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Franco Cardini informa tutti gli interessati che da ora in poi il suo indirizzo e-mail è: fc40@outlook.it

 


Minima cardiniana, 58

Domenica 25 gennaio. Conversione di San Paolo

1. LE CHAGRIN, LA PITIE’, LE RIRE

L’onda lunga delle emozioni e delle apprensioni suscitate dai sanguinosi attentati del 7-9 gennaio scorsi a Parigi non accenna ancora a placarsi: e con essa le polemiche d’ogni genere, inaugurate dalle molteplici voci di dissenso al mantra politically correct “Je suis Charlie”.

Ciò m’induce a rievocare due casi che mi sono successi: l’uno molto remoto nel tempo, l’altro freschissimo.

Il primo è un Amarcord che mi rimanda a poco meno di mezzo secolo fa. Adolescente, militavo nell’Azione Cattolica e con gli amici del mio circolo parrocchiale (i “compagnucci della parrocchietta”, li chiamava Alberto Sordi in RAI) mi davo sovente a modeste gite di fine settimana le mète delle quali erano di solito i santuari toscani: dalla Verna alla Madonna di Montenero. La “frequentazione abituale del Sacro” provocava d’altronde in noi un fenomeno che antropologi e storici delle religioni ben conoscono, vale a dire una certa familiarità con esso che poteva occasionalmente sfociare in modeste e innocenti espressioni d’irriverenza. Trasgressioni pudiche e sorvegliatissime, nulla di neppur lontanamente paragonabile rispetto ad esempio alla satira dissacratoria e provocatrice di “Charlie Hebdo”. Di solito, erano barzellette di quelle che si raccontano gli studenti ginnasiali e che fanno ridere soltanto loro. Una volta, in casa di uno di noi, stravaccati in salotto, ce ne stavamo scambiando alcune accompagnate da fragorosi scoppi collettivi di risa. Era presente la madre del ragazzo che stava ospitandoci in casa sua: stava in un angolo, leggendo un libro, e di tanto in tanto ci trapassava con severe occhiate. Alla fine qualcuno di noi se ne accorse e, con educazione davvero di altri tempi, le chiese se per caso la nostra rumorosa allegria la stesse disturbando. Ricordo benissimo la reazione di quella signora severa: si tolse gli occhiali, socchiuse il suo libro e ci disse più o meno: “Voialtri signorini che siete ben vestiti e andate a scuola potete anche ridere della Madonna: ma ricordatevi che ci sono dei poveri per i quali la fede che voi state canzonando è l’unica ricchezza, e più che offendere Dio le vostre risate di gente ricca offendono loro, che non posseggono altro”. Quanti poveri musulmani che non si sognano neppure di far del male a nessuno sono stati offesi, nel corso di questi anni, dalla “libertà a trecentosessanta gradi” ch’era la bandiera di “Charlie Hebdo”? Quante volte la satira spregiudicata della gente ricca ha violato e umiliato l’unica ricchezza dei diseredati? Ma chi con leggerezza semina vento raccoglie spesso tempeste più impetuose di quanto non avrebbe mai potuto immaginare.

Il secondo caso capitatomi riguarda invece pochi giorni fa ed è relativo alla Giornata della Memoria che si celebrerà tra breve, il 27. Qualche giorno fa un mio vecchio allievo, oggi docente più o meno sessantenne in un liceo fiorentino, mi cerca inopinatamente al telefono invitandomi per un caffè. Ci troviamo dalle parti di Piazza della Repubblica e ci sediamo in uno dei non troppi locali storici fiorentini davvero confortevole (e carissimo). Dopo i soliti convenevoli, mi chiede consiglio (io gli do del tu, ma lui mi dà del Lei e mi chiama, cerimoniosamente, Professore). E’ in procinto di accompagnare i suoi ragazzi e altri della sua scuola in un “Viaggio della Memoria” alla volta di Auschwitz: e, prevedendo non solo visite e conferenze ma anche discussioni in treno e dopocena si è scrupolosamente preparato su tutto quel che riguarda la storia dell’antisemitismo, del sistema concentrazionario nazista e della Shoah. In passato, ha già vissuto quest’esperienza: ma quest’anno la cosa lo preoccupa: “Che cosa debbo fare, secondo Lei? – mi chiede seriamente preoccupato – Sa, i ragazzi son ragazzi: è un po’ difficile riuscire a tenerli sempre attenti, seri e compunti come l’occasione richiederebbe. A volte li ho colti, nei passati viaggi, mentre si raccontavano delle storielle più o meno buffe e più o meno spiritose a proposito dei campi, delle gasazioni, dei forni crematorii e così via. Non credo si tratti di antisemitismo, nemmeno inconscio: comunque, quando li ho colti li ho sempre rimproverati. Ci sono cose delle quali non si può, non si deve ridere”; “Lo sai che questo è l’argomento di fondo de Il Nome della Rosa di Umberto Eco, che anche tu come tanti altri hai fatto leggere ai tuoi ragazzi?”, gli chiedo; “Appunto, Professore – mi risponde -; e mi ricordo anche quel che dicevamo noialtri postsessantottini: una risata vi seppellirà e così via. Ma adesso che colla faccenda del Charlie Hebdo è tornato di moda il Vietato Vietare, mi dice Lei che cosa potrei rispondere a qualcuno di loro che mi obiettasse che quelle barzellette sono soltanto satira, e che far satira è libertà e combatterla è roba da jihadisti?”. Une très bonne question, direbbero nel paese di “Charlie Hebdo”. Alla quale si può forse tuttavia replicare consigliando di sottolineare aporie e contraddizioni di questa come di qualunque altra affermazione in apparenza perentoria. La libertaria direzione di “Charlie Hebdo” non esitò, qualche anno fa, a licenziare in tronco un giornalista il quale, satireggiando un aspetto della vita e del comportamento di Sarkozy, aveva prestato il fianco all’accusa di antisemitismo; d’altronde, il licenziato fece causa e la vinse. Il medesimo giornale, evidentemente paladino di “quasi” tutte le libertà, si fece altresì promotore di una raccolta popolare di firme per lo scioglimento del Front National, insensibile al fatto che ciò sarebbe equivalso a tappare la bocca a milioni di francesi. Tali contraddizioni dimostrano una volta di più che ogni società civilmente costituita ha i suoi inevitabili tabù: da noi si può anche prendere in giro la Madonna e magari offendere sia pure scherzosamente la madre di un interlocutore – i cattolici non sono al riguardo suscettibili come i musulmani, per quanto al riguardo qualcuno se ne lamenti (a cominciar dal papa, a quel che pare) - ma ad esempio la Resistenza e la Shoah sono intoccabili e, riguardo ad esse, qualunque tipo di humour è fuori luogo. D’altronde, resta vero che ogni società ha il Sacro che si merita: a noi occidentali, se ci toccano la Madonna pazienza, ma provino a toccarci i soldi o il petrolio e glielo facciamo vedere noi…

2. L’ISLAM AVANZA. CHE FARE?

L’Islam avanza in tutta Europa, si dice: ed è forse vero. Marine Le Pen, in TV, propone bel et bien di sbarrare la strada ai potenziali terroristi chiudendo le forntiere. E’ una parola: e poi, gli attentatori parigini erano cittadini francesi. E’ un inner enemy, l’Islam? O lo sta diventando? O è un mostro che ci aggredisce dal di fuori e dal di dentro?

Del resto, da molte parti ci vengono suggerite diagnosi e terapie che francamente non convincono granché. E’ stato calcolato che gli stranieri provenienti in Italia dai paesi musulmani sono stati nel 2014 ben 1.600.000, pari al 33% del totale degli stranieri. Continuando così, ci fa sapere il Centro Internazionale Antiterrorismo israeliano, nel 2030 gli immigrati musulmani in Italia saranno 3.000.000, grosso modo il 5% della popolazione o quasi. La statistica è una scienza bella e ingegnosa, ma della quale – ce lo ha insegnato Trilussa – non c’è da fidarsi alla cieca per due ragioni fondamentali. Primo: esiste sempre comunque quella cosa che Vilfredo Pareto definisce l’Imponderabile nella storia, e che impedisce di prevedere il futuro (nonché, per fortuna, tantomeno di ipotecarlo). Secondo, che forse vale anche per i calcoli relativi al rispettivo futuro demografico d’israeliani e palestinesi, che tanto preoccupa i primi da suggerire a molti di loro di procedere con molta cautela nelle prospettive di convivenza con i secondi: esiste una ferrea regola sociostorica secondo la quale incremento demografico e progresso economico e sociale sono inversamente proporzionali. In una parola, più la gente migliora il proprio tenore sociale e magari culturale e meno figli mette al mondo (perfino il papa richiama alla procreazione responsabile, citando i proverbiali conigli come esempio da non imitare). E allora, poniamo che una buona volta il sistema internazionale di poteri politici e lobbistici che ormai egemonizza il mondo e ne gestisce le ricchezze si decida a rendersi conto che, anche nell’interesse di lorsignori che lucrano sull’ingiustizia e sulla miseria, un po’ di sviluppo bilanciato e di redistribuzione della ricchezza farebbe bene a tutti. Se non vogliono favorirlo per spirito umanitario o per senso di giustizia, lo facciano per sano egoismo preventivo. Ad esempio, lasciate all’Africa un po’ di proprietà delle sue materie prime e consentite sul serio ai suoi popoli di costruirsi gli strumenti per accedere al loro sfruttamento: e vedrete che la gente che ora si affida ai battelli clandestini che a caro prezzo la trasportano a Lampedusa (quando va bene), e che pare siano un gran bel business per al-Qaeda e per l’IS che trafficano merce umana tra Siria, Egitto e Africa centrale - tra gli organizzatori di quella “tratta dei disperati” sembra esserci il jihadista e manovriere Abdel Raouf Qara - diminuirà drasticamente.

Poi ci sono i pazzi furiosi, o gli irresponsabili demagoghi pseudoesperti, i quali sostengono che l’Islam è un pericolo in quanto tale, sempre e comunque, tutto in blocco, jihadista o sedicente “moderato” che sia, e che le moschee sono sempre e comunque centri di aggregazione terroristica anche quando non sembra e anche quando i loro gestori non vogliono, che insomma siamo ormai in guerra aperta e senza quartiere e che l’unica arma di possibile difesa è la sistematica repressione per non dire la persecuzione alla faccia di tutti i diritti dell’uomo e di tutti i nostri princìpi di tolleranza.

