile pasticciaccio dell’Iraq, sottoposto a due guerre e a un’invasione che ne ha calpestato i diritti calpestando anche il diritto internazionale, ci si trova a un passo dalla scissione interna con i curdi ormai indipendenti di fatto, i jihadisti sunniti che hanno fatto causa comune con quel che resta dei saddamisti e il governo sciita, formalmente sostenuto dagli Stati Uniti, che dopo aver chiesto ai suoi ingombranti, scomodi ed evidentemente anche incapaci alleati il sostegno di altri “consiglieri militari”, sta ora sollecitando la copertura aerea russa e iraniana. Nel 2003 un mio libretto nel quale si denunziavano sul nascere le contraddizioni statunitensi ed “occidentali” in Asia, Astrea e i titani, fu praticamente ritirato dalla circolazione sotto le proteste di alcuni padroni dei media che lo accusarono di “filoterrorismo” e che erano convinti, al contrario, che tra Kabul e Baghdad si stesse “esportando democrazia”. Mi piacerebbe sentire che cosa pensano adesso, certi opinion makers che sono gli stessi di un decennio fa e che continuano a pontificare dai quotidiani e dal “piccolo schermo”, su quel che dichiaravano una decina di anni fa. Ma purtroppo, nel paese del “dovere della memoria”, la memoria diffusa è viceversa alquanto corta.

Eppure, quando la cortina del silenzio si lacera e qualcosa traspare, ci si sorprende a pensare che tutto sommato sarebbe meglio che non accadesse. Un accurato servizio, su “La Repubblica” di oggi (p. 17), ci rivela ad esempio che due giornalisti sono entrati nel magico Paese dei Balocchi di Sigonella, dove all’insaputa del popolo italiano e alla faccia dell’ormai da tempo sua calpestata sovranità (e dignità) nazionale sono ospitati i Global Hawks – apertura alare 35 metri – capaci di cogliere minimi dettagli sul suolo da 20.000 metri d’altezza. E’ il santuario dei droni, che “potrebbero intervenire in Nigeria” – contro il perfido Boko Haran, senza dubbio – e anche (assicura il comandante Brian T. Koch, qui giunto dalla base di Morón in Spagna) “pronti a intervenire qualsiasi cosa accada”. Come in Libia contro Gheddafi. Ne abbiamo viste le conseguenze. Qui, ci sono anche i Predator, “che possono volare carichi di bombe”. Per scaricarle dove? Non si sa. Top Secret Area. Lo Special Purpose Air Ground Task Force Crises Response è qui, nel cuore del Mediterraneo, per “rafforzare il livello di protezione nelle ambasciate USA in Nordafrica". Pura difesa, beninteso. Magari preventiva. “Non abbiamo scadenza – assicura il militare . Siamo qui a Sigonella su ordine del Pentagono, secondo gli accordi con il governo italiano”. Accordi di che tenore? Siglati quando? Da chi con chi? In quale prospettiva? Dopo un dibattito parlamentare? In seguito a una decisione del Consiglio dei Ministri? Con quali contenuti, sulla base di quali prospettive? Quanto costa tutto ciò, direttamente o indirettamente, agli ignari contribuenti? A quali rischi ci espone, visto che senza dubbio la base di Sigonella dà fastidio a qualcuno, e quel qualcuno presumibilmente non è né ignaro, né sprovveduto? Notte e nebbia. Il quotidiano italiano ha l’aria di fare uno scoop interessante ma in fondo di ordinaria amministrazione, come se parlasse della difesa della natura nei parchi nazionali. Chi mai potrebbe sorprendersi o, peggio, scandalizzarsi per il contenuto di questo articolo? In fondo, ci dice solo che c’è qualcuno che a nostra insaputa e praticamente senza chiederci il permesso ci sta difendendo contro i nostri nemici: e ovviamente chi siano i nostri nemici lo decide lui. Nulla di strano: ci mancherebbe… Anzi, c’è anche la pennellata simpatica. I “ragazzi” di Sigonella danno una mano a spengere gli incendi in Sicilia, ripuliscono i siti archeologici, contribuiscono a tenere in ordine le spiagge “da Brucoli a Termini Imerese”. Proprio così: non scherzo. Addirittura, un contadino si è costruito un rifugio di fortuna vicino all’ingresso della base e “nessuno si è sognato di scacciarlo. A due passi dall’avamposto USA forse si sente sicuro”. E’ la fine dell’articolo: ed è scritto proprio così. Andate a controllare, leggete, stropicciatevi gli occhi e tornate a leggere: vedrete che queste idilliche parole non saranno svanite.

Forse qualcuno ricorderà un titolo di prima pagina a tre colonne di qualche giorno fa, sempre su “La Repubblica”: Renzi a Obama: “L’Italia taglierà le spese militari”. Ammesso e non concesso che ci sia permesso acquistare qualche F 35 in meno, nel paese che paga più tasse e ha i servizi proporzionalmente peggiori di tutta l’Unione Europea, quanto ci costerebbe, in termini di ulteriore perdita di sovranità, di sicurezza e di dignità nazionali (ma è possibile perderne ancora?) un possibile sconto di qualche milionuccio per aerei da guerra che noi dobbiamo pagare affinché qualcun altro ci vada ad ammazzare altri innocenti, mentre con gli autentici mandanti del terrorismo internazionale sunnita noi stiamo facendo affari d’oro vendendo loro di tutto, della compagnia aerea di bandiera alle squadre di calcio alle emittenti televisive agli hotel di superlusso?

