Minima Cardiniana, 32

Domenica 27 luglio 2014 - XVII Domenica del Tempo Ordinario
San Nazario

L'ISLAM NEL XXI SECOLO

Che cosa sta succedendo nel mondo musulmano dall’11 settembre ad oggi? Che cosa sta convertendo una parte di quel mondo da comunità di fedeli a compagine ideologizzata e politicizzata? Quali sono al riguardo le responsabilità dei dirigenti di quel mondo? Quali quelle dei poteri che si stanno dispuntando l’egemonia sul globo? Per rispondere, cominciamo sia pur sinteticamente dal principio.

I caratteri originali

Noi diciamo l’Islam. Più corretto sarebbe forse parlare degli Islam. D’altra parte, anche il cristianesimo e l’ebraismo si potrebbero e forse si dovrebbero declinare al plurale. Vanno comunque anzitutto richiamati, nell’interesse della chiarezza di queste brevi note, alcuni dati fondamentali. La comunità dei fedeli musulmani, l’umma, si è scissa fino dal VII secolo in tre fondamentali confessioni – la sunnita, la sciita e la kharigita - a loro volta distinte in scuole e in sette.

Continua...


Minima Cardiniana, 31

Domenica 20 luglio 2014 - XVI Domenica del Tempo Ordinario
Sant'Elia Profeta

Cari Amici, sapevo che sarebbe successo. Doveva succedere, prima o poi. Il vizio italiano ha preso ancora una volta anche me, che pur me ne ritengo (ordinariamente) immune. Questa “puntata” esce in ritardo. Capiterà di nuovo. L’importante è non tradire una modesta bandiera che – lo vedo dai vostri messaggi – è gradita a molti, che per me è stata fonte di amicizie confermate, rafforzate, riallacciate, e anche di nuove ed interessanti. Ci andiamo tutti affezionando a questi piccoli MC. Cercherò di non deludervi (troppo). Voi cercate di non trascurarmi. Grazie.

1. - SOVRANITA’ E DIGNITA’ – Nella mia Firenze, a proposito del “mio bel San Giovanni”, è in corso a quel che pare una polemica tra il sindaco Nardella e la presidenza dell’Opera del Duomo, che gestisce quanto riguarda la cattedrale e gli annessi per conto della Curia arcivescovile, che proprio in questi giorni sta assistendo a un importante avvicendamento ai suoi vertici.

Il battistero ha bisogno di essere ripulito e ovviamente anche restaurato: non che cada a pezzi, ma la manutenzione è necessaria. Per questo pare che dovrà venir “impacchettato” per alcuni mesi. Già in passato venne fasciato da un foulard di Gucci: a molti – tra i quali mi collocai anch’io – l’iniziativa non piacque, ma pazienza. Per Firenze vale quel che, con maggior tragicità, si dice di Gaza: è inutile piangere e onorare ogni giorno i morti di Auschwitz, che purtroppo non possiamo resuscitare, se non siamo poi capaci di fermare il massacro là e di evitare la fine tragica di quanti (anche bambini) stanno morendo in questo momento. Non è solo inutile. E’ indecoroso, infame, osceno. Non siamo solo complici degli assassini. Siamo peggiori di loro, che hanno almeno il coraggio delle loro azioni.

Inutile quindi recriminare sul foulard di Gucci. Come dicono a Napoli, chi ha dato ha dato, chi ha avuto ha avuto. Ora però si tratta di sventare il “generoso ricatto” di non so quale impresa o azienda o lobby o chiamatelacomeccazzovipare che avrebbe offerto di finanziare per intero i lavori di ripulitura e restauro a patto di “fasciare” San Giovanni per ben diciotto mesi, vale a dire un anno e mezzo, della solita guaina chic, del tipo che oggi tanto spesso si usa, sulla quale però non verrebbe riprodotta – come invece si fa – una sia pur sommaria immagine del monumento coperto, bensì raffigurati vari soggetti pubblicitari. Mi dicono che un insigne prelato fiorentino, interrogato al riguardo, abbia risposto rassicurante che “non ci metteranno certo sopra Charlize Theron nuda”. E io rispondo: magari! Il corpo di Charlize Theron è un dono di Dio e una manifestazione della Sua divina onnipotenza, è una meraviglia che canta le lodi del Signore. Una sua riproduzione sarebbe di gran lunga più casta di un’oscena immagine e/o di un ancor più osceno slogan di quelli che invitano a consumare di più, a spendere fortune gettando danaro al vento mentre al mondo c’è chi crepa di fame, a insegnare ai giovanissimi che solo il business è quel che conta, solo l’apparire è sacrosanto, solo l’avere è sacro.

“Questa è una casa di preghiera, e voi ne avete fatto una spelonca di ladri”. Sono le parole di Gesù che sta per usare la frusta, come papa Bergoglio ha promesso che farà nei confronti dei membri corrotti della Chiesa. Facciamolo anche qui, facciamolo adesso, cominciamo da questa meraviglia del mondo che è il battistero fiorentino di San Giovanni. I monumenti che possono stargli al confronto si contano, in tutto il mondo, sulle dita di una sola mano: forse San Marco a Venezia, San Vitale a Ravenna, la Moschea della Roccia a Gerusalemme, il Taj Mahal di Agra, la Città Proibita di Pechino.

Ma non è solo questione di bellezza: è questione di turismo, che appunto è oltretutto anche un business gigantesco. E io, che sono old fashion, sono convinto che anche negli affari la prima cosa da osservare è l’etica. Noi fiorentini abbiamo un’enorme responsabilità: tutti, non solo il sindaco o l’arcivescovo o i politici o gli imprenditori che col turismo ci fanno i soldi. Questi beni, che appartengono a tutta l’umanità, siamo noi chiamati a gestirli, a proteggerli, a valorizzarli. Averli in casa è un privilegio immenso e una fonte inesauribile di ricchezza: ma ubi commoda, ibi incommoda. Pensiamo ai giapponesi e agli australiani che nei prossimi diciotto mesi intendono venire a Firenze affrontando un lungo viaggio e un’alta spesa: magari sognano questo viaggio da tutta la vita, nella stragrande maggioranza dei casi non lo ripeteranno più in vita loro. Ma davvero vogliamo mostrar loro, al posto del capolavoro medievale, un osceno panettone imballato in una guaina pubblicitaria? Ma davvero abbiamo ridotto il nostro gusto e la nostra fantasia a queste miserabili condizioni degne di un Centro Commerciale della più squallida periferia megalopolitana?

E non si tratta solo di arte e di economia turistica, si tratta di sacralità. Quello è il tempio dov’è stato battezzato Dante, il tempio di alcuni tra i più bei mosaici del mondo, il tempio delle porte del Paradiso del Ghiberti.

La mia modesta proposta è che si faccia come si fa in tutti i grandi paesi europei di turismo, che non si sognano neppure (nemmeno la Francia e la Spagna, che sono i più ricchi) di avere tutte le ricchezze naturali e monumentali che abbiamo noi e che le gestiscono infinitamente meglio. Tempo fa è stata completamente ripulita e restaurata Notre Dame di Parigi, incomparabilmente più vasta del battistero e molto meno bella. Nessuno si è sognato di tenerla molti mesi completamente al coperto. La si è restaurata e pulita per settori, in modo che le incastellature non interessassero mai oltre un decimo della superficie. E naturalmente non solo la parte coperta lo è stata in modo degno e decoroso, ma si è provveduto a organizzare volta per volta una piccola, puntuale esposizione che mostrasse ai turisti attraverso immagini e attrezzature adeguate quel che essi non potevano ammirare in modo diretto.

Il battistero ha bisogno di diciotto mesi di lavoro per il restauro-pulitura. Ha otto lati, coperti da un tetto piramidale a otto spicchi corrispondenti. La mia proposta è quella di organizzare il lavoro in nove fasi settoriali (due mesi per fase) coprendo il monumento dalle incastellature due mesi alla volta: prima il tetto nella sua interezza, quindi una facciata ogni due mesi. Coperture adeguate, esposizione sostitutiva del temporaneamente inagibile, visione d’insieme sempre assicurata, risparmio del materiale necessario per la copertura, sorveglianza ridotta e semplificata.