Ora, chi avendo il potere di accedere ai media e d’influenzare pertanto l’opinione pubblica specie nei suoi strati più fragili e culturalmente sprovveduti si assume la responsabilità di avvelenarla fino a questo punto, deve quanto meno trovare il tristo coraggio di suggerire anche le terapie a suo avviso praticabili. Che facciamo, per impedire il dilagare della peste musulmana? Chiudiamo i confini, blindiamo gli aeroporti, coliamo sistematicamente a picco i natanti sul Canale di Sicilia, espelliamo tutti gli espellibili e proibiamo ai pochi superstiti qualunque tipo di apostolato e perfino di pratica religiosa? Quando si perseguita una fede religiosa perché la si vuole sradicare (come NON HANNO FATTO QUASI MAI quanto meno sistematicamente e continuativamente i musulmani, e come invece hanno MOLTO SPESSO fatto i cristiani, dal mondo romano del V secolo all’Europa continentale dei secoli VIII-XV alla Spagna della lotta contro moriscos e marranos al Nuovo Mondo, all’Europa delle “guerre di religione” cinque-seicentesche), la si perseguita con durezza: ma allora essa o scompare o si rafforza, come successe ai cristiani dei secoli I-IV (“il sangue dei martiri è seme di nuove conversioni”, scriveva Tertulliano). Decidiamoci: volgiamo sterminarli senza scrupoli oppure seminare persecuzione per raccogliere nuovi adepti del jihad?

Se viceversa vogliamo provar a ragionare, anche nella prospettiva che il proselitismo musulmano tra noi inevitabilmente cresca nei prossimi anni guadagnando adepti fra gli occidentali e portando in Occidente nuovi immigrati islamici, allora non c’è scelta: bisogna affiancare una ragionevole e rigorosa ma non pregiudizialmente repressiva sorveglianza al rispetto, al dialogo, alla conoscenza reciproca, alle misure che favoriscano l’integrazione, la convivenza, la reciproca comprensione. I tre poli di questa dinamica positiva non possono non essere l’incontro, la scuola, il lavoro: questi sono i naturali territori nei quali deve avvenire quello. Ci vogliono tempo, pazienza, comprensione, rispetto e interesse reciproco. Chi conosce un po’ della civiltà musulmana, se è persona di intelligenza e di cultura normali, non può non amarla: ma bisogna tener presente che oggi esistono molti, che pur si dicono e sono convinti di essere musulmani, che sono i primi a non conoscerla.

Ma tutto ciò non vale nulla senza una considerazione preliminare. Perché avanza l’Islam, anche tra noi, e non necessariamente soltanto negli strati subalterni o sottoproletari? Per le fedi religiose vale quel che vale anche per la politica: il vuoto non esiste; esso, appena si crea, viene subito riempito. Troppo presto e a torto, nel corso del XX secolo, il progressismo e il materialismo imperanti ci hanno trasmesso l’errata lezione della necessaria e inevitabile “eclisse del Sacro”: il bisogno del Divino, ci spiegavano, è radicato nell’ignoranza, nella miseria, nella paura, nel dolore; le Magnifiche Sorti e Progressive dell’Occidente stanno vanificando con gli strali della loro luce quelle tenebre oscure; presto l’umanità sarà liberata da quel che resta del fantasma di Dio.

Non è successo. Il Progresso e il Benessere (di alcuni) non sono riusciti a portar la felicità sulla terra, quella felicità alla ricerca della quale sostenevamo di aver diritto nella nostra civiltà assetata sempre e solo di diritti di ogni tipo. Al contrario, la concentrazione della ricchezza e la violenza della Modernità matura (che al colonialismo “classico” e allo schiavismo ha sostituito la tirannia del profitto e le crescenti ingiustizia e disuguaglianza sociale nel mondo) hanno prodotto stanchezza e disgusto per una società che magari si ostinava nel continuar a dichiararsi cristiana e affondava sempre più nell’ateismo e nel materialismo pratici ed essenziali. Abbiamo respinto e sconfitto l’ateismo del “socialismo scientifico” che, alla prova della realtà, si è rivelato un’inefficiente e plumbea tirannia; non siamo riusciti a respingere il materialismo pratico e l’ateismo asservito ai falsi dèi del profitto, del successo, del consumo, che hanno de facto cancellato la Cristianità per sostituirla con un miserabile postcristianesimo nel quale la fede è tollerata solo se “individuale” e “intima” (il che è un profondo non-senso: la fede è amore del prossimo, la fede si manifesta nelle opere). L’Islam non ha intaccato, nel suo dilagare, il cristianesimo ch’era già stato attaccato dal laicismo: ha invece a sua volta attaccato l’ateismo e le sue conseguenza, cioè il disorientamento, la sfiducia, il vuoto della disperazione. L’Islam ha riportato Dio al centro del mondo e della storia: e al di là dei suoi eccessi e perfino dei suoi errori ha in ciò costituito un modello e un esempio per la rinascita cristiana, per la vera riconquista cristiana. Questa è la sola plausibile crociata che un cristiano può oggi auspicare, emulando l’Islam nel dialogo e sfidandolo nella comune fede in un Dio onnipotente, misericordioso e compassionevole.


Efemeridi e spigolature, 8

E lo Yemen? In Yemen, la situazione è confusa al punto che gli statunitensi sembrano aver sospeso le operazioni che conducevano per mezzo di droni contro i “santuari” jihadisti, mentre Sana’a è in mano agli sciiti. Il presidente Obama, che è in procinto di partire per la capitale saudita, Riad, dove renderà omaggio al defunto sovrano insieme con il successore Salman bin Abdulaziz al-Saud, ha l’aria di voler organizzare un consiglio volante di guerra. Attenti a non nominare il nome del jihad invano. In tutta la penisola arabica il bandolo della matassa sta nella fitna tra gli emiri sunniti e le popolazioni a maggioranza sciita. Ma questa notizia non tira l’acqua a nessun mulino e pertanto i media la tacciono, o per ignoranza o per malafede.

E il Centroamerica? Ombre anche sull’assolata America latina. I dissidenti e gli esuli anticastristi (spesso criminali comuni riciclatisi in vittime della tirannia comunista) protestano con il presidente Obama, a loro dire troppo morbido con i castristi. Frattanto quella che ormai molti osservatori statunitensi chiamano “la nuova Cuba”, il Nicaragua sandinista di Daniel Ortega il quale come si ricorderà fu cacciato nel 1990 dai guerriglieri Contras armati dalla CIA e dalle conseguenze dell’embargo americano ma ha di nuovo vinto le elezioni nel 2007, sta architettando un “colpo grosso”: nientemeno che un canale che, partendo da quattro braccia sul Mar dei Caraibi alla latitudine compresa tra le Isole del Maiz e la frontiera con il Costarica, sfrutterebbe la preesistenza del Lago di Nicaragua e sfocerebbe nel Pacifico in un solo braccio a sud di Granada. Un asse acqueo da una cinquantina di miliardi di dollari, profondo 30 metri e largo 83 destinato a far concorrenza spietata al ben più modesto Canale di Panama. Se accade, è la fine del monopolio statunitense sul traffico acqueo tra i due oceani. L’opera, in cui sarebbero impegnati soprattutto i cinesi a fianco del Nicaragua ma dalla quale non sarebbero assenti nemmeno i russi, sarebbe suscettibile – commentano gli esperti col sussiego di chi ha scoperto l’acqua calda -, anche di un impiego militare. Un altro tassello nel complesso quadro geopolitico della guerra a bassa intensità attualmente in atto. Nemmeno a tanto bassa intensità, a questo punto.

Ma chi addestra i terroristi? Bella domanda. Sono in tanti, e per tanti motivi, ad addestrarli, finanziarli, armarli. Per esempio esiste un bel piano da 500 milioni di dollari per finanziare e addestrar , con l’aiuto di 400 consiglieri militari statunitensi, dei guerriglieri del cosiddetto “esercito siriano libero” tra Turchia, Giordania e Arabia saudita. Il pasticcio non è nuovo: anzi, ha l’aria di una pappa riscaldata. Al solito, gli Stati Uniti addestrano e sperano di utilizzare degli jihadisti come formazioni di guerriglia antiterroristica nella direzione che essi volta per volta vorrebbero; ma quei miliziani, una volta armati anche con la benedizione degli emiri della penisola arabica – “moderati” per definizione in quanto alleati e partners economico-commerciali dell’Occidente, anche quando tagliano le mani ai ladri -, si fanno le loro guerre nell’àmbito intricatissimo della fitna. Sembra un remaking di quando la casa bianca utilizzava i talibani afghani contro l’Armata Rossa e contro Massud, con quel che ne è seguito.


Minima cardiniana, 57

Domenica 18 gennaio. II Domenica del Tempo Ordinario. S. Margherita d'Ungheria. 101a giornata mondiale dei migranti e dei rifugiati

“…voi non appartenete a voi stessi. Infatti siete stati comprati a caro prezzo…”
(perché I cattolici ricordino con queste parole della Prima Lettera di Paolo ai Corinzi che secondo la loro fede nulla, nemmeno la nostra stessa vita, ci appartiene: ci è stata prestata e ne siamo responsabili. Da tener presente contro ogni tentazione di simpatizzare con tesi del tipo “Il corpo è mio e lo gestisco io” oppure “La mia libertà è illimitata e non deve tener conto di quella altrui”).

- UNA PROSPETTIVA DEL TUTTO CONDIVISIBILE (E PERTANTO IMMEDIATAMENTE SILENZIATA) A PROPOSITO DELLE STRAGI DI PARIGI -

LA STRATEGIA DEL CALIFFO – Un amico ha inviato il 14 gennaio scorso questa lettera a Corrado Augias per la sua rubrica su “Repubblica”:

“Gentile Augias, condivido in pieno l'orrore per le stragi di Parigi e la soddisfazione per la reazione dell'Europa. Ma perché si va protestando che gli islamisti "odiano le nostre libertà", "la nostra tolleranza", che noi siamo "liberté, égalité, fraternité" e che l'Europa è fondata su questi valori? Dovrebbe essere fondata su di essi; ma la fraternité ce la siamo scordata da tempo; dell'égalité si parla poco e solo di rado la si pratica. Men che mai le abbiamo praticate nel rapporto con asiatici e africani, musulmani e non. Verso di loro abbiamo applicato i nostri disvalori (che hanno sempre accompagnato i nostri valori, come faccia oscura di uno stesso pianeta): libertà di essere avidi, sopraffattori, sfruttatori, egoisti, cinici; libertà nel consumismo e nella mercificazione, che mettono in serio pericolo gli autentici valori spirituali dell'Islam e di altre culture (cominciando dalla nostra). No, non ci odiano perché siamo liberi; ci odiano perché presentiamo come libertà e progresso una realtà basata sull'ingiustizia e sull'amoralità. Rifondiamo l'Europa sui suoi valori autentici di giustizia, e allora sarà possibile l'incontro con altri popoli di tradizioni culturali millenarie. Già un secolo fa Conrad ha visto nel profondo dell'Europa un “cuore di tenebra”: solo prendendone coscienza e combattendolo potremo ridare all'idea di libertà il suo valore inestimabile”.

Parole nobilissime; prospettiva ineccepibile; proposta condivisibile. Non risulta che a tutt’oggi la lettera, pur firmata da uno studioso di fama, sia stata pubblicata. Intanto, però, le notizie che ci arrivano dalla Francia e dal mondo non sono confortanti.