Sigonella, nome fatidico… a volte viene voglia di rimpiangere Bettino Craxi. E, a proposito, che ne è di Ustica? Le ultime reiterate condoglianze del Presidente della Repubblica alle famiglie delle vittime risalgono a pochi giorni fa. Forse, quelle famiglie gradirebbero un po’ di condoglianze in meno e qualche informazione in più su come e perché sono morti i loro cari. E su chi li ha ammazzati.


Cambio mail

Il mio indirizzo e-mail è stato di recente cambiato dalla mia Università: l'indirizzo nuovo è il seguente: franco.cardini@sns.it Ringrazio tutti e vorrei pregare gli interessati d'inviare meno messaggi possibile e tutti più brevi possibili; per invii voluminosi, prego di usare il vacchio cartaceo, indirizzanto plichi e stampe a:

Franco Cardini, c/o c.p. 2358, Firenze Ferrovia, Staz. SMN, Via Alamanni, 50123 - Firenze. Grazie.




In libreria: Alle radici della cavalleria medievale

Una nuova edizione

Premesso che detesto far pubblicità a me stesso, vorrei informare gli interessati che l’Editore Il Mulino di Bologna ha or ora pubblicato una nuova edizione del mio Alle radici della cavalleria medievale, ripetutamente uscito nel 1981 per i tipi della Nuova Italia di Firenze, quindi pubblicato di nuovo nel 2004 con una Prefazione di Jean Flori e un excusrsus sulla storia della cavalleria nel medioevo proposto come Prologo dall’Autore, per la Rizzoli-Sansoni di Milano-Firenze. La nuova edizione mantiene inalterati testo e apparato di note rispetto al 1981-2004, a parte qualche correzione di refusi o inesattezze; mantiene altresì l’Introduzione di Jean Flori ma si arricchisce... Continua

 


In libreria: La scintilla (con Sergio Valzania)

Da Tripoli a Sarajevo. Come l'Italia provocò la prima guerra mondiale


Mentre l'Europa si prepara a celebrare i cento anni trascorsi dallo scoppio della prima guerra mondiale, Franco Cardini e Sergio Valzania ricostruiscono la catena di eventi che condusse alla tragedia, evidenziando il ruolo chiave svolto dalla guerra di Libia.
Spetta all'Italia l'avere «dato il la» alla finis Europae e al «tramonto dell'Occidente»? «Se è così» scrivono Cardini e Valzania «non vanno comunque dimenticati i molti e gravi problemi ai quali, nel '14, si cercò di rispondere con le armi: quello sociale anzitutto, insieme con quello rappresentato dallo sfruttamento colonialistico al quale la scienza positivistica porgeva l'alibi della superiore civiltà occidentale e del "fardello dell'Uomo Bianco", tanto simile al fagotto del ladro.».

In libreria: Quell'antica festa crudele

Guerra e cultura della guerra dal Medioevo alla Rivoluzione francese

Questo libro approfondisce il vasto tema della guerra non solo dal punto di vista dell’evoluzione tecnica e strategica ma anche e soprattutto da quello dell’ideologia e della mentalità: insomma della sua «cultura». Com’era, quale posto aveva nella vita delle società, come la vivevano gli uomini che la facevano e la subivano. Spaziando in un lunghissimo arco di tempo che va dall’Alto Medioevo alle soglie dell’età contemporanea, attraverso la lettura di una ricca e pittoresca galleria di testimonianze, letterarie e no, Cardini racconta di un mondo in cui la guerra era una presenza consueta eppure, in fondo, molto meno devastante di quanto saranno le guerre di un’epoca più «umanitaria» e pacifista qual è la nostra.

 


In libreria: Il Turco a Vienna

La capitale dell'impero, l'esercito cristiano contro l'esercito turco, due mesi di assedio, una splendida domenica di gloria.

«Cominciò così la grande battaglia attorno alle mura di Vienna. Era il 12, nel giorno di domenica benaugurante per i cristiani. Alle quattro del mattino, re Giovanni insieme con il figlio Jakub servì personalmente e con devozione la messa celebrata da frate Marco nella cappella camaldolese. Lo scontro si protrasse fino a sera per concludersi trionfalmente in Vienna liberata; all'alba del giorno dopo, sotto il ricco padiglione del gran visir conquistato dalle sue truppe che stavano saccheggiando il campo ottomano, Giovanni III poteva scrivere una trionfante lettera alla sua regale consorte. Terminava così, dopo due lunghi mesi, l'incubo dell'assedio alla prima città del Sacro Romano Impero e capitale della compagine territoriale ereditaria asburgica. Con esso, l'ultima Grande Paura provocata da un assalto ottomano a una Cristianità peraltro tutto meno che unita».