Le imprese che si sono “generosamente” fatte avanti non ci staranno. E chissenefrega. Pare che i costi ammontino a un milione e mezzo di euro. Saranno certo più alti, ma si tratta di una cifra alla quale possiamo sopperire con fondi straordinari cittadini, provinciali, regionali e governativi, oltre a quelli europei e, soprattutto, a una colletta popolare tra i fiorentini che opportunamente presentata coinciderebbe con una splendida mobilitazione per il recupero di un elemento importante della nostra identità.

E infine, la sovranità e la dignità nazionali. Ma come, dico io, stiamo per regalare anzi stiamo già regalando (il ministro dice di aver bloccato tutto, ma i contratti sono in atto e i termini decorrono automaticamente) 14 miliardi e mezzo circa alla Locked per acquistare delle bufale come gli F-35 che nel migliore dei casi andranno a bombardare per conto terzi dei poveracci che a noi non hanno fatto niente di male, e poi ci lasciamo mettere in crisi per una spesa diecimila volte inferiore (io non sono forte in matematica, ma un milione e mezzo va moltiplicato diecimila volte per arrivare ai quindici miliardi che spenderemo per quei ferri da stiro volanti). Presidente Renzi, tu ti stimi un decisionista e magari hai anche ragione: e allora, decidi. Sottrai un decimillesimo a quella spesa pazza e inutile.

FC

2. – DECENNALI – Il 20 luglio, data in cui avrebbero dovuto essere stesi questi appunti, ricorreva il settantesimo dal fallimento dell’attentato a Hitler nella Wolfschanze. Della cosa si è molto parlato e ci si sono fatti sopra anche parecchi films, qualcuno decisamente brutto.

Invece il 22 luglio, giorno nel quale io effettivamente scrivo in ritardo quel che avrei dovuto scrivere due giorni fa, ricorre il settantesimo di una pagina per noi toscani dolorosissima, a proposito della quale è necessario “restaurare la memoria” e fare finalmente definitiva giustizia.

Il 22 luglio del 1944, alle 10,30 del mattino un proiettile di obice sparato da una batteria statunitense s’infilò per assoluta fatalità (un po’ come fanno talvolta le palle del biliardo mosse da un giocatore principiante e fortunato, che “vanno in buca”) in una finestrella del duomo della cittadina di San Miniato al Tedesco, tra Valdarno e Valdelsa, a metà strada tra Firenze e Pisa. Lì purtroppo si erano rifugiati molti samminiatesi per aspettare il passaggio del fronte: entrambe le formazioni che si stavano affrontando nel fondovalle, la statunitense e la tedesca, erano a conoscenza della cosa e ben decise concordemente a evitare che dei civili innocenti fossero coinvolti nel combattimento. Si trattò di un deprecabile errore involontario. Il diario del 349° fanteria USA, cioè il reparto protagonista dell’azione bellica in quell’area insieme con il 337°, è conservato a Washington e parla chiaro. Ma dopo il passaggio del fronte si andò elaborando – sulle prime forse in buona fede – un castello di dicerìe e di false prove che sfociò poi nella “leggenda nera” del “gelido eccidio perpetrato dai tedeschi”, i quali avrebbero obbligato la popolazione a chiudersi in duomo per poi minare l’edificio. L’infame balla, alla quale a San Miniato pochi sul serio credevano, divenne poi dogma a causa dell’imposizione intimidatoria di “ricostruzioni storiche” e ispirò anche il famoso film dei fratelli Taviani, La notte di San Lorenzo. Quanto al reparto tedesco della 3. P.G. Division, una cinquantina di granatieri al comando di un sottufficiale, esso eseguì puntualmente le demolizioni che gli erano state ordinate ma non toccò affatto la cattedrale. Si trattò, da entrambe le parti, di un comportamento limpido e onesto che come non sempre, ma nemmeno di rado, si riscontra nelle operazioni della seconda guerra mondiale.

Le emergenze storiche obiettive sono state raccolte nei molti lavori di due anziani professionisti. Giuliano Lastraioli e Claudio Biscarini, dei quali segnaliamo l’opuscolo riassuntivo De bilia, edito nella collezione “Le Memoriette”, 3, agosto 2007, ad Empoli. Poiché l’episodio di San Miniato è andato per anni ingrassando in Toscana il sordido corpo di un antigermanesimo intollerabile, in tempi di Unione Europea è giusto sollevare le forze armate tedesche da una responsabilità loro calunniosamente attribuita.

FC


 

Minima Cardiniana, 30

Domenica 13 luglio 2014 - XV Domenica del Tempo Ordinario
Sant'Enrico II Imperatore

Settimana densa. Due ordini di riflessioni, in fondo non estranee tra loro, s’impongono.

- 1. IL DOVERE DEL SEMINATORE –

Il Vangelo che la liturgia di oggi ci propone è – sarà un caso… - molto appropriato all’attuale situazione internazionale, caratterizzata in questi giorni da una scena di ordinaria violenza, un tragico déjà vu che sarebbe già gravissimo di per sé, ma che è purtroppo aggravato dalla malafede, dall’ipocrisia e dall’omertà con le quali viene accettato dai governi, dai media e dall’opinione pubblica internazionale. Già da ieri, sabato 12 ottobre, il nostro governo ha chiesto che a proposito dell’ennesimo episodio di massacro attualmente in corso “l’Europa faccia sentire la sua voce”. Ma quello cominciato da meno di due settimane è il semestre di presidenza italiana della compagine europea. Mi auguro e continuo ad augurarmi (si sa, oggi è domenica, si ha pur diritto al meritato riposo settimanale) che nei prossimi giorni siano il nostro presidente del consiglio dei ministri e il nostro ministro degli esteri ad esprimere un primo giudizio, a indicare in che senso, appunto, l’Europa dovrebbe far sentire la propria voce.

E qui entra appunto l’esempio della parabola presente in Marco, 13, 1-23. Anche la parola è un seme. Anzi, è simbolicamente parlando il seme per eccellenza. Non dev’essere sprecato: bisogna far molta attenzione a dove cadrà, a non sprecarlo gettandolo sulla strada, o sul terreno sassoso, o tra i rovi. Ciò vale per tutti: per i responsabili delle Nazioni Unite, per i capi di stato delle grandi potenze che domani si riuniranno per studiare i modi più adatti per rispondere alla crisi, per la Commissione Europea e anche per me che, scrivendo queste quattro righe, potrei sia pur nel mio piccolo ingannare o condizionare qualcuno. Prudenza e responsabilità sono pertanto, in questo caso, particolarmente indispensabili.

Sappiamo tutti che la crisi israeliano-palestinese è stata originata da un atto efferato e ripugnante: il rapimento e l’uccisione di tre ragazzi israeliani. Sappiamo che i diretti responsabili di quella miseranda infamia non sono stati individuati, e che ad essa hanno tenuto dietro altri atti di ritorsione altrettanto odiosi. Fin qui siamo purtroppo nell’àmbito dell’odiosa guerra tra bande irresponsabili animate dal cieco fanatismo: ma potrebbe esserci di più. Dietro gesti così disumani potrebbe celarsi un ancor più disumano disegno, quello di spingere ancora una volta allo scontro israeliani e palestinesi. A quale scopo? Questa è la domanda fondamentale: che comporta purtroppo una semplice, chiara, disperante risposta.

Da parte palestinese, nell’àmbito della guerriglia musulmana radicale – dal momento che ormai il piano di Hamas in un primissimo tempo non sgradito ad alcuni ambienti di governo israeliano, quello di trasformare la causa nazionale palestinese in una causa confessionale islamica, è purtroppo riuscito - il disegno è evidente in tutta la sua lucida follìa. Si vuole obbligare Israele a una risposta durissima, che indigni e spinga a reagire i palestinesi nel loro insieme; e si vuole che la conseguenza della loro reazione sia un ulteriore indurirsi d’Israele, che è la più forte. In tal modo si ritiene che saranno ottenuti due scopi.