Intanto, i cinque milioni di copie del nuovo “Charlie Hebdo” diffuse a tempo di record hanno avuto il loro immediato effetto, com’era ohimè fin troppo facile aspettarsi: indignazione in tutto il mondo musulmano per nuove vignette considerate offensive e blasfeme (certo, il diritto alla libertà d’espressione, ci mancherebbe: ma era davvero opportuno servirsene senza discrezione, provocatoriamente, gettando benzina sul fuoco?); assalti a chiese cattoliche nel Niger, con sette morti (truce ironia degli eventi: per molti musulmani Occidente e Cristianità fanno tutt’uno e si assaltano le chiese cattoliche in ritorsione per le vignette pubblicate da un giornale anticlericale); a Gaza imbrattato il centro di cultura francese; in Inguscezia migliaia di manifestanti per strada; il presidente afghano Ghani parla (e come dargli torto?) di “irresponsabili vignette sul Profeta”.

Più grave ancora la notizia secondo la quale un numero imprecisato di cittadini francesi di religione ebraica si appresterebbe a lasciare la propria patria “dove non si è più sicuri”, “dove si può morire solo perché si è ebrei”. E’ il contraccolpo dell’eccidio del 9 scorso nel supermarket kasher della Porte de Vincennes, ma forse anche – e soprattutto – dell’allocuzione dell’11 tenuta dal presidente Nethanhyahu nella Synagogue de la Victoire. “Israele è la vostra casa”. Invito alla Alyah, a un nuovo Esodo. In altri termini: cambiate patria. Il tutto detto esplicitamente da un capo di stato straniero in visita e in presenza del capo di stato del paese ospitante. Certo, “Bibi” non è mai stato un gentleman e Hollande è uno che gli schiaffi in faccia se li tira: ma l’episodio è stato obiettivamente inammissibile. Eppure si è verificato: e se in seguito a ciò dovesse sul serio verificarsi l’Esodo di anche solo qualche centinaio di ebrei francesi, il governo guidato da colui che è in gran parte responsabile dell’evento non esiterebbe senza dubbio a requisire nuove porzioni di quel territorio palestinese che ormai non esiste quasi più per insediarvi quei nuovi cittadini, quei correligionari, costretti a fuggire di nuovo dall’Europa come accadeva un’ottantina di anni fa. Né vale obiettare che oggi, in Francia come in tutto l’Occidente, gli ebrei sono sì minacciati: ma non lo sono di meno i cristiani, i musulmani e gli agnostici.

La cosa, già gravissima in sé, acquista toni sul serio inquietanti se la poniamo in rapporto con quanto è tornato a sottolineare al riguardo uno dei più seri, competenti ed equi osservatori delle cose vicinorientali, il politologo e islamologo Gilles Kepel, riprendendo un argomento da lui già affrontato nel suo libro Oltre il terrore e il martirio (Feltrinelli). La chiave di tutto sta in un appello-progetto elaborato anni fa, nel 2004, da un ingegnere siriano allora legato a Bin Laden e noto con il laqab di Abu Nussab al-Suri (appunto, “il Siriano”), che fece girare su internet un chilometrico documento dal titolo Appello alla resistenza islamica globale che quasi tutti da noi ignorarono e pochissimi presero sul serio giudicandolo probabilmente astratto e velleitario. Egli, criticando la strategia terroristica che aveva condotto all’11 settembre 2001, sosteneva che non erano gli Stati Uniti a dover essere attaccati bensì l’Europa, e al tempo stesso non già da gruppi di terroristi subordinati a un rigido comando centrale bensì da liberi appartenenti a una minoranza islamica radicale o disposta a lasciarsi educare in direzione estremistica ma lasciati poi liberi di affidarsi alla loro iniziativa tattica con il solo indirizzo strategico di compiere azioni tendenti a scatenare il Europa il pànico e la guerra civile indiscriminata sia tra i musulmani (appunto la fitna), sia tra musulmani e non musulmani. Tra gli obiettivi degli attentati al-Suri indicava gli ebrei, che però andavano colpiti fuori delle sinagoghe: appunto come avrebbe fatto Merah nel 2012 a Tolosa, Memmouche nel 2014 al Museo Ebraico di Bruxelles, Coulibaly il 9 gennaio 2015 alla Porte de Vincennes. Poi, bisognava colpire gli “apostati”, i musulmani in un modo o nell’altro troppo legati ai kuffar, agli “infedeli”: come il poliziotto francese musulmano Ahmet Merabet, ucciso il 7 da uno dei due fratelli Kaouchi. Infine, era necessario attentare a intellettuali e ad artisti esplicitamente impegnati contro l’Islam nel suo complesso, in modo da ostacolare qualunque forma di dialogo e approfondire il fossato tra “fedeli” e “infedeli” rendendo irreversibile l’aggravarsi di quello che secondo molti sarebbe lo “scontro di civiltà”.

Un’utopia rivoluzionaria: ecco la sostanza del pensiero strategico di al-Suri. Ma in che cosa consiste un’utopia rivoluzionaria? Esattamente nel mentire oggi programmando le cose in modo che, in futuro, la nostra menzogna si trasformi in realtà; quindi, nello specifico, sostenere la realtà e la necessità dello scontro fra musulmani e musulmani e fra musulmani e non, che non è né nella volontà né nelle realistiche aspettative della stragrande maggioranza dei circa tre miliardi e mezzo di persone che oggi al mondo sono cristiani, ebrei e musulmani, facendo in modo che esso inevitabilmente si verifichi. Secondo Kepel, una decina di anni fa la proposta di al-Suri fu scartata dai vertici di al-Qaeda, allora fedeli a un principio gerarchico “leninista” di prassi rivoluzionaria gerarchica e piramidale e timorosi che azioni di cellule isolate comportassero il rischio non solo dell’avventatezza, ma anche della rapida infiltrazione e quindi della distruzione. Ma oggi, osserva Kepel, “You Tube, Twitter e Face Book… consentono il cosiddetto fishing informatico negli enormi spazi di arruolamento creati dai socialnetwork…”; inoltre “la decomposizione delle rivoluzioni arabe offre al prezzo di un volo low-cost il facile accesso ai campi di addestramento jihadisti, dietro l’angolo dell’Europa. Istanbul, per esempio che grazie al flusso del turismo di massa si raggiunge con due lire senza visto, è oggi l’ingresso di quest’altro turismo jihadista, che porta i figli delle banlieue verso gli orrori dello stato islamico” (“La Repubblica”, 14.1.2015, p. 14). Attaccare l’Europa e gli ebrei d’Europa, per “costringerli” a emigrare in Israele e quindi, in conseguenza del loro forzoso insediamento entro già troppo ristretti confini, indurre il governo israeliano ad ampliare i confini della sua annessione de facto dei territori palestinesi necessari ai nuovi insediamenti; e con ciò spingere la crisi vicino-orientale, già grave, ai limiti dell’esplosione. E’ questo il piano del califfo al-Baghdadi? E’ questa la ragione perché egli sistematicamente e non certo casualmente esclude dai suoi attacchi (forsennati ma generici) contro “l’Occidente” e “gli ebrei” proprio gli Stati Uniti e Israele? Ed è questo il punto di congiunzione dove gli opposti ma convergenti progetti geopolitici dei servizi statunitensi, israeliani e califfali potrebbero incontrarsi, in un Armageddon che avesse come teatri contemporanei Europa e Vicino Oriente? Quod Deus avertat!

Per fortuna qualcosa si muove anche dall’altra parte, quella di chi lavora per la comprensione reciproca e la convivenza. Pian piano, incertamente, timidamente. Sempre su “La Repubblica” del 14, pp. 18-19, Vittorio Zucconi racconta la storia del diario di un ragazzo mauritano, Mohamedou, che ha passato dodici anni della sua vita prigioniero a Guantanamo. Era la matricola 760 di quell’infame Lager democratico che il presidente Obama ha l’onta di aver promesso da anni di far chiudere e di non esserci mai riuscito. Mohamedou ha confessato sotto tortura crimini mai commessi: del resto, non era difatti mai stato incriminato (solo imprigionato e torturato contro ogni possibile forma di legge e di legittimità). Il libro autobiografico che narra la sua allucinante esperienza sarà pubblicato in 20 paesi contemporaneamente: c’è da sperare che abbia nel mondo un effetto mediatico paragonabile a quello di Le mie prigioni di Silvio Pellico nell’Italia dell’Ottocento. E che incoraggi l’incerto presidente Obama a tener fede alla promessa già pronunziata molti anni fa e mai onorata finora: chiudere la vergogna del Lager di Guantanamo, risarcire onorevolmente i sequestrati e seviziati, chieder perdono a loro e alle loro famiglie. Una mossa del genere nuocerebbe al califfo più della scoperta di cento covi jihadisti in Europa e dell’arresto di mille terroristi.

- NOI E L’ISLAM. DOMANDE E RISPOSTE PER AFFRONTARE LA CRISI -

Accetto con moltissimo disagio (tante sono le cose da fare), ma anche con il solito incosciente e facinoroso piacere la sfida di un amico che, pensandola in modo diverso dal mio ma con sereno spirito critico, mi rivolge alcune domande su temi a suo avviso – e anche a mio – fondamentali al riguardo.

1. Ancora una volta il cuore della civiltà occidentale è colpito dal terrorismo islamico. Possiamo ragionarci su quanto vogliamo ma sta di fatto che se non tutti gli islamici sono terroristi oggi, ormai da molto tempo tutti i terroristi sono islamici.

Per la verità in tutto il mondo si stanno segnalando attentati terroristici gravi o leggeri di varia matrice: quindi l'affermazione è in sé inesatta. Se poi mettiamo in discussione la nozione ufficiale e ristretta di terrorismo, la cosa cambia del tutto aspetto. Colpire con aerei o con droni oppure bombardare per rappresaglia unilateralmente valutata e decisa obiettivi isolati o centri demici praticamente indifesi (salvo poi parlare delle vittime dicendo che "si facevano scudi umani" dei bambini: come si fa a farsi scudi umani quando si è vittime di un bombardamento?) è a sua volta terrorismo in senso proprio, in quanto azione violenta atta a spargere terrore.

2. La distinzione tra Islam moderato e Islam fondamentalista è un’invenzione occidentale: la verità è che i musulmani ci considerano infedeli e come tali nutrono nei nostri confronti un atteggiamento ostile. Non è un caso se nel corso della storia Cristianità e Islam tante volte sono venuti alle armi.