Il primo scopo è politico-religioso: la progressiva trasformazione dei palestinesi in un popolo di shuhadà, di martiri (emarginando in tal modo i palestinesi cristiani, estranei al concetto di shahid così come lo intende l’Islam; e mettendo in difficoltà anche l’opinione pubblica sunnita che a proposito dell’ideologia del martirio non condivide il radicalismo in odore di shi’ia che è invece caratteristico di Hamas e dei suoi alleati Hezbollah).

Il secondo scopo è politico-diplomatico: costringere Israele a una risposta di tipo talmente duro da obbligare anzitutto il mondo arabo, quindi quello musulmano, infine l’opinione pubblica internazionale a un intervento che rimetta in moto la questione palestinese, caratterizzata dal fatto che le scelte israeliane – caratterizzate dal totale disprezzo delle reiterate risoluzioni delle Nazioni Unite in materia di rispetto dei confini stabiliti dal 1967, dalla costruzione del “muro” illegittimo appunto alla luce di quella confinazione e dalla coerente progressiva politica di cancellazione pratica dei territori assegnati ai palestinesi attraverso l’impianto degli insediamenti coloniali - sono state finora avallate di fatto, nonostante il quasi unanime riconoscimento della loro illegittimità, dalla compagine internazionale.

Il primo scopo appare ispirato a un astratto fanatismo religioso, oltretutto incoerente nel suo “colore” tendenzialmente sciita: se non altro perché finora tra i sostenitori più espliciti e impegnati di Hamas figurano alcuni emiri sunniti della penisola arabica, e non può sfuggire a nessuno che in questi mesi è in corso una recrudescenza della fitna sciito-sunnita. Che i piloti della fitna attuale, gli emirati arabi – fra l’altro sicuri alleati degli statunitensi -, facciano tacere la loro voglia di guerra civile intramusulmana per impegnarsi contro Israele, e che il governo statunitense possa mai permettere qualcosa del genere, è ipotesi semplicemente pazzesca. C’è qualcuno tra i “Fratelli Musulmani”, anch’essi vicini ad Hamas, che spera qualcosa del genere? In tal caso, si torverebbe comunque di traverso un altro capo di stato sunnita, l’egiziano e nasseriano generale Sisi, dal canto suo avversario della prosecuzione della fitna e piuttosto incline semmai a simpatizzare con il siriano Assad per quanto questi non sia sunnita.

Ciò collega il carattere folle del primo scopo a quello, almeno altrettanto, del secondo. Gli ambienti musulmani meno esperti di questioni europee e occidentali sottovalutano il dato che impedisce appunto all’Europa e all’Occidente d’intervenire oltre un certo molto debole segno nelle questioni israeliane. Qui entrano in gioco la cattiva coscienza del mondo occidentale nei confronti del mondo ebraico e la sua formalizzazione etico-giuridica al limite della vera e propria “religione civica”: la pesante memoria della Shoa fa sì che Israele non possa obiettivamente venir trattato come tutti gli altri paesi del mondo e che qualunque atteggiamento nei suoi confronti che possa apparire ostile o prevenuto sia passibile di venir immediatamente accusato di “complicità postuma” nei confronti dell’orrore perpetrato settanta-ottant’anni fa. Naturalmente esistono, in Israele come nel mondo ebraico della diaspora come in quello non-ebraico, centri e sodalizi che s’incaricano di esercitare, al riguardo, una oculata sorveglianza e una tempestiva denunzia. Tali centri e sodalizi svolgono anche efficace attività preventiva, individuando soggetti e ambienti dai quali potrebbero provenire voci politiche o pubblicistiche sgradite e preventivamente intimidendoli o ricattandoli o isolandoli.

Ora, è evidente che la via più diretta e corretta da intraprendere per spezzare questa strategia polemogenetica sarebbe una collaborazione israeliano-palestinese volta a individuare e a punire le azioni terroristiche; invece Israele preferisce la punizione unilaterale e collettiva dell’ambiente dal quale si suppone che esse abbiano avuto origine. Quanto all’azione punitiva sotto forma di rappresaglia, essa sarebbe legittima sul piano internazionale solo se Israele ammettesse che quelli palestinesi sono “territori occupati”: ma in tal caso l’esercizio della rappresaglia, legittimo, si dovrebbe svolgere nei rigorosi limiti d’intensità imposti dal diritto internazionale di guerra. Israele sostiene invece che quei territori non sono occupati: e allora come si configura il suo intervento, che non può qualificarsi come una questione interna alla sua compagine territoriale?

Il fatto è che in questo momento manca qualunque possibile mediatore e si stanno obiettivamente favorendo i peggiori estremismi presenti in entrambi i campi, l’israeliano e il palestinese. In alcuni ambienti israeliani si va facendo strada l’idea che “il miglior palestinese è un palestinese morto”. A tale fine si usano armi sempre più efficaci e sofisticate: lo scopo è incutere terrore e obbligare il maggior numero possibile di palestinesi ad andarsene. La sconsiderata pioggia di razzi praticamente inefficaci, regolarmente intercettati e resi inoffensivi grazie al programma Iron Dome, rende quasi patetica l’espressione, diffusa tra i media, “pioggia di fuoco su Israele”. E’ una pioggia che reca in realtà pochissimi danni, a differenza del tiro israeliano che sta seminando sistematicamente morte e distruzione in territorio palestinese. I razzi palestinesi e le bombe israeliane non possono essere messe sullo stesso piano: Israele, ammesso che la sua possa intendersi in qualche modo come un’azione militare di tipo difensivo (il che è inficiato dal carattere invece esplicitamente “punitivo” che la autorità israeliane le hanno assegnato in modo esplicito), è quanto meno responsabile di eccesso di difesa: non si risponde con una mitragliatrice di ultima generazione a chi ci sta minacciando con un temperino.

D’altronde, l’Authority palestinese non è propriamente un governo, né la Palestina è ancora uno stato pienamente riconosciuto a livello internazionale e soggetto pertanto di diritto appunto internazionale. Ciò impedisce alle autorità politiche del mondo intero di trattare con l’Authority palestinese come si tratterebbe con uno stato sovrano: e le obbliga a trattare invece con Israele, che dello stato sovrano ha ben a diritto tutte le caratteristiche, e che spingendo la sua politica di rappresaglia oltre i limiti del lecito sta commettendo obiettivamente un crimine. E’ d’altra parte ovvio che, essendo Israele di gran lunga il più forte sul piano diplomatico, l’interruzione dei suoi raids è dovere che spetta unicamente a lei. E sarebbe proprio l’interruzione unilaterale dei raids previsti a rendere necessario l’intervento delle Nazioni Unite: dal momento che è ormai provato che manchi o faccia difetto in entrambe le parti in causa, per molteplici ragioni, una effettiva volontà di pacifico accordo. In tale caso la mediazione delle Nazioni Unite – e non di singoli stati che si autoarroghino il “diritto d’intervento” o che ne vengano richiesti da una delle due parti in causa - non è auspicabile, è doverosa, e non dev’essere proposta, bensì imposta alle parti, essendo fra l’altro evidente che in un contesto come quello del Vicino Oriente attuale il protrarsi della crisi minaccia gravemente la già precaria pace nel mondo.

- 2. ICH HABE EINEN TRAUM –

Sarà stato l’effetto dei Mondiali di calcio che ha reso euforici e quindi meno timidi i tedeschi, ma è accaduto qualcosa che, se fosse interpretabile come il mattino di una nuova giornata, sarebbe proprio un bel segno. La reazione di Angela Merkel al controllo spionistico esercitato nei suoi confronti da parte dei servizi statunitensi, così ovvia e semplice sul piano del diritto internazionale, stupisce, rallegra e fa davvero sperare su quello politico degli ultimi quasi settant’anni: perché in quell’àmbito era ormai insperabile. A parte il caso italiano, se c’era un paese europeo ligio alla volontà del Potente Alleato, quello era la Germania. E ciò faceva pensare, specie dopo faccende come il “caso-Echelon”, che non ci fosse più niente da fare. Gli statunitensi erano (e purtroppo restano) in grado di esercitare dappertutto, e impunemente, quella che Sergio Romano sul “Corriere della sera” dell’11 luglio scorso ha definito “una candida arroganza”. Il governo statunitense autorizza se stesso “a fare ciò che ad altri sarebbe proibito. Può promuovere leggi extraterritoriali valide per i giudici americani anche quando il reato, vero o supposto, è stato commesso fuori del territorio degli Stati Uniti. Può pretendere che tutte le linee aeree del mondo forniscano ai servizi americani informazioni sui loro passeggeri. Può pretendere che i contingenti militari americani, quando sono all’estero, godano di una totale impunità. Può considerare Edward Snowden un traditore per avere detto al mondo ciò che il mondo aveva il diritto di sapere”.

L’Europa non si fa senza la Germania. Ed ‘ forse ora che la Germania esca dal suo senso di colpa, dichiari di “aver già dato” e si assuma la responsabilità, nei confronti della nuova istituenda Europa, della garante politica anziché del controllore economico-finanziario.

Ed è difatti ora, commenta opportunamente Romano, “che qualcuno manifesti finalmente il suo disappunto”. Parole sante. E allora bisogna andare avanti. Che fan qui tante peregrine spade?, si chiedeva otto secoli fa Francesco Petrarca. Altro che spade. La costituzione italiana rifiuta la guerra, l’Italia è piena di comuni “denuclearizzati” ed ecco che gli americani hanno nelle basi di Ghedi e di Aviano settanta bombe nucleari. Lo rivela Hans Kristensen, della Federation of American Scientists, in un articolo uscito su “Internazionale”, 1059, dell’11 luglio 2014. Armi atomiche statunitensi nel continente europeo, oltre che in Italia – dove ce ne sarebbero comunque di più – sono presenti in Germania, in belgio, in Olanda e in Turchia. Facciamo finta di nulla.

Bene. “I have a dream”, ci hanno ripetuto Martin Luther King, John Fitzgerald Kennedy, Nelson Mandela e Walter Veltroni. I have a dream too: o meglio, Iche habe einen Traum. Che la sortita di Angela Merkel non sia né casuale, né estemporanea., Che corrisponda a un progetto. Che sia il primo passo di un percorso, la prima frase di un lungo e concreto discorso. Che segni l’inizio della svolta dall’Eurolandia all’Europa.

FC


 

Minima Cardiniana, 29

Domenica 6 luglio 2014
Santa Maria Goretti

UNA "RESTAURAZIONE DEL CALIFFATO"?

Allegri, dunque: nuntio vobis gaudium magnum. Anche il mondo musulmano, dal 30 giugno scorso, ha il suo Principato di Seborga.

La notizia della “restaurazione del califfato” (o meglio, dell’instaurazione di un nuovo califfo) da parte dei cosiddetti mujahidin – vale a dire “impegnati in uno sforzo gradito a Dio” – dell’area di confine tra Siria e Iraq, quelli che di solito i media definiscono i “jihadisti” di un autoproclamato Islamic State in Iraq and Levant (ISIL), pubblicata il 30 giugno scorso, è stata rapidamente diffusa provocando commenti di ogni genere: nella stragrande maggioranza dei casi, ohimè, del tutto fuori luogo. L’ISIL, che a sottolineare il carattere universalistico della sua scelta ha contestualmente espunto dalla sua sigla statale le lettere I ed L che indicavano rispettivamente l’Iraq e il non troppo ben definito “Levante”, è da oggi in poi nelle intenzioni dei suoi promotori e sostenitori soltanto IS, Islamic State: esso dovrebbe pertanto raccogliere tutti i fedeli musulmani del mondo e ricostituire l’umma, la comunità musulmana nel suo complesso. Il nuovo califfo porta il nome del primo califfo dell’islam, Abu Bakr, suocero del Profeta in quanto padre della di lui prediletta moglie A’isha: si tratta difatti di Abu Bakr al-Baghdadi, appunto leader dell’IS. Lo speaker dell’organizzazione, Abu Muhammad al-Adnani, ha sottolineato l’importanza di questo evento, che conferirebbe un volto nuovo all’Islam, e ha esortato i buoni fedeli ad accoglierlo respingendo la “democrazia” e gli altri pseudovalori che l’Occidente proclama. Alcuni “esperti” hanno commentato che siamo dinanzi al più importante sviluppo della jihad musulmana dopo l’11 settembre del 2001 e che il nuovo califfato potrebbe addirittura travolgere gli equilibri vicino e mediorientali e rappresentare un’effettiva minaccia per la leadership di al-Qaeda. Il che appare alquanto improbabile se non surreale, dal momento che quella galassia di organizzazioni radicali che convivono sotto la denominazione, appunto, di al-Qaeda, e che se ne disputano accanitamente la gestione, trova appunto nell’IS a tutt’oggi una delle sue espressioni più coerenti e meno aleatorie.

Dal canto suo il governo ufficiale irakeno, guidato da Nuri al-Maliki e a tutt’oggi in una posizione alquanto ambigua – resta nell’orbita degli Stati Uniti che ne hanno determinato la nascita con la loro aggressione del 2003 all’Irak di Saddam Hussein, ma è espressione delle comunità irakene sciite che in quanto tali guardano con simpatia alla Siria di Assad e all’Iran – è impegnato in una controffensiva tesa a recuperare i territori che gli uomini dell’IS gli hanno strappato con l’offensiva del 9 giugno scorso e si sta per questo coordinando con trecento “consiglieri militari” statunitensi; intanto però ha accettato dalla Russia una fornitura di dodici cacciabombardieri Sukhoi che gli consentirebbero di contrastare concretamente i guerriglieri dell’IS, mentre l’aviazione siriana ha già avviato alcuni raids contro gli uomini del nuovo califfo e l’Iran ha provveduto o sta per provvedere il governo di al-Maliki di alcuni droni. E’ ovvio che lo sciita al-Maliki non sia scontento di questo appoggio russo-siro-iraniano; e il quadro è chiaro e perfetto se si aggiunge che l’esercito dello IS è appoggiato da equipaggiamenti e da finanziamenti degli emirati del Golfo.

In altri termini, da alcuni anni la vera novità in tutte le questioni che riguardano l’Islam in genere, i gruppi radicali e le cellule terroriste in particolare, è che – soprattutto dopo le cosiddette “primavere arabe” - alcuni emiri del Golfo, tutti molto ricchi in petrodollari e tutti sunniti, hanno rinverdito con una violenza che non si vedeva forse dai tempi immediatamente successivi alla morte del Profeta (cioè da circa quattordici secoli fa) uno dei fenomeni più tipici dell’Islam: la fitna (“discordia”, “disordine”: guerra fratricida) tra sunniti e sciiti. Tale scelta è stata finora, forse inconsapevolmente, appoggiata da alcune potenze occidentali che pure si dicevano impegnate con decisione a combattere estremismo e terrorismo: ad esempio da Francia e Inghilterra, che con stupefacente leggerezza o con imperdonabile cinismo hanno appoggiato la sollevazione e la guerriglia contro il legittimo governo siriano di Bashar Assad; laddove sia gli Stati Uniti d’America sia la stessa Israele non hanno, nella fattispecie, dato prova né di lucidità né di decisione mentre la Turchia di Erdoğan e l’Egitto di Morsi ci stavano facendo ritenere che uno sviluppo “moderato” del “fondamentalismo” fosse possibile. Il risultato di questa nuova situazione è stato che i nostri media, che ci avevano per anni abituato ad addossare al fantasma di al-Qaeda ogni responsabilità e qualunque male, d’improvviso lo hanno fatto scomparire dalle loro cronaca quotidiana; e noi che, caduti nella trappola, ci eravamo adagiati sulla falsa convinzione di un problema risolto dopo la morte di Bin Laden, siamo stati vittime di un brusco risveglio.

Ma, in questo ingarbugliato contesto, che valore ha il califfato attribuito ad al-Baghdadi? Per rispondere, siamo obbligati a spiegar brevemente che cosa sia un califfo.