Cristianità e Islam, finchè c’è stata una Cristianità (vale a dire una società che anche sotto il profilo civile, giuridico, culturale si ispirava a principi cristiani come tali riconosciuti), e quindi Occidente moderno, quindi laico, e Islam, sono appunto "tante volte venuti alle armi" (sempre meno di quanto non abbiano fatto i cristiani e/o gli europei fra loro). Ma più spesso hanno allacciato rapporti economici, commerciali, diplomatici, culturali. Quanto alla distinzione tra "moderati" e "fondamentalisti", è vero: è occidentale e arbitraria (tanto è vero che l'Occidente mostra di considerare in pratica moderati anche gli emiri della penisola arabica, che religiosamente parlando tali non sono ma tali vengono dichiarati ad honorem in quanto alleati e partners economici). In realtà l'Islam è una realtà immensa, quasi un miliardo e mezzo di persone, che non conosce istituzioni religioso-giuridiche normative (cioè vere e proprie "Chiese") universalmente e concordemente tali considerate, ma che si organizza come un insieme di gruppi, sodalizi, scuole giuridiche, organizzazioni caritative, sètte mistico-religiose ecc.; esso non ha né un centro né un possibile profilo gerarchico al suo interno. Quindi, quando ci si rivolge ad esso, ogni gruppo va studiato come una realtà a se stante, più o meno come accade per le sette cristiane protestanti (salvo le grandi Chiese riformate).

3. E’ vero che anche il mondo occidentale ha conosciuto l’intolleranza religiosa e la sovrapposizione tra religione e autorità statale: ma noi da tempo siamo usciti dal medioevo e abbiamo separato politica e religione. L’Islam invece vive ancora sotto la legge coranica, e da questo medioevo non sembra avere alcuna intenzione di uscire.

Il medioevo è una dimensione della storia solo occidentale e per giunta convenzionalmente elaborata: non è una fase necessaria che la storia di tutte le società umane debba forzatamente attraversare. Esso è stato “inventato” da umanisti tre-quattrocenteschi convinti che si potesse tornare a quella che a loro avviso era la “perfezione” della civiltà romana , raggiunta nell'età augustea, e che a separare essa da loro ci fosse solo la palude di un “tempo-di-mezzo” impregnato di barbarie e di fanatismo. A rigore, “medioevo” non è nemmeno una definizione: è una non-definizione, se non un’antidefinizione. L’Occidente moderno, che lo ha inventato e ha al tempo stesso inventato se stesso, deve far attenzione a non ricaderci: ammesso (e assolutamente non concesso) che ciò, in termini propri, sia un vero problema storico. Le società musulmane sono strutturate in altro modo e non hanno mai scelto una distinzione netta e definitiva tra sfera religiosa e sfera civile e giuridica: il che, nella realtà storica e contrariamente a quel che noi pensiamo, ha però significato molto spesso, fino a tempi recentissimi, un prevalere della politica sulla religione. Il più grande sultano ottomano del Cinquecento, che noi conosciamo come Solimano “il Magnifico”, nel mondo musulmano è noto come 'al-Qanuni', il restauratore del Canone di Giustiniano (non della shar'ia).

4. Come minimo dovremo far valere la legge della reciprocità: perché consentiamo a tante moschee di essere costruite e operare nel nostro territorio, diventando spesso centrali dell’odio senza chiedere ai paesi islamici di farci costruire altrettante Chiese cattoliche?

Una condizione giuridica indefettibile, per consentir l’applicazione del principio della reciprocità, è che essa venga esercitata tra soggetti suscettibili di porsi su un piano e un livello di omogeneità: ad esempio due stati, o due imprese, o due soggetti che esercitino la stessa attività. E' ovvio che “Occidente” e "Islam" non sono due realtà omogenee né paragonabili, oltre a corrispondere entrambi a concetti largamente generici, all'interno dei quali si muove una molteplicità di valori, di istituzioni, di modi concreti di vivere e di pensare. Tra chi dovrebbe quindi esercitarsi tale omogeneità? Per esempio tra due stati? L'Italia, che è un paese laico per quanto abitato da una maggioranza di cittadini che si dicono o che vengono sociologicamente considerati cattolici, potrebbe ad esempio avviare una seria procedura istituzionale e diplomatica tesa a ottenere la reciprocità nell'apertura di luoghi di culto cattolico con ciascun paese musulmano. Ma con quale? Con l'Egitto, o la Giordania, o la Turchia, che hanno già comunità cristiane fiorenti e rispettate (anche se di questi tempi la sicurezza è purtroppo sempre pericolante)? O con l'Iraq e la Siria, dove tali comunità erano sicure prima che, per colpa degli occidentali, tutto si scompigliasse? O con gli emirati arabi, dove i cristiani sono pochissimi e i regimi emirali seguono la shar'ia ma sono alleati e partners commerciali e sicuri dei nostri governi i quali non hanno affatto voglia di crear problemi a tale armonia per motivi religiosi, né avrebbero - come governi appunto "laici" - il diritto di farlo? E se i nostri governi laici lo facessero, come la metteremmo con i cittadini non-credenti, o ebrei, o buddhisti, che magari potrebbero protestare per tale trattamento di riguardo accordato ai cristiani e che non li riguarda? E ancora, ammettendo che il nostro governo – facendosi indebitamente paladino della libertà della Chiesa – insistesse presso il re dell’Arabia saudita per l’apertura di chiese sul suo territorio, e ne ricevesse un rifiuto, dovrebbe per questo chiudere le moschee italiane impedendo di pregare anche a quei musulmani che non sono sudditi sauditi? Comunque lo si voglia affrontare, quest'argomento della “reciprocità” è giuridicamente, diplomaticamente e politicamente impraticabile. A livello morale, poi, è addirittura spregevole: se noi occidentali siamo sicuri dei nostri fondamenti etici che poggiano sulla tolleranza di lockiana e voltairiana memoria, non possiamo certo deflettere dai nostri convincimenti con l'alibi che gli altri non seguono i nostri princìpi. Io, come occidentale che crede fermamente nella tolleranza, mi rifiuto di obbedire a un emiro: come invece farei di fatto praticamente, se venissi meno ad essa con l'alibi che egli non intende accedervi e mi adeguassi quindi a lui.

5. C’è poco da fare, siamo in guerra. Dall’11 settembre a oggi, da New York a Parigi, le organizzazioni terroristiche, che siano Al Qaeda o Isis, fanno viaggiare il loro fanatismo sulla canna dei kalashnikov. Possiamo continuare a contrapporre a questa violenza una patetica idea di dialogo?

C'è poco da fare, siamo in guerra. Lo siamo forse dal 1918, quando le potenze vittoriose della prima guerra mondiale ingannarono il mondo arabo, al quale avevano promesso unità e libertà in un regime che si sarebbe rapidamente occidentalizzato, quello dello sceriffo della Mecca Hussein che aveva sollevato gli arabi contro il sultano di Istanbul (nonostante egli fosse anche califfo) e che era un sincero liberale e ammiratore soprattutto di Sua Maestà Britannica: inglesi e francesi gli avevano promesso una 'Grande Arabia Libera' e invece si spartirono il mondo arabo sottomettendolo al regime dei mandati. Certo, siamo in guerra: da quando con l'alibi della cattura di Bin Laden senza prove autentiche delle sue responsabilità nei fatti dell'11 settembre gli USA e i loro complici hanno aggredito nel 2001 l'Afghanistan (allora governato da quei talibani che gli statunitensi stessi avevano introdotto in Afghanistan dall'Arabia saudita e dallo Yemen ai tempi della guerra contro l'occupazione sovietica), e da quando nel 2003 hanno aggredito l'Iraq di Saddam Hussein sventolando la balla delle “armi segrete di distruzione di massa”, che ora stanno di nuovo montando contro la Siria. Siamo in guerra da quando nel 2011 francesi e britannici hanno sostenuto, finanziato e armato gli oppositori di Gheddafi in Libia e di Assad in Siria pur sapendo bene che tra loro c'erano gruppi fondamentalisti (e ora Hollande ha la faccia di bronzo di sventolare il “pericolo fondamentalista”, che egli ha contribuito ad accrescere). Siamo in guerra da quando le lobbies multinazionali in combutta con i governi occidentali e le classi dirigenti corrotte locali hanno cominciato a spogliare l'Africa di tutte le sue ricchezze provocando la disperata reazione di persone che hanno finito per accedere ai ranghi di organizzazioni fanatiche come il Boko Haram. Solo che, in tutti questi fatti, mi sfugge qualcosa che la domanda ha affermato: quale sarebbe la “patetica idea di dialogo” che l'Occidente starebbe portando avanti? Quella delle aggressioni militari o quella delle spoliazioni messe in atto dalle multinazionali?

6. Consentire a milioni di immigrati di entrare sul nostro territorio vuol dire far passare di fronte ai nostri occhi il cavallo di Troia del fanatismo islamico: la nostra cultura democratica e cristiana ci impedisce di chiudere le frontiere di fronte ai perseguitati politici e agli affamati; ma dovremmo ridurre drasticamente il numero di chi viene accolto e controllare ogni persona che arriva da un paese islamico accertandoci del suo atteggiamento verso le nostre società.

Temo che, nel consigliarci l’accoglienza, la nostra cultura democratica e cristiana c'entri poco. C'entra, invece, il fatto che finché servono come manodopera a buon mercato, magari al nero, quegli immigranti sono ben accetti. E c'entra quello che il sistema di spoliazione sistematica delle risorse soprattutto del continente africano, messo in atto dalle nostre lobbies con l'appoggio dei governi sia nostri sia locali (questi ultimi da esse del resto messi in piedi, appoggiati e foraggiati), ha da tempo ridotto il continente africano alla miseria e alla disperazione, come ben sanno i nostri missionari e i nostri operatori umanitari. Stiamo proseguendo sulla via dello “scambio asimmetrico”, già inaugurato del nascente colonialismo nel XVI secolo: non importiamo da loro manodopera e materie prime al prezzo che stabiliamo noi, esportiamo alla loro volta prodotti finiti e “valori immateriali”, come la Libertà e i Diritti Umani, sempre al prezzo che stabiliamo noi. E, con questa premessa, poi ci meravigliamo della “guerra asimmetrica”? Ma siamo sicuri di lasciar davvero loro altra scelta, se non l'alternativa tra affogare nel Canale di Sicilia o prendere le armi?.

7. A chi obietta che molti terroristi sono cittadini europei perché figli di immigrati nati in Europa la risposta sta in una forte stretta sulla sicurezza: sappiamo dove i ragazzi islamici si incontrano, che siano moschee o quartieri interi, e dove nascono i centri di indottrinamento alla violenza. Dobbiamo rafforzare i controlli di polizia e la presenza militare in quei territori. I buoni musulmani non avranno nulla da temere.