Nel 632, alla morte del Profeta che per un decennio aveva guidato gli arabi convertiti all’Islam secondo modalità di capo di un consiglio federale di tribù, in termini che ricordano molto quelli del governo di Mosè descritto nell’Esodo, i suoi compagni stabilirono di eleggere un khalîfa, cioè un successore alla guida dell’umma, la comunità musulmana. Il califfo assommava in sé i poteri esecutivi e giudiziari: non quelli legislativi, dal momento che la legge nell’Islam riposa sull’insegnamento coranico. I primi quattro califfi, detti râshidûn (“ben guidati”), furono scelti per elezione dai maggiorenti della comunità: non si poté però, fino da allora (siamo nel trentennio 632-661), impedire l’insorgere della fitna (i quattro caddero tutti uccisi, l’uno dopo l’altro), culminata nella scissione guidata da Ali, cugino e genero del Profeta, che fondò appunto la shî’a, il “partito”, che nella battaglia di Siffin del 658 si oppose al rivale Mu’âwiya. Nacque così lo sciismo, la “confessione” dell’Islam che si oppose a quella ortodossa, detta “sunnita” (da sunna, “regola”, condotta”). In sintesi, mentre i sunniti (distinti sul piano dottrinale in quattro scuole giuridiche) riconoscevano come fonti canoniche della fede sia il Corano sia la somma dei detti e dei fatti del Profeta tramandati in raccolte detti hadith, gli sciiti accettarono solo il Corano cui andarono aggiungendo più tardi gli insegnamenti dei loro îmam (“guide” dotate di particolare carisma), da Ali stesso in poi. Gli sciiti respinsero l’istituzione califfale (per quanto nella storia dell’Islam vi sia stato almeno un grande califfato sciita, quello dei fatimidi nell’Egitto tra XI e XII secolo); da loro si distaccarono però quasi subito i kharigiti, estremamente rigoristi, i quali pur ammettendo il califfato non accettavano la regola sunnita secondo la quale il califfo doveva obbligatoriamente appartenere alla tribù del Profeta, vale a dire ai Quraysh, ma pretendevano che a tale ufficio dovesse ascendere quello che la comunità ritenesse a maggioranza il migliore, senza distinzione di tribù o di razza o di condizione. Sunniti, sciiti e kharigiti costituiscono ancor oggi le tre confessioni fondamentali dell’Islam: ma, su un miliardo e mezzo circa di fedeli, i primi sono la netta maggioranza, mentre i secondi s’identificano principalmente con gli iraniani; arabi sciiti sono però presenti in Siria, Libano, Iraq e nell’area del Golfo.

Nell’Islam sunnita si affermò invece il principio del califfato ereditario all’interno dei due gruppi che costituivano la tribù curaiscita del Profeta, vale a dire gli hashemiti e gli shamshiti: si ebbero tra 661 e 1258 due distinte dinastie califfali, gli umayyadi (661-750) che scelsero come loro capitale Damasco e trasformarono la compagine musulmana in un impero sul modello bizantino, e gli abbasidi che spostarono la capitale a Baghdad e assunsero sistemi di governo e costumi ispirati alla tradizione persiana; un gruppo di dissidenti che preferirono sottrarsi al nascente potere abbaside emigrarono ad ovest attraverso l’Africa e approdarono insieme con alcune tribù berbere nella penisola iberica, dove fondarono un califfato di tipo neo-umayyade con capitale Córdoba, tra X e XI secolo. I califfi di Baghdad regnarono però, a partire dall’XI secolo, condizionati dalla tutela del “sultano” (una parola araba che indica genericamente il potere e i suoi detentori) di un’etnìa uralo-altaica convertita da poco all’Islam e proveniente dall’Asia centrale, i turchi selgiuchidi.

Tra XI e XII secolo scomparivano però sia il califfato cordobano, sostituito da una frammentazione di emirati iberici l’ultimo dei quali fu quello di Granada, conquistato dai castigliano-aragonesi nel 1492, sia quello sciita egiziano, eliminato per conto del sultano selgiuchide da un generale curdo che sarebbe in seguito divenuto a sua volta sultano (cioè governatore di fatto indipendente) di Siria e di Egitto, Yussuf ibn-Ayyub Salah ed-Din (il “Saladino” della nostra tradizione medievale), che nel 1187 avrebbe recuperato all’Islam Gerusalemme cacciandone i re crociati. L’ultimo califfo abbaside fu soppresso nel 1258 per ordine di Hulagu Khan, nipote di Genghiz Khan e capo dei mongoli che avevano conquistato Baghdad.

Nella storia dell’islam si registrano molti califfati, soprattutto nell’Africa nordoccidentale: in genere, quando una comunità concorde al suo interno intendeva proclamare un califfo, se aderiva alla “sunna” le bastava individuare qualcuno che da parte di madre (la tradizione musulmana è, come l’ebraica, matrilineare) avesse o comunque potesse vantare qualche antenato curaiscita, cosa non difficile. Ovviamente, si trattava di autorità califfali che venivano accettate solo dalla comunità che le aveva proposte, per quanto fossero autoreferenzialmente dotate di portata universale.

Un caso a parte è quello del califfato rivendicato fino dal 1517 da Selim I, sultano ottomano di Istanbul. Anche in quel caso si tentò di legittimare una lontana discendenza materna degli Ottomani dai curaisciti: ma, soprattutto, i giuristi al servizio del sultano – non ostacolati da nessuno nel mondo sunnita del tempo: anzi, la loro scelta fu accettata nella stessa India moghul - argomentarono che dopo le tormentate vicende del califfato e la sua vacanza dal 1258 fosse necessario riportare ordine all’interno della compagine dell’umma.

E qui si apre l’ultimo capitolo importante (altri ve ne sarebbero: ma secondari) delle vicende istituzionali del califfato prima delle novità odierne. Il 2 novembre del 1922, dopo l’armistizio con la Grecia che aveva concluso la guerra greco-turca, il leader della rivoluzione nazionale Musfafa Kemal annunziava formalmente che il popolo turco intendeva riassumere direttamente la sovranità della quale la dinastia ottomana lo aveva privata e di abolire la funzione sultaniale, mentre il califfato – da allora in poi separato da essa – sarebbe stato comunque affidato a un membro della vecchia famiglia regnante.

Quando il detronizzato sultano Mehmet VI lasciò il 17 successivo il paese a bordo della corazzata britannica Malaya, venne proclamata la repubblica e il nuovo parlamento elesse califfo Abdül Mecit, figlio di un precedente sultano, Abdül Aziz, ch’era stato deposto nel 1876. Il 29 di quello stesso mese il califfo designato accettò formalmente la carica recandosi nella moschea istambuliota di al-Fatih attorniato da un’immensa e tripudiante folla. Da quel giorno, tuttavia, Istanbul cessò di essere a tutti gli effetti la capitale dell’impero che non esisteva più per divenire il capoluogo di un vilayet, un governatorato.

Pochi mesi più tardi, in seguito alle elezioni tenutesi tra il giugno e l’agosto del 1923, Kemal divenne presidente dell’istituenda repubblica per la quale si scelse il 13 ottobre una nuova capitale nella città di Ankara. La vita politica s’incentrava ormai sul regime monopartitico del Partito Popolare Repubblicano, il programma del quale prevedeva la laicizzazione, l’eliminazione del diritto religioso islamico dalla vita amministrativa e dal sistema scolastico e un riassetto economico fondato sulle partecipazioni statali alle imprese. I modelli assunti furono il Codice civile svizzero e quello penale italiano. La repubblica fu proclamata ufficialmente il 29 ottobre, sulla base della costituzione già varata fino dal 20 gennaio 1921, al primo articolo della quale fu aggiunta una sola, semplice frase: “La forma di governo dello stato turco è la repubblica”.

Mehmet VI, dopo aver sostato a Malta e in Arabia, era partito frattanto da Alessandria d’Egitto sulla nave italiana Esperia e approdato a Genova il 23 maggio del ’23. L’accordo con il suo ospite-semicarceriere, il governo di Sua Maestà Britannica, avrebbe previsto come definitiva mèta del suo esilio la svizzera Losanna; ma l’ex-sovrano preferì fermarsi a Sanremo, dove – discretamente ma strettamente sorvegliato dalla polizia italiana - affittò la villa ch’era già stata occupata da Alfred Nobel e non depose le speranze di rientrare nel suo paese e di recuperare la corona, tessendo con tale intento anche qualche invero poco abile trama.

Frattanto il governo repubblicano presieduto da quel Mustafa Kemal che ormai era Gazi, “guerriero vittorioso nel nome di Dio”, e che concentrava su di sé la somma del potere, si era posto un altro obiettivo: l’abolizione del califfato. Su tale provvedimento non esisteva affatto unanimità: anzi, forti e autorevoli erano le voci che si levavano a difendere un’istituzione che conferiva alla Turchia uno speciale prestigio in tutto il mondo musulmano. Anche alcuni esponenti illustri di vari ambienti islamici estranei alla Turchia, ad esempio l’Agha Khan, fecero sentire la loro voce intervenendo presso il governo repubblicano. Ma questa era proprio l’occasione che Kemal attendeva per denunziare le ingerenze e le pressioni straniere che minacciavano la libertà della nazione proprio nel momento nella quale essa si andava fondando. Al principio del febbraio del ’24 il Gazi fece in modo che gli alti comandi dell’esercito si esprimessero nel senso che egli incrollabilmente pretendeva. Il 3 marzo, i deputati della Grande Assemblea della repubblica votarono difatti tre leggi: la prima aboliva il ministero degli affari religiosi e delle pie fondazioni, sopprimendo anche la funzione del capo del sistema teologico-giuridico che regolava il culto e i suoi rapporti con la società, lo sheikh ul-Islam e aggiudicando al governo la funzione di amministrare istituzioni e beni che fino ad allora alle abolite funzioni erano stati subordinati; la seconda unificava i sistemi scolastico e giudiziario sopprimendo scuole e istituzioni religiose e trasferendone funzioni e prerogative al ministero dell’educazione; la terza proclamava l’abolizione del califfato, la decadenza del califfo e il bando dal territorio della repubblica di tutti gli appartenenti alla dinastia ottomana. Successivamente furono aboliti i tribunali coranici e le loro funzioni trasmesse a quelli laici. Si attuava in tal modo il programma che Mustafa Kemal aveva annunziato, ricondurre alla sua alta funzione la fede musulmana, “liberandola dalla condizione di strumento politico alla quale da secoli era assuefatta”. Il Gazi, ben sapendo quanto facile – e non ingiustificato – fosse l’accusarlo d’irreligiosità, faceva tuttavia dichiarare ufficialmente dall’articolo 2 della nuova costituzione del paese che “la religione dello stato turco è l’Islam”. Egli dichiarava di non intendere affatto distruggere l’Islam, bensì di voler soltanto separare la fede musulmana dallo stato e assegnarla alla sfera privata della vita dei cittadini. La scelta del regime kemalista fu salutata in Occidente con entusiasmo dagli ambienti laicisti e progressisti, che in parte istituirono esplicitamente o no un confronto per la verità indebito con situazioni e istituzioni ecclesiali cristiane dei loro paesi, in parte sottolinearono come con l’abolizione del califfato la Turchia avesse adottato i princìpi e gli ideali della “civiltà occidentale” e avesse detto “definitivamente addio all’Oriente”, distruggendo qualunque prospettiva panislamica e incoraggiando pertanto tutti i musulmani a modernizzarsi. Nel mondo musulmano furono in molti a protestare: chi aveva concesso al parlamento repubblicano turco l’autorità prima di eleggere il successore del profeta a nome di tutti i credenti, quindi di abolirne l’ufficio? Il governo britannico invece, realisticamente, riuscì a far proclamare nuovo califfo il sovrano hashemita dello Hijaz, Hussein, che riteneva suo sicuro alleato. In seguito avrebbe “cambiato cavallo”, lasciando da parte Hussein per scegliere i rigoristi wahabiti del sud dell’Arabia, i sauditi. Il petrolio avrebbe fatto di quella tribù chiusa e arretrata, ma arrendevole in fatto di royalties che Sua Maestà Britannica le proponeva, una delle “razze padrone” del mondo di oggi. Di tutto ciò, va ringraziata la lungimiranza dei vincitori della prima guerra mondiale.

L’ultimo califfo, Abdül Mecit cugino del deposto sultano, aveva raggiunto a sua volta l’Europa per stabilirsi sulla Costa Azzurra, non lontano dal parente ospite di Sanremo: ma i due si detestavano.

Ed eccoci all’avventura di al-Baghdadi. Sarà il califfo riconosciuto da tutti i sunniti soggetti all’autorità de facto dello stato-guerrigliero che controlla una parte del nord della Siria e dell’est dell’Irak. In teoria e sulla base della legittimazione formulata dai suoi giuristi, certo, egli è il successore e il vicario del Profeta ed estende l’autorità su tutti i sunniti del mondo, molte centinaia di milioni dei fedeli. L’accetteranno, dal Maghreb alla Malaysia, anzi oltre dal momento che ormai il dar al-Islam è “spalmato” su tutto il mondo in seguito all’immigrazione e alle conversioni? Questo capo guerrigliero ha fatto qualcosa che nemmeno i ricchi e potenti emiri dei paesi arabi, padroni di mari di petrolio e grandi finanzieri mondiali – nonché, in più casi, effettivamente dotati di una plausibile discendenza curaiscita – hanno mai osato fare. Non è escluso che qualche gruppo specie africano legato alla costellazione guerrigliero-terroristica che si continua a chiamare con il fortunato ma astratto nome di al-Qaeda dichiari di accettarne l’autorità: e allora? Ve li figurate non dico il re dell’Arabia saudita o l’emiro del Qatar, ma anche il mio amico Ezzeddin imam di Firenze, che si danno un bel venerdì a proclamar di accettare l’autorità di al-Baghdadi? Si reciterà in nome suo, in qualche moschea asiatica o africana o magari europea, americana o australiana, la salât del venerdì? Lo stato che egli guida con un’autorità che in teoria non si è più riscontrata nel mondo da quando la repubblica turca ha unilateralmente abolito il califfato ottomano sarà riconosciuto almeno dalla Lega Araba e dall’Organizzazione delle Nazioni Unite, conditio sine qua non perché il nuovo califfo consegua un effettivo potere riconosciuto come tale in sede di diritto internazionale? Insomma, sarebbe come se il parlamento del Grand Feenwick (ve lo ricordate, il delizioso granducato mitteleuropeo del film Il ruggito del topo, quello in cui l’immortale Peter Sellers ci regala la gioia di battere gli americani?) dichiarasse di volermi assegnare la corona di un risorto Sacro Romano Impero. Via, non scherziamo…

Eppure gli “esperti internazionali” – qualcuno strapagato – si stanno sbracciando a dichiarare da tutti i possibili balconi mediatici che con il nuovo califfato siamo entrati in una nuova era nella storia del mondo islamico, e quindi della nostra società tout court visto il ruolo che esso vi gioca. La lettura anche di un semplice “bignamino” di quelli sui quali una volta gli studenti meno secchioni preparavano gli esami sarebbe bastata a impedire la divulgazione di tante e tali pompose sciocchezze.

Ma intanto è scattato l’allarme internazionale, ovviamente sostenuto dal Pentagono, contro il pericolo “di attentati, da parte di gruppi irakeni, siriani o yemeniti” (per fortuna, a nostra conoscenza i fondamentalisti di Pontassieve non si sono ancora mossi). Da subito, sono scattati per esempio nuovi e più stretti controlli negli aeroporti. Il che significa nuove prospettive di business per le solite multinazionali, dal momento che sappiamo benissimo quanto costosi siano tali giochetti e quanto ampie le prospettive di lucro per chi riesca a farsi assegnare una fettina di quella torta. Con una sola piccola pausa nella gran giostra dei profitti travestiti da sicurezza. Forse i precari e i pensionati italiani conosceranno un parziale sollievo dal salasso cui vengono sottoposti, in quanto è probabile che l’obbligo di acquisto da parte nostra dei celebri aerei-bufala F 35 slitti di qualche mese: il Pentagono ne ha disposto una revisione, dal momento che uno di essi è bruciato in volo nel cielo della Florida. Questo, forse, è l’aspetto più interessante – e più serio - dell’ennesima buffonata cui ci tocca di assistere.