Bene: ammettiamo pure di conoscere davvero i centri di reclutamento dei terroristi e di addestramento alla violenza: allora il gioco è fatto. Basta chiuderli ed arrestarne i responsabili. Ma se abbiamo solo indizi e sospetti, allora la “stretta di sicurezza” è necessaria, ma insufficiente. Da sola, la “stretta di sicurezza”, a parte i costi e le difficoltà organizzative e pratiche (siamo davvero sicuri di conoscerli, i centri ‘dove nascono i centri di indottrinamento e di violenza’? siamo certi che le moschee siano tutte e sempre tali? Ne abbiamo le prove? Se fossimo nei loro panni, accetteremmo pacificamente di venir sorvegliati durante le nostre attività religiose e culturali sulla base di un pregiudizio, salvi i casi di illegalità comprovate?) contribuirebbe a creare nuove ostilità e si risolverebbe in un potente aiuto alla propaganda terroristica, vale a dire che conseguirebbe esattamente gli effetti contrari rispetto a quelli che vogliamo. Per evitare ciò, bisogna accompagnare la “stretta di sicurezza” a un’organica e capillare politica dell’accoglienza: e qui in primo piano entrano le scuole, i sodalizi culturali e assistenziali a tutti i livelli, le iniziative che creino occasioni d’incontro e di scambio. C’è un modo sicuro per odiare la cultura dell’Altro: ignorarla e ritenerla quindi pregiudizialmente inferiore o pericolosa. E c’è un modo sicuro per amarla e ammirarla: imparare a conoscerla. Io non sono né un arabista né un islamista, ma ho qualche esperienza orientalista sul piano storico-antropologico: in quanto cattolico, non ho mai amato tanto la tradizione cattolica come ho fatto da quando ho imparato ad apprezzare quello che ad esempio la teologia musulmana dice, scrive e pensa sulla Vergine Maria.

8. Oltre alle misure di sicurezza dobbiamo rilanciare con forza la nostra identità europea, fondata sulle nostre tradizioni, sulla nostra civiltà greco-romana, sulle radici cristiane della nostra libertà. Solo attraverso una rinnovata fiducia in noi stessi potremo farci rispettare anche dagli altri.

Certo: ma bisogna agire con la ferma consapevolezza che non v’è identità che non sia imperfetta e dotata di una sua dinamica interna, che non v’è tradizione che non debba qualcosa nella sua genesi alle tradizioni altrui. Le nostre radici sono ellenistico-romane (le definirei così piuttosto che propriamente greco-romane, poiché la cultura ellenica entrata in Roma fra IV e II sec. a. C. era già fortemente passata attraverso la sintesi ellenistica da essa attingendo a molteplici valori culturali “orientali” (cioè soprattutto egizi, caldei, siromesopotamici, persiani). Poi, con il cristianesimo, giunsero gli influssi ebraici, neoplatonici, gnostici. Poi ecco il contributo dei popoli “barbari”: gli illirici, i celti, i galli, i germani, gli arabo-musulmani. La coscienza della relatività delle differenze e dell’abbondanza delle analogie e delle somiglianze tra la nostra cultura e quelle altrui non potrà che accrescere il senso di vicinanza e facilitare dialogo e convivenza.

- ISLAM E TERRORISMO. UN NUOVO ROMANZO E UN “VECCHIO (ATTUALISSIMO) SCRITTO

Si può dire a pochi giorni dalla sua edizione nell’originale francese l’ultimo libro di Michel Houellebecq, il romanzo Soumission (pubblicato da Flammarion) – un caratteristico esempio di “successo annunziato” -, ha già una versione italiana (Sottomisione, pubblicato da Bompiani). E’ un caso di “triste fortuna”: dal momento che esso parla di una Francia futuribile nella quale trionfa in libere elezioni un candidato musulmano “moderato” che in modo soft, con le armi di una corruzione strisciante e sorniona, riesce ad assoggettare il paese a un regime che poco a poco ne assopisce la vitalità e le capacità immergendole nel bagno tiepido di una società nella quale prevalgono l’agricoltura, l’artigianato, le piccole imprese, la moralità comunitaria e familiare eccetera; insomma, una Francia egemonizzata da un’ideologia religiosa che la riduce all’antimodernità e che per questo piace anche a molti cattolici, magari tradizionalisti. Insomma, alla fine la Francia cade vittima di una sorta di congiura islamo-cattolica scopo della quale è la restaurazione di un regime di vita patriarcale.

Michel Houellebecq è una strana figura di uomo e d’intellettuale votato alla marginalità, incurante del suo aspetto (è noto che per incuria si lasci cadere i denti), i libri del quale – e i loro personaggi - sono perennemente sospesi fra erotismo e frustrazione. Negli ultimi anni, era riuscito tuttavia a farsi una fama cavalcando l’islamofobia su corse simili a quelle della signora Bat Ye’or, una britanno-egiziana nota per aver immaginato una futura Europa divenuta “Eurabia”, che abbia abdicato alle sue radici cristiane (come se non lo avesse già fatto da tempo…) e che è caduta preda del missionarismo musulmano.

Su “Le Monde”, e quindi sul “Corriere”, Emmanuel Carrère pone Soumission sulla stessa linea di 1984 di Orwell e di Il migliore dei mondi di Huxley: una linea “profetica” stando alla quale, nel 2022, la Francia diverrebbe uno stato musulmano.

La “triste fortuna” consiste nel fatto che questa “visione-profezia” è contenuta in un libro uscito si può dire contemporaneamente alle stragi parigine del 7-9 scorso: e si può prevedere che ciò lo condurrà a un picco inaspettabile e inatteso di vendite, come il nuovo “Charlie Hebdo” che non arrivava alla ventina di migliaia di copie e che, nel giorno della sua resurrezione dopo l’attentato, ne ha vendute tre milioni e quindi altri due in tutto il mondo. Vero è, e va detto, che Houellebecq ha rinunziato a qualunque forma di pubblicità diretta: ma la forza delle cose procede per conto proprio, e il libro diventerà, al pari di quel che accadde dopo l’11 settembre per La rabbia e l’orgoglio di Oriana Fallaci, se non una lettura quanto meno un oggetto d’acquisto e di ostentazione per tutti gli islamofobi che temono la futura “Eurabia”.

E, dal momento che già molti vanno di nuovo ripetendo che “Oriana aveva ragione”, stimo non sia male seguire il consiglio di un caro, fedele e vecchio amico, Luigi de Anna, che divide ormai il suo tempo tra la Finlandia e il sudest asiatico e cha a mo’ di promemoria m’invia uno scritto – che peraltro già ben conoscevo: ma che mi ha fatto piacere rileggere per constatarne l’impressionante lungimiranza – uscito quasi tre lustri fa dal cuore di un altro amico carissimo, purtroppo prematuramente scomparso. Ve lo propongo così come me lo ha mandato Luigi, rispettando i suoi grassetti e la sua preziosa meditazione conclusiva.

“Leggere questo scritto richiede circa 20 minuti. Continua...


Minima cardiniana, 56

Domenica 11 gennaio. Battesimo di Nostro Signore Gesù Cristo

…MAIS JE NE SUIS PAS CHARLIE…

Credo che almeno una volta nella vita di ciascuno di noi sia accaduto di sentirsi coinvolgere e quasi trascinare dal caleidoscopio misterioso e inquietante delle coincidenze e delle sincronicità: e di essersi chiesto se tutto ciò non rappresenti un messaggio, un presagio. A me è accaduto proprio nella prima settimana di quest’anno: un breve periodo che avevo da tempo deciso di consacrare a un viaggio che mi avrebbe portato ancora una volta, dopo alcuni anni, in un paese che conosco abbastanza e che amo: la Giordania. Avrei voluto rivisitare con calma   soprattutto le sue memorie crociate, oggetto di studi che ho negli ultimi tempi un po’ lasciato da parte, mai però abbandonati: i castelli crociati di Kerak (il “Kerak di Moab”, la Petra Deserti), di Shauwbak (il “Kerak di Montréal”) e soprattutto quello di al-Wouhaira sito non lontano dalla splendida “città morta” di Petra e lungamente studiato con entusiasmo da un’équipe di archeologi medievisti dell’Università di Firenze guidata dall’amico e collega Guido Vannini. Quel loro generoso lavoro mi è particolarmente caro in quanto, una trentina di anni or sono, anch’io partecipai insieme con Vannini ad avviarlo. Continua...


Minima cardiniana, 55

Domenica 4 gennaio. II Domenica dopo Natale

- 2015. BILANCIO PREVENTIVO –

I bilanci preventivi sono scomodi, pericolosi, spesso fallaci, quasi sempre compromettenti, di solito inutili. Ma sono necessari. Bisogna pur diagnosticare, programmare, progettare. Sarà forse migliore il 2015 del 2014? Come diceva il venditore di almanacchi di leopardiana memoria, "di più, molto di più, lustrissimo". Quanto meno, è lecito sperarlo.

Ciò premesso, i problemi sono molti; ed auspici e premesse sono quello che sono.

Cominciamo per l’Italia. Quello che adesso inizia sarà probabilmente l’anno-chiave di Matteo Renzi, che ha incassato il plauso quasi incondizionato di Confindustria e si trova davanti un’opposizione divisa; un ex leader di centrodestra che vede in lui l’erede se non addirittura il delfino ed è pronto a lasciargli per legato testamentario quel che resta del suo partito che dopo di lui si scioglierà come neve al sole; un’organizzazione sindacale divisa, screditata e impotente; una compagine di destra disorientata, grossolana e ridicola; una compagine di sinistra costretta a restar legata al suo carro e condannata a scomparire. Il copione è vecchio quanto l’Italia unita: gli italiani che nei momenti decisivi della vita politica del paese “serrano al centro” e corrono in aiuto al vincitore; rieccoci al trasformismo, che insieme con la deficienza di senso civico è il vero spirito politico del Bel Paese. Per decenni l’Italia è stata egemonizzata da una sinistra che al momento della prova si è sciolta come neve al sole. Ora, con una maggioranza del PD che marcia compatta verso la costruzione di un grande partito centrista, quel che resta della “gioiosa macchina da guerra” ha una sola prospettiva, se non vuole scomparire: provocare la scissione. Renzi sta facendo l’impossibile per costringercela, ma va da sé che egli non vuole prendersene la responsabilità: non sarà mai lui a cacciare i Fassina e i Civati con quel che segue, saranno loro che dovranno accollarsi il peso della responsabilità della crisi che porterà finalmente il presidente del consiglio a mettere in atto la fase finale del suo piano: elezioni anticipate, razzìa di voti, nuovo governo finalmente libero da opposizioni con una destra svuotata e fagocitata (a parte qualche “frangia lunatica” contesa fra Grillo e Salvini), sinistra scomparsa, strada libera verso un Brillante Avvenire liberista e atlantista, piena vittoria del principio della “flessibilità” e quindi subordinazione del mercato del lavoro all’imprenditoria nonché cancellazione di quel che rimane del welfare state. Se l’Italia “ripartirà”, a marciare di nuovo sarà un paese caratterizzato da un’ulteriore concentrazione della ricchezza, da un ceto medio impoverito e in via di sparizione, da un allargamento del processo di proletarizzazione. Ma il punto è che il paese resterà quel che è adesso, anzi che la crisi si aggraverà: ulteriore frana del senso civico, prosecuzione della crisi nei tre settori-chiave della sanità, dell’istruzione e dei trasporti e comunicazioni (a proposito di quest’ultimo argomento, basti un’occhiata alla crisi dei trasporti ferroviari: potenziamento delle linee di “alta velocità” costose e privilegiate, crollo dei trasporti locali, disagi ulteriori di pendolari e di studenti). In politica estera, permanente allineamento sulle posizioni di una NATO che l’incertezza dell’egemonia statunitense rende ancor più pericolosa e dispendiosa.