Franco Cardini

P.S. – La c’è la Provvidenza. Tutto il pasticcio degli F-35 sembra profilarsi in termini più gravi, per i nostri Potenti Alleati statunitensi, di quanto non pensassimo. Dopo le celebri bufale degli F-104 e degli elicotteri Comanches, che costarono 22 anni di lavoro e una ridicola rinunzia finale, il progetto Joint Strike Fighter sembra a sua volta arrivato a una “pausa di riflessione” che forse si rivelerà più lunga del previsto. Per ora la famigerata Lockheed non ci rifilerà nemmeno i sei caccia per i quali il nostro governo aveva già firmato un contratto in acconto sulla ben più massiccia commessa di 90 esemplari per un impegno d’acquisto pari a 14 dollari (ma per precari e pensionati non c’è una lira e lo stato ha bloccato da anni gli stipendi ai suoi dipendenti.

Sull’argomento, “La Repubblica” di ieri sabato 5 luglio ha dedicato un “paginone” con vari articoli e servizi (pp. 12-13) dai quali s’inferisce che, in mezzo a dubbi e a reticenze, il governo italiano non osa comunque contraddire il Pentagono. E ce lo aspettavamo. Ma, per il momento, la faccenda resta sospesa. Chi come me continua pervicacemente a sperare in una futura politica militare europea comune, caratterizzata dal recupero della sovranità e libera dalla subordinazione-occupazione della NATO, l’obiettivo è lontano: ma comunque la battuta d’arresto resta utilissima, in attesa che da cosa nasca cosa.

E, per far appunto nascere nuove cose, è opportuno rileggere insieme, citandole tutte e alla lettera, le poche illuminanti parole che proprio su quel quotidiano, a p. 13, sono state firmate da un esperto d’indiscussa competenza e di encomiabile coraggio civile, il generale Fabio Mini. Parole che ci aiutano a capire “che cosa c’è sotto” e dovrebbero esser fatte imparare a memoria nelle scuole. Ecco qua.

“TACCUINO STRATEGICO. Jet e droni, una guerra tra lobby. ‘Dobbiamo comprarli perché non ci sono alternative’, dicevano degli F-35 autorevoli politici e militari nazionali. Non è vero, ovviamente. Quella più saggia, visti i tempi e i mutamenti di priorità strategiche, era congelare per un decennio tutti gli approvvigionamenti di blindati, velivoli e navi da guerra sostenendo al riconversione industriale e la ripresa economica. Nessuno se n’è occupato e la lobby F-35 ha incassato un trattamento vergognosamente favorevole. Contro di essa si è mossa però la lobby dei droni: gli aerei senza pilota che dovrebbero fare meglio e costare meno. In realtà gli aerei con pilota e quelli senza funzionano come il bullismo: soltanto contro i deboli. Tecnologicamente e operativamente F-35 e droni sono parimenti vulnerabili. L’F-35 è inaffidabile, il pilota deve guardarsi dal suo stesso mezzo. I droni invece anticipano una guerra del futuro fatta di robot invisibili che scelgono da soli contro chi e in che modo combattere. Senza perché. E’ la guerra de-umanizzata. Quando scoppierà ci si dovrà ricordare che iniziò come una guerra tra lobby”.

Bravo, generale Mini. Questo si chiama parlar chiaro. Chissà se il presidente Renzi ha letto questo appunto di un militare onesto che parla chiaro. Glielo farò avere: perché deve riflettere sul fatto che, oggi, il problema principale per gli italiani è recuperare dignità e fiducia in se stessi. Chi agisce da servo, non può disporre né dell’una, né dell’altra cosa. E senza di esse non può intraprendere alcun cammino di ripresa.


Minima Cardiniana, 28

Domenica 29 giugno 2014
Santi Pietro e Paolo

MALAINFORMAZIONE

Ieri avrebbe potuto essere un grande giorno per l’informazione. C’erano importanti novità, sia da Bruxelles, sia da Baghdad. Durante la giornata, qualche incauto “giornale” di TV o di radio private ne ha perfino parlato: poi tutto è stato riassorbito nella bruma del politically correct.

Peccato. Perché sì, molti commenti si sono fatti a proposito della posizione di Matteo Renzi al “vertice” di Bruxelles del Consiglio d’Europa, dello “strappo” britannico e così via. Peccato soltanto che si sia sorvolato sulle grandi manovre, in corso e ormai prossime alla mèta, tese ad accettare l’Ucraina come “paese associato” all’Unione Europea, il che automaticamente consente a quel paese, tuttora in rotta di collisione con la Russia, di “aprire” ulteriormente e irreversibilmente alla NATO. In altri termini, come già è accaduto nel 2008 in Georgia, i missili a testata nucleare potranno venir puntati a poche centinaia di chilometri da Mosca. Siamo dinanzi a qualcosa di più di un’imprudente provocazione: nel contesto internazionale di questo momento, si tratta quasi di un atto di guerra. Viene quasi da chiedersi se qualche bello spirito dotato di macabro senso di humour abbia deciso di “festeggiare” così il centenario del colpo di pistola di Sarajevo: proprio mentre i serbi inaugurano, in memoria di quel giorno, un monumento a Gavrilo Princip.

D’altra parte, non è una novità che si riveriscano i terroristi: almeno certuni, e finché fanno comodo. Avrete ben notato che ormai da mesi quasi non ci parlano più di al-Qaeda, dopo un tormentone quotidiano che data dall’11 settembre del 2001 e anche da prima. Et pour cause. Dopo la frittata dell’Afghanistan, un paese nel quale a tredici anni dall’aggressione il governo collaborazionista controlla appena Kabul e dintorni mentre il contagio fondamentalista ha contagiato irreversibilmente il vicino Pakistan, e dopo l’incredibile pasticciaccio dell’Iraq, sottoposto a due guerre e a un’invasione che ne ha calpestato i diritti calpestando anche il diritto internazionale, ci si trova a un passo dalla scissione interna con i curdi ormai indipendenti di fatto, i jihadisti sunniti che hanno fatto causa comune con quel che resta dei saddamisti e il governo sciita, formalmente sostenuto dagli Stati Uniti, che dopo aver chiesto ai suoi ingombranti, scomodi ed evidentemente anche incapaci alleati il sostegno di altri “consiglieri militari”, sta ora sollecitando la copertura aerea russa e iraniana. Nel 2003 un mio libretto nel quale si denunziavano sul nascere le contraddizioni statunitensi ed “occidentali” in Asia, Astrea e i titani, fu praticamente ritirato dalla circolazione sotto le proteste di alcuni padroni dei media che lo accusarono di “filoterrorismo” e che erano convinti, al contrario, che tra Kabul e Baghdad si stesse “esportando democrazia”. Mi piacerebbe sentire che cosa pensano adesso, certi opinion makers che sono gli stessi di un decennio fa e che continuano a pontificare dai quotidiani e dal “piccolo schermo”, su quel che dichiaravano una decina di anni fa. Ma purtroppo, nel paese del “dovere della memoria”, la memoria diffusa è viceversa alquanto corta.