Ammettiamo però che Renzi non ce la faccia a provocare le elezioni anticipate che egli desidera e di cui ha bisogno per quanto non possa dichiararlo e che tutti gli altri più o meno temono (eccetto gli sbandati della destra, che sperano di guadagnare qualcosa cavalcando il disorientamento e il pregiudizio). In questo caso la marcia verso il Brillante Avvenire procederà ugualmente, ma più lenta e indecisa, attraversata da contraddizioni e da colpi di scena: il càrisma di Renzi perderà progressivamente smalto e si arriverà alle elezioni del 2018 in una situazione nella quale tutto sarà possibile, compreso il riemergere di una sinistra liberata dal pateracchio trasformista sulla base del quale si è impiantata l’egemonia del PD.

Tertium datur? Certo, come sempre. Difficilmente nascerà in Italia qualcosa in grado, nei tempi brevi e forse medi, di far sul serio concorrenza all’attuale presidente del consiglio. Ma nella storia esiste sempre quello che Vilfredo Pareto chiamava l’Imponderabile, i maghi di Faraone dinanzi ai prodigi di Mosé denominavano “il dito di Dio” e la gente comune definisce “il caso” o “la Provvidenza”. Quando meno ci si aspetta che succeda, succede: la calata degli Unni, lo scoppio dell’epidemia, l’11 settembre del 2001, un Venerdì Nero in Borsa, l’eruzione del Vesuvio. E allora tutto viene rimesso in gioco. D’altro canto, diciamo la verità: sarà un falso allarme, ma la coincidenza nei giorni scorsi della “scoperta” di una cellula terroristica di estrema destra e degli attentati “di matrice anarchica” sa tanto di voglia di ritorno alla “strategia della tensione”: ed è un tipo di déjà vu che non può piacerci, anche perché sappiamo bene che, tra i due “opposti estremismi”, il centro gode. Che qualcuno, nei servizi, abbia deciso di tentare una scorciatoia? E verso che cosa?

Non è comunque, presumibilmente, dall’Italia e dalla politica interna che ci si deve aspettare un cambiamento che forse non verrà, bensì semmai dalla politica estera rispetto alla quale – non disponendo di sovranità politica né diplomatica – siamo assenti come soggetti decisionali, ma purtroppo fin troppo presenti (e coinvolti) come oggetti di scelte o di eventi che da noi non dipendono. Sarà il progresso egemonico del BRIC (Brasile, Russia, India, Cina) sul mondo finanziario, economico e anche politico; sarà il probabile costituirsi o affermarsi di nuove alleanze internazionali; sarà il fatale “tramonto dell’Occidente” (non dell’Occidente europeo preconizzato un secolo fa da Spengler, ma dell’Occidente atlantista orfano dell’egemonia statunitense); saranno le vicende del Vicino e Medio Oriente, dell’Africa, dell’America latina; sarà molto probabilmente il contraccolpo della “nuovo riforma cattolica” avviata da papa Francesco e che storicamente fa seguito a quelle dell’XI e del XVI secolo; sarà la stanchezza delle masse sfruttate del mondo intero, sempre più consapevoli di un equilibrio mondiale retto da una spaventosa sperequazione economica e della necessità di una generale ridistribuzione della ricchezza (e animate, come direbbe in termini evangelici il Santo Padre, da “fame e sete di giustizia”): saranno queste forze a cambiare il pianeta e quindi anche l’Italia. Come, attraverso quali fasi, in quanto tempo e a quali costi (molto probabilmente purtroppo non solo morali o culturali o anche socioeconomici), è ancora impossibile il prevederlo.

E allora formulo una promessa-proposta, che è quasi una sfida. A Dio piacendo, rileggiamoci qui, in questa stessa sede, fra un anno. Vedremo insieme se e in che misura avevo azzeccato qualcosa, se e in che misura avevo sbagliato oppure equivocato, se e in che misura i giochi saranno ancora tutti da fare o, magari, il quadro di riferimento si sarà ulteriormente complicato. Come appunto ama dire il presidente Renzi, “ci metto la faccia”.


Efemeridi e spigolature, 7

La volgarità del populismo – Nella politica italiana, si è sempre alla vigilia delle elezioni: e quasi non c’è parola dei nostri politici che non sia esplicita o implicita propaganda elettorale. Il che è del resto del tutto normale visto che il nostro ceto politico vive tutto di speranza di essere eletto e di paura di non venir confermato. Prendete le “necessarie riforme”: prima fra tutte quella elettorale. A chi servono da noi le riforme, se non a consolidare e perpetuare un’egemonia? Quelle proposte e sostenute dal premier Renzi sono tutte subordinate a una sua ipotesi (a mio avviso giusta): che cioè il suo potere non sarà mai sicuro se e finché egli, che governa senza aver mai ricevuto un mandato elettorale, non avrà stravinto una competizione elettorale. Per questo gli servirebbero due cose: che la minoranza del PD si facesse saltare i nervi e procedesse alla scissione che egli ardentemente auspica ma che non può né confessare né auspicare. Se egli riuscirà a obbligare la sinistra ad assumersi la colpa della scissione sollevandolo da tale responsabilità politica, con gli scissionisti se ne andrà la “zavorra” di sinistra lasciando lui libero di trasformare il PD in una grande forza di centro grazie all’apporto degli ex berlusconiani che, nella loro maggioranza, non aspettano altro. Per questo Berlusconi dovrà andarsene: ed è quello che forse aspetta, in quanto ha già scelto Renzi come suo naturale erede politico (quanti berlusconiani riusciranno poi a salvarsi e a sopravvivere politicamente a quello tzunami, è un altro discorso). Ma lo tiene sulla corda con il ricatto dell’accordo sulla scelta del nuovo presidente della repubblica: o Renzi accetta di farlo partecipare a tale scelta, o non arriva alla riforma elettorale necessaria a legittimare e consolidare la sua leadership alla testa di una nuova DC, quella che gli italiani si meritano per il secondo (o il terzo) decennio del XXI secolo.

Qualcuno dice che Renzi sia l’ultima spiaggia: se fallisce lui, è il caos. Certo, la sua vittoria sarà la pietra tombale su qualunque politica di sinistra: sarà il trionfo dell’iperliberismo, dell’occidentalismo, dell’evoluzione in senso sempre più strettamente oligarchico della “democrazia”, della progressiva demobilitazione dell’opinione pubblica, del regime sostenuto dalle tecniche mediatiche di consenso. Che poi questa strada sia o meno in linea con il futuro sviluppo del mondo, o non conduca invece verso un’implosione di quel che fino ad oggi siamo stati abituati a considerare la leadership “occidentale”, sarà la storia a dircelo.

Certo, a giudicare da quelle che oggi sono le forze in presenza, viene da convenire che a parte Renzi siamo circondati dalla palude dalla quale emerge ogni tanto qualche residuo, qualche Grande Vecchio (Rodotà, Violante, Prodi), mentre i nuovi o seminuovi leaders, da Grillo a certi “astri” (?!) nascenti degli schieramenti populisti e xenofobi, farebbero ridere se non ci fosse da piangere per ignoranza e grossolanità. Il guaio è che essi sono uno specchio di che cosa (e come) pensa una parte dell’opinione pubblica del Bel Paese.

Il punto più basso al quale siamo per ora arrivati, il livello del fondo che abbiamo per ora toccato nel nostro ceto politico e parlamentare, è stato per ora il dibattito al senato del giorno 16 stesso: a Matteo Renzi, che stava parlando della strage in Pakistan, alcuni scalmanati del M5S che i loro elettori hanno il torto e la vergogna di aver portato a posare le chiappe sugli scranni di palazzo madama hanno gridato “Ma pensa ai bambini italiani!”. Indignata, e giustificata, e nobilissima, l’indignazione del premier: “Ma come potete davanti a una strage simile? Abbiate rispetto almeno per i bambini! Ma come si fa?”. Renzi ha fatto una splendida figura e si è guadagnato gratuitamente, e a buon diritto, simpatìa e rispetto da parte di un sacco di persone per bene molte delle quali, magari, in generale non lo approvano. Sugli energumeni che lo hanno interrotto, solo una domanda: possibile che non vi siano strumenti per espellerli ipso facto, per indegnità, dal consesso senatoriale? Possibile che il presidente Napolitano abbia taciuto dinanzi a questo sconcio ributtante?

Stati Uniti e Cuba: prospettive e retroscena di un disgelo – Giustamente Raoul Castro, nella sua allocuzione televisiva ai cubani, ha espresso “riconoscimento” nei confronti di Obama e gratitudine in quelli di Bergoglio. Il papa venuto dall’America latina sa bene con quanta violenza e quanta durezza gli Stati Uniti abbiano perseguito, negli ultimi due secoli circa, il programma di egemonia continentale enunziato dal presidente Monroe nel 1823. Che la Cuba socialista sia sopravvissuta per oltre mezzo secolo alla pressione statunitense, nonostante gli stenti e la ristrettezza che un embargo durissimo, unilaterale e illegittimo sotto il profilo del diritto internazionale le imponevano, non è affatto una prova del “fallimento del comunismo”, come blatera gran parte della nostra stampa: è, al contrario, una prova dell’eroismo del popolo cubano e del consenso che – nonostante il regime di repressione e in qualche momento di terrore che il castrismo ha senza dubbio instaurato – esso ha nella sua maggioranza accordato a Fidel e a coloro che ne stanno continuando l’opera adesso che le sue condizioni di salute non gli consentono più di portarne il peso. Non dobbiamo certo dimenticare gli orrori, la giustizia sommaria, le torture, la lotta contro la Chiesa cattolica, la repressione politica. Tutto ciò fa parte del castrismo, come ne fa parte il fenomeno – ben noto a molti turisti, che ci andavano apposta sfruttando il bisogno e la miseria – della prostituzione in cambio di qualche soldo in valuta o di qualche agognato bene di consumo. Ma chi giudicava il regime comunista cubano solo alla luce di questo dimenticava la straordinaria dignità, la fierezza di un popolo che ha saputo liberarsi da una dittatura militare infame e bestiale che davvero aveva ridotto La Habana al rango di grande bordello e di grande bisca per i viziosi americani e di ogni altro continente, che ha saputo resistere al gigante statunitense battendolo e umiliandolo alla Baia dei Porci e che ha creato una società nella quale istruzione scolastica e universitaria e assistenza medica erano e restano ai primissimi posti rispetto al resto del mondo.

Ora, il gioco passa agli Stati Uniti. I repubblicani faranno di tutto, in sede parlamentare, per eliminare o ridimensionare e procrastinare i risultati dell’apertura dimostrata da Obama: chiederanno garanzie, anzitutto quella di un “ritorno del popolo cubano alla libertà”. Che non sarà tanto la progressiva introduzione di un sistema pluripartitico, la liberalizzazione dell’accesso a internet e via discorrendo, quanto un ritorno quanto meno parziale nell’isola di buona parte dei gangsters travestiti da perseguitati e da rifugiati politici che ormai da decenni (insieme, e non va dimenticato, con perseguitati e rifugiati autentici) popolano al Florida in fervida attesa che, nel quadro di una futura macdonaldizzazione del paese, si permetta alle città cubane di riaprire bische e bordelli. A scapito magari di molte scuole, di molte università, di molte cliniche mediche le quali magari verranno chiuse in quanto “troppo dispendiose” e “poco remunerative”.

Intanto - nella lieta speranza (non oso dire consapevolezza) che il ”disgelo” del somos todos americanos permetta di alleviare le dure condizioni socioeconomiche nelle quali i cubani sono stati fino ad oggi costretti a vivere per colpa della prepotenza statunitense -, almeno due domande vanno poste nell’immediato a chi con tanto ottimismo ha salutato il passo di Obama, sulla cui personale buona fede non ho motivo di dubitare.

Primo: che ne sarà, nel nuovo clima di distensione, della vergogna del carcere di Guantanamo? Non sarebbe nell’interesse della dignità del popolo cubano che sta tornando ai fasti della democrazia il liberarlo dalla vergogna di ospitare sulla sua isola (sia pure in un regime di extraterritorialità) quella sentina di detenzione illegale e di tortura che offende e umilia il genere umano? Oppure il perpetuare dell’infamia sarà parte del “pacchetto” di rospi da inghiottire che il governo di Washington, condizionato dai fieri anticomunisti che siedono in Senato e nel Congresso, proporrà a Raoul Castro?

Secondo: siamo sicuri che la “caduta del muro” tra Stati Uniti e Cuba, o comunque l’inizio di essa, coincida con la fine degli ultimi residui della guerra fredda? E se fosse invece parte di una nuova politica degli Stati Uniti che, preoccupati al contrario dello sviluppo della “nuova guerra fredda” nei confronti della Russia di Putin, vogliono impedire ai russi e ai loro alleati di pensare a qualunque prospettiva di sbarco politico-diplomatico nel continente americano e vogliono assicurarsi, tramite il ponte lanciato verso Cuba, un nuovo e diverso accesso anche alla volta di Venezuela, di Perù, di Brasile e via dicendo? Le “quinte colonne” statunitensi nel subcontinente latinoamericano stanno da anni facendo uno splendido lavoro usando strumenti quali la United Fruits, la CIA e le sette protestanti che hanno in certe aree (penso ad esempio al Nicaragua) soppiantato largamente la Chiesa cattolica (Bergoglio queste cose le sa benissimo).

La scenneggiata dei marò – Come vedete, nei media chiodo scaccia chiodo e la regola della memoria corta trionfa. Ma qui si esagera. La strage dei poveri piccoli pakistani avrebbe dovuto restar in eterno incisa nella nostra memoria e nei nostri sentimenti: poi sono arrivati Benigni, il terremoto in Toscana, i marò in India e tutto il resto, e la gente dei bambini ammazzati se n’è dimenticata. Che tristezza. Quanto ai due fucilieri di marina, con la speranza che il problema si risolva (ed è ormai evidentemente un problema da arbitrato internazionale), la questione di fondo resta: ma che cosa ci facevano due soldati dell’esercito italiano a far da scorta ad un natante che non aveva nulla a che fare con il pubblico servizio. Da quando in qua si consente che i nostri soldati siano noleggiati come contractors? Chi ha consentito questa infamia? Chi ne è responsabile?

Addio, Principessa – Dire che Virna Lisi era bellissima, splendida, rifulgente significa darne un’immagine riduttiva. Ed era anche, come attrice, una professionista serissima e rigorosa, una che non ha mai considerato la sua bellezza un bene commerciale. Era una moglie e una madre esemplare. Era una donna onesta, generosa, che preferì una carriera vissuta più in disparte di quanto avrebbe potuto ai compromessi che le avrebbero assicurate fama e ricchezza maggiori ma a un prezzo morale che essa non era disposta a pagare. Virna Lisi non era bellissima: era una prova dell’esistenza di Dio. Nella mia generazione, i migliori non avrebbero mai osato concepire nei suoi confronti se non pensieri di amore castissimo e cavallerescamente devoto: era la bella Principessa nel cui nome si muore.

Addio, principessa. Che un volo d’angeli ti accompagni fino ai piedi del trono di Dio. E’ il solo set che davvero ti meriti.

FC


Efemeridi e spigolature, 6

Fede e coraggio in Iraq - La fede, cari miei, è più forte del fanatismo e della violenza. Ho visto, pubblicate su vari giornali, le foto dei quasi 18 milioni di pellegrini sciiti che giovedì 11 dicembre scorso hanno raggiunto la città santa di Kerbala per la festa dell’Arbai, che segna la fine della quarantena di lutto per la morte dell’imam Hussein, nipote di Muhammad, santo e martire sciita fatto uccidere da un califfo sunnita damasceno nel VII secolo.

Si è trattato di un’affluenza record, che ha sfidato i sunniti jihadisti del califfo al-Baghdadi nel bel mezzo dei territori da loro controllati. Stesse immagini nell’altra città santa, Najaf, dove ragazze in chador sono sfilate ostentando fieramente i ritratti dell’imam Khomeini e di Hassan Nasrallah, il leader degli Hezbollah libanesi: tanto l’Iran che gli Hezbollah e il presidente siriano Assad sostengono la lotta contro gli jihadisti dell’IS pur rifiutandosi di partecipare alla coalizione guidata dagli Stati Uniti che ha come scopo ultimo non già la lotta contro al-Baghdadi, ma l’installazione di basi militari occidentali il più vicine possibili al confine iraniano.

Italia: odor di scioperi “gialli” – Ma che razza di sindacati abbiamo, nel nostro paese? Venerdì 12 dicembre, ennesimo sciopero organizzato dalla CGIL. Mai che gli scioperi si facessero di mercoledì: sempre di venerdì, alla vigilia del week end; e, siccome a pensar male si fa peccato ma ci s’indovina, non è facile sfuggire al sospetto che i fieri scioperanti si organizzino per fare in questo modo un week-end lungo. Una volta s’insegnava a chiunque scioperasse l’aurea regola veterosindacalista: gli scioperi debbono procurare il minimo di disagio ai lavoratori in maniera da facilitare al massimo la loro solidarietà con gli scioperanti, e debbono colpire duro i ceti privilegiati. Esempio: perché non scioperare nelle ferrovie facendo andare i treni regolarmente ma senza staccare né controllare i biglietti? Quello sì che sarebbe un danno per l’azienda gestrice. E perché non colpire le Frecce (Rosse, Argento o Bianche che siano), treni per privilegiati che nei giorni di sciopero viaggiano regolarmente “garantiti”, mentre a fermarsi sono i treni per i lavoratori pendolari e per gli studenti? Da quando in qua uno sciopero favorisce i ceti forti per colpire quelli fragili? Ai bei tempi, un sindacato che agisse così si sarebbe definito “giallo”, cioè venduto al padronato.

Schegge d’aggiornamento islamologico – E’ ormai divenuto difficilissimo tenersi aggiornati, con quel che succede nel mondo musulmano. Ragione di più per star attenti alle novità nel campo dei companions, che sono sempre più numerosi. Questa settimana possiamo ad esempio segnalare l’eccellente agile libretto di Antoine Sfeir, L’Islam contre l’Islam, L’interminable guerre des sunnites et des chiites (Paris, Grasset, 2014, pp. 190, 6 euri), che ripercorre la fitna, la guerra civile-religiosa tra le due principali confessioni del mondo musulmano, dalla morte del profeta a oggi. Dopo averlo letto, il ginepraio vicino-orientale vi apparirà sotto una luce del tutto diversa. Ancora, Géopolitique des islamismes di Anne-Clémentine Larroque, nella mitica collezione “Que sais-je?” delle PUF (Paris 2014, pp. 126, euri 6,80). Dai Fratelli Musulmani alla nebulosa salafita all’islamismo sciita rivoluzionario fino all’illusione di una “internazionale islamista”. Mette conto ricordare che l’islamismo non è l’Islam. La seconda è una religione; il primo ne è la caricatura politica, l’abuso ideologico. Un “ismo”, appunto.

Calomniez, calomniez, quelque chose en restera…- Un altro libro sulla “menzogna” e sull’”equivoco” della leggenda indoeuropea. Stavolta ecco il corposo Mais où sont passés les Indo-européens. Le mythe d’origine de l’Occident di Jean-Paul Demoule (Paris, seuil, 2014, pp. 739, euri 27). Un bel libro, molto informato e aggiornato, con i rituali attacchi contro pangermanesimo ariano, nazismo eccetera: e fin qui… L’autore è professore di protostoria europea all’Università di Parigi I (Sorbonne-Panthéon) e specialista di problemi storico-archeologici dell’età neolitica e del ferro con al suo attivo una bibliografia imponente. Insomma, uno studioso con tutte le carte in regola. E’ quindi con un certo fastidio che, da una personalità come lui, si accettano capitoli come quelli sulla “Nuova” Destra, su Konrad Lorenz, su Georges Dumézil, su Mircea Eliade, che qua e là sembrano rasentare la delazione e l’invito al linciaggio culturale. Il tutto si tollera tanto peggio, in realtà, in quanto condotto sempre sul filo del rasoio di un linguaggio molto sorvegliato e di un’informazione sempre attenta. In altri termini, di studiosi come Demoule si amerebbe potersi sempre e comunque fidare: ciascuno ha poi diritto alle sue idee e magari anche alle sue idiosincrasie, ma chi gode a ragione di una fama di rigore scientifico e intellettuale ha anche responsabilità alle quali non può mai venir meno. Mai abbassare la guardia, se non si vuol cadere nella corruptio optimi pessima.

Ecco perché, proprio nel nome del rispetto e dell’ammirazione per la sua immagine di studioso, non posso perdonare a Demoule la superficialità con la quale egli scrive un paragrafo come questo: “En Italie, la Nuova Destra est fondée en 1977 par des membres de différents groups de jeunesse néofascistes. Comme sa grande soeur et modèle français, elle publie la revue Elementi et se revendique anticapitaliste, antidémocratique, biologisante, antiégalitaire et admiratrice de Julius Evola. On remarque dans cette mouvance les noms de Claudio Mutti, ancien député néofasciste, traducteur de plusieurs écrits négationnistes et du faux antisémite Les protocols des sages de Sion; de Mario Tarchi et des revues Diorama letterario et Trasgressioni; ou encore d’Alessandro Campi et sa revue Futur Presente, calque de Nouvelle École” (p. 301).