Eppure, quando la cortina del silenzio si lacera e qualcosa traspare, ci si sorprende a pensare che tutto sommato sarebbe meglio che non accadesse. Un accurato servizio, su “La Repubblica” di oggi (p. 17), ci rivela ad esempio che due giornalisti sono entrati nel magico Paese dei Balocchi di Sigonella, dove all’insaputa del popolo italiano e alla faccia dell’ormai da tempo sua calpestata sovranità (e dignità) nazionale sono ospitati i Global Hawks – apertura alare 35 metri – capaci di cogliere minimi dettagli sul suolo da 20.000 metri d’altezza. E’ il santuario dei droni, che “potrebbero intervenire in Nigeria” – contro il perfido Boko Haran, senza dubbio – e anche (assicura il comandante Brian T. Koch, qui giunto dalla base di Morón in Spagna) “pronti a intervenire qualsiasi cosa accada”. Come in Libia contro Gheddafi. Ne abbiamo viste le conseguenze. Qui, ci sono anche i Predator, “che possono volare carichi di bombe”. Per scaricarle dove? Non si sa. Top Secret Area. Lo Special Purpose Air Ground Task Force Crises Response è qui, nel cuore del Mediterraneo, per “rafforzare il livello di protezione nelle ambasciate USA in Nordafrica". Pura difesa, beninteso. Magari preventiva. “Non abbiamo scadenza – assicura il militare . Siamo qui a Sigonella su ordine del Pentagono, secondo gli accordi con il governo italiano”. Accordi di che tenore? Siglati quando? Da chi con chi? In quale prospettiva? Dopo un dibattito parlamentare? In seguito a una decisione del Consiglio dei Ministri? Con quali contenuti, sulla base di quali prospettive? Quanto costa tutto ciò, direttamente o indirettamente, agli ignari contribuenti? A quali rischi ci espone, visto che senza dubbio la base di Sigonella dà fastidio a qualcuno, e quel qualcuno presumibilmente non è né ignaro, né sprovveduto? Notte e nebbia. Il quotidiano italiano ha l’aria di fare uno scoop interessante ma in fondo di ordinaria amministrazione, come se parlasse della difesa della natura nei parchi nazionali. Chi mai potrebbe sorprendersi o, peggio, scandalizzarsi per il contenuto di questo articolo? In fondo, ci dice solo che c’è qualcuno che a nostra insaputa e praticamente senza chiederci il permesso ci sta difendendo contro i nostri nemici: e ovviamente chi siano i nostri nemici lo decide lui. Nulla di strano: ci mancherebbe… Anzi, c’è anche la pennellata simpatica. I “ragazzi” di Sigonella danno una mano a spengere gli incendi in Sicilia, ripuliscono i siti archeologici, contribuiscono a tenere in ordine le spiagge “da Brucoli a Termini Imerese”. Proprio così: non scherzo. Addirittura, un contadino si è costruito un rifugio di fortuna vicino all’ingresso della base e “nessuno si è sognato di scacciarlo. A due passi dall’avamposto USA forse si sente sicuro”. E’ la fine dell’articolo: ed è scritto proprio così. Andate a controllare, leggete, stropicciatevi gli occhi e tornate a leggere: vedrete che queste idilliche parole non saranno svanite.

Forse qualcuno ricorderà un titolo di prima pagina a tre colonne di qualche giorno fa, sempre su “La Repubblica”: Renzi a Obama: “L’Italia taglierà le spese militari”. Ammesso e non concesso che ci sia permesso acquistare qualche F 35 in meno, nel paese che paga più tasse e ha i servizi proporzionalmente peggiori di tutta l’Unione Europea, quanto ci costerebbe, in termini di ulteriore perdita di sovranità, di sicurezza e di dignità nazionali (ma è possibile perderne ancora?) un possibile sconto di qualche milionuccio per aerei da guerra che noi dobbiamo pagare affinché qualcun altro ci vada ad ammazzare altri innocenti, mentre con gli autentici mandanti del terrorismo internazionale sunnita noi stiamo facendo affari d’oro vendendo loro di tutto, della compagnia aerea di bandiera alle squadre di calcio alle emittenti televisive agli hotel di superlusso?

Sigonella, nome fatidico… a volte viene voglia di rimpiangere Bettino Craxi. E, a proposito, che ne è di Ustica? Le ultime reiterate condoglianze del Presidente della Repubblica alle famiglie delle vittime risalgono a pochi giorni fa. Forse, quelle famiglie gradirebbero un po’ di condoglianze in meno e qualche informazione in più su come e perché sono morti i loro cari. E su chi li ha ammazzati.


Cambio mail

Il mio indirizzo e-mail è stato di recente cambiato dalla mia Università: l'indirizzo nuovo è il seguente: franco.cardini@sns.it Ringrazio tutti e vorrei pregare gli interessati d'inviare meno messaggi possibile e tutti più brevi possibili; per invii voluminosi, prego di usare il vacchio cartaceo, indirizzanto plichi e stampe a:

Franco Cardini, c/o c.p. 2358, Firenze Ferrovia, Staz. SMN, Via Alamanni, 50123 - Firenze. Grazie.




In libreria: Alle radici della cavalleria medievale

Una nuova edizione

Premesso che detesto far pubblicità a me stesso, vorrei informare gli interessati che l’Editore Il Mulino di Bologna ha or ora pubblicato una nuova edizione del mio Alle radici della cavalleria medievale, ripetutamente uscito nel 1981 per i tipi della Nuova Italia di Firenze, quindi pubblicato di nuovo nel 2004 con una Prefazione di Jean Flori e un excusrsus sulla storia della cavalleria nel medioevo proposto come Prologo dall’Autore, per la Rizzoli-Sansoni di Milano-Firenze. La nuova edizione mantiene inalterati testo e apparato di note rispetto al 1981-2004, a parte qualche correzione di refusi o inesattezze; mantiene altresì l’Introduzione di Jean Flori ma si arricchisce... Continua

 


In libreria: La scintilla (con Sergio Valzania)

Da Tripoli a Sarajevo. Come l'Italia provocò la prima guerra mondiale


Mentre l'Europa si prepara a celebrare i cento anni trascorsi dallo scoppio della prima guerra mondiale, Franco Cardini e Sergio Valzania ricostruiscono la catena di eventi che condusse alla tragedia, evidenziando il ruolo chiave svolto dalla guerra di Libia.
Spetta all'Italia l'avere «dato il la» alla finis Europae e al «tramonto dell'Occidente»? «Se è così» scrivono Cardini e Valzania «non vanno comunque dimenticati i molti e gravi problemi ai quali, nel '14, si cercò di rispondere con le armi: quello sociale anzitutto, insieme con quello rappresentato dallo sfruttamento colonialistico al quale la scienza positivistica porgeva l'alibi della superiore civiltà occidentale e del "fardello dell'Uomo Bianco", tanto simile al fagotto del ladro.».

In libreria: Quell'antica festa crudele

Guerra e cultura della guerra dal Medioevo alla Rivoluzione francese

Questo libro approfondisce il vasto tema della guerra non solo dal punto di vista dell’evoluzione tecnica e strategica ma anche e soprattutto da quello dell’ideologia e della mentalità: insomma della sua «cultura». Com’era, quale posto aveva nella vita delle società, come la vivevano gli uomini che la facevano e la subivano. Spaziando in un lunghissimo arco di tempo che va dall’Alto Medioevo alle soglie dell’età contemporanea, attraverso la lettura di una ricca e pittoresca galleria di testimonianze, letterarie e no, Cardini racconta di un mondo in cui la guerra era una presenza consueta eppure, in fondo, molto meno devastante di quanto saranno le guerre di un’epoca più «umanitaria» e pacifista qual è la nostra.

 


In libreria: Il Turco a Vienna

La capitale dell'impero, l'esercito cristiano contro l'esercito turco, due mesi di assedio, una splendida domenica di gloria.

«Cominciò così la grande battaglia attorno alle mura di Vienna. Era il 12, nel giorno di domenica benaugurante per i cristiani. Alle quattro del mattino, re Giovanni insieme con il figlio Jakub servì personalmente e con devozione la messa celebrata da frate Marco nella cappella camaldolese. Lo scontro si protrasse fino a sera per concludersi trionfalmente in Vienna liberata; all'alba del giorno dopo, sotto il ricco padiglione del gran visir conquistato dalle sue truppe che stavano saccheggiando il campo ottomano, Giovanni III poteva scrivere una trionfante lettera alla sua regale consorte. Terminava così, dopo due lunghi mesi, l'incubo dell'assedio alla prima città del Sacro Romano Impero e capitale della compagine territoriale ereditaria asburgica. Con esso, l'ultima Grande Paura provocata da un assalto ottomano a una Cristianità peraltro tutto meno che unita».