Ecco: se un periodo del genere l’avesse scritto un qualunque tanghero di pubblicista o di pennivendolo, imprecisioni e appiattimenti, sviste e tirate delazionatrici-demonizzatrici sarebbero passate perfino inosservate. Ma se viene da uno come Demoule, allora no; a uno come lui non si possono perdonare le inesattezze, le accuse affastellate con evidente intenzione intimidatrice, l’irrispettosa nonchalance con la quale si fa di Claudio Mutti un “ancien député néofasciste” (sic), la frettolosa disinformazione con la quale Marco Tarchi, di cui evidentemente Demoule non si è informato, viene ribattezzato Mario, l’avvicinamento di Tarchi a Campi e di Diorama a Futuro (non Futur) Presente. Dietro cadute di stile e di metodo come queste, nel contesto dello scritto di uno che di metodo e di stile ne ha da vendere, si possono intendere solo con l’intollerabile e anche un po’ vigliacca spocchia di chi spara nel mucchio convinto di essersi imbattuto in una canaille corvéable et bâtonnable à merci, gente che non conta nulla e che quindi non è in grado di difendersi e sulla quale si può impunemente tirare a raffica. Questi atteggiamenti dispiacciono e sono imperdonabili in quanto indegni di uno studioso serio: il sottolinearli è prova di rispetto e di considerazione nei suoi confronti. Di certe cose, si può anche non parlare: ma quando se ne parla, non basta affidarsi a un lavoro di Franco Ferrarotti vecchio di trent’anni e a chissà quali forme di “sentito dire”.


Efemeridi e spigolature, 5

I problemi dell’Italia odierna – Com’è che abbiamo potuto ridurci così? Che cosa ci è successo, come, in quali fasi? E’ successo così, per fatalità, c’era un progetto, o ce n’erano più d’uno contrastanti o concorrenti e magari tutti ottusi e/o malvagi? La mafia, si dice: ma a quale “mafia” si allude? Non certo soltanto a quella siciliana. C’è questo ed altro nel numero di novembre della rivista “Limes”, dedicata a “Quel che resta dell’Italia”. Discutibile – nel senso etimologico del termine – e illuminante, come tutti i numeri di questa rivista.

Se la ‘Ndrangheta giura su Garibaldi… - Sincretismo, fumo negli occhi o confusione mentale? Il rito di affiliazione alla ‘Ndrangheta in uso nell’Italia settentrionale, lontano dall’originaria Calabria, prevede sì un’immaginetta sacra da bruciare (il che peraltro è un passaggio rituale ambiguo), ma anche un giuramento nei nomi di Garibaldi, di La Marmora e dell’Innominabile Iettatorio Padre della Patria. Tales patres, verrebbe da commentare. Ma, se non altro, il rito spazza via alcuni vecchi pregiudizi: come quello che la malavita meridionale sia almeno retoricamente e concettualmente legata a “vecchie simpatie borboniche”. Niente affatto. Da meditare.

Africa addio. L’emiro va a a caccia, i masai sloggiano – Incredibile. Il governo della Tanzania ordina ai nobilissimi pastori masai di lasciar libero entro la fine dell’anno attorno a Loliondo, tra le montagne e le savane del parco nazionale del Serengheti, al confine tra Kenia e Tanzania, a est del Lago Vittoria la cui fauna ittica è stata già distrutta anni fa da una multinazionale che l’ha trasformato in un vivaio di persici, specie dalla carne delicatissima però vorace predatrice che ha distrutto l’ambiente. Ora, dai 40.000 agli 80.000 allevatori di bestiame bovino con le loro famiglie sembrano costretti ad andarsene dalla loro terra per consentire al governo di creare una riserva di caccia di 1500 chilometri quadrati che servirà alle battute di caccia degli emiri del Golfo Persico e dei loro amici ed ospiti. Ovviamente, i pastori-guerrieri sfrattati riceveranno un compenso: meno di mezzo milione di euri, ovviamente non cash bensì sotto forma di “progetto di sviluppo”. Il danno e la beffa.

Protagonisti di questo crimine sarebbero principalmente i gentiluomini della Ortelo Business Corporation (OBC), collegata all’emiro del Dubai, che organizza safari di lusso in un continente che muore di fame, di sete, di AIDS e forse ormai anche di Ebola. Le terre masai erano un oasi serena. Ovviamente, a molti masai è già stato proposto un ingaggio come guardiani della nuova riserva; altri si guadagneranno da vivere con i loro bei mantelli rossi e le loro elegantissime zagaglie come attrazione per turisti e altri ancora, per campare, continueranno a fare i bracconieri e i mercanti abusivi di zanne di elefante. I masai erano già stati costretti a sloggiare dalle loro sedi originarie nel 1959 dal governo britannico. Adesso, il nuovo scempio si annuncia anche coperto dal pretesto della “conservazione della natura”., Via le mucche da latte (e da sangue) dei masai, benvenuto a nuove colonie di gazzelle per la delizia dei cacciatori di lusso. Aggiungete quest’altra espressione al vocabolarietto dei crimini chic: il land grabbing, cioè la sottrazione ai nativi di terra da destinare alla speculazione estera. Cercate sul web Avaaz.org, per informazioni e per eventuali firme di protesta. Per quello che serve…

Omaggio a un genio condannato alla pazzia – Certo, giustizia non è fatta: ma ci sono quanto meno segni di rinsavimento. L’editore Fazi pubblica adesso Per i sentieri dove cresce l’erba di Knut Hamsun, lo scrittore svedese Premio Nobel nel 1929 e meno di venti anni dopo, quasi novantenne, “costretto a girare tra manicomi e ospizi, sottoposto ad atroci soprusi”, come opportunamente ricorda Pierluigi Battista in un lungo e purtroppo coraggioso articolo comparso su “Il Corriere della sera” del 18 novembre scorso, a p. 39. Dico “purtroppo” in quanto in una società civile (e, ovviamente, “democratica"…) sarebbe del tutto normale render omaggio a un genio e deprecare eventuali torti da lui subìti, mentre invece non è affatto così. Battista ricorda molto opportunamente anche i nomi di altri studiosi e scrittori che subirono analogo o addirittura trattamento per aver in qualche modo mostrato simpatia per il nazionalsocialismo o per aver detto o scritto qualcosa che in qualche modo a suo tempo servì alla causa di Adolf Hitler: ed è stimato irrilevante comprendere per quali motivi ciò può essere avvenuto. Nella schiera nutritissma di “compagni di sventura” di Hamsun ci sono alcuni tra i più bei nomi della cultura europea del Novecento: da Ezra Pound a Carl Schmitt, da Louis-Ferdinand Céline a Martin Heidegger. Potremmo aggiungere anche qualche nome italiano non trascurabile alla lista di queste vittime di violenze e di varie forme di ostracismo.

Chapeau a Pierluigi Battista per aver coraggiosamente – un po’ di coraggio ci vuole ancora oggi – affrontato questo argomento che, fino a qualche anno fa, gli avrebbe procurato furiosi attacchi se non tentativi di linciaggio morale-culturale (io ne so qualcosa…). Da parte mia, rinnovandogli le congratulazioni, non posso tacere il mio dissenso da un concetto di fondo, che aleggia nel suo scritto in cui si denunziano invece personaggi come Aragon o Neruda, “rei” di aver invece “inneggiato” al comunismo stalinista. E’ vero che il fuoco di fila dell’intellighentzija di sinistra ha molto a lungo difeso gli intellettuali della sua parte: quel che mi trova in disaccordo è quel tanto di “teoria degli opposti estremismi” che trapela dalla parole di Battista, che ha l’aria di ritenere simili i “crimini ideologici” di Hamsun e di Aragon e lamenta l’eccessiva punizione del primo, la glorificazioni del secondo, come esiti opposti di una colpa simile. Io ai delitti di pensiero non credo e ho sempre combattuto anche chi pretende di condannare il cosiddetto “revisionismo”. E non ritengo che l’apologia dei delitti del colonialismo e delle multinazionali cui si sono abbandonati in tanti, da Kipling a Fukuyama a Huntington, sia meno grave di chi a suo tempo ha elogiato nazismo e stalinismo. Ma questa, come appunto obietterebbe Kipling, è un’altra storia.

Verso la beatificazione di Oscar Romero – Finalmente la chiesa sembra sulla strada di beatificare l’eroico vescovo Oscar Romero, il martire del Salvador assassinato dalla canaglia al servizio del governo degli Stati Uniti. Senza dubbio Romero fu ispirato da encicliche pontificie come la Populorum progressio e la Ecclesiam suam. Senza dubbio Giovanni Paolo II, quando lo ricevette in udienza nel luglio del ’78, non lo comprese: e difatti, visitando anni dopo per la seconda volta l’America latina, mostrò di essersi ricreduto. Ma Romero non fu mai un seguace delle dottrine della “teologia della liberazione”, che pur ebbe in America latina molti meriti (non teologici). Tra Giovanni Paolo II e Oscar Romero s’interpose un gravissimo equivoco: ma Romero era un sacerdote e un vescovo tradizionalista e tale sarebbe rimasto fino all’ultimo, quando venne martirizzato dai gorilas del suo paese. In ciò non v’è alcuna contraddizione, al contrario. Qualcuno, a conoscenza delle corrette posizioni teologiche del vescovo-martire, ha detto che i suoi carnefici “probabilmente erano caduti in equivoco”. Al contrario: forse avevano capito fin troppo bene. I nemici di Romero sono concettualmente, del resto, esattamente gli stessi che oggi detestano papa Francesco. Di tutto ciò vi sarà bene una ragione.

Dal rogo di Muhammad Abu Khdeir all’assassinio in sinagoga: rompere la spirale dell’odio – Non abbandoniamoci al macabro e ripugnante gioco della computisteria funebre, non cediamo alla logica infame dell’occhio-per-occhio. Il linciaggio del giovane palestinese Muhammad Abu Khdeir, bruciato vivo all’inizio di luglio, non può in alcun modo giustificare la strage in sinagoga perpetrata da due palestinesi il 9 novembre scorso. Nessuna causa politica o religiosa, nessun torto subìto, possono giustificare azioni non solo così indegne, ma che hanno come effetto quello di provocare altro odio e di alimentare la spirale della vendetta che invece va spezzata. Ma per spezzarla occorre da una parte andare alla radice degli eventi che l’hanno provocata e che stanno nella mancata e ancor lontanissima soluzione del problema israelo-palestinese (che, nonostante le apparenze, le indubbie sovrapposizioni e i criminali tentativi di farlo diventar tale, non è un problema né ebraico-arabo, né ebraico-musulmano), dall’altra che la parte più forte dia l’esempio rinunziando per prima al tragico gioco delle provocazioni e delle rappresaglie (anche perché le prime vengono perpetrate apposta per ottenere le seconde, in un tragico circolo vizioso che si alimenta da se stesso). Questo arduo, diciamo pure coraggioso ed eroico dovere, oggi, spetta a Israele. E’ Israele a sbagliare quando ritiene che la risposta dura, magari perfino sproporzionata rispetto all’offesa, sia la sola via per imporre rispetto. Diverso il discorso se il governo israeliano vuole usare gli attentati terroristici come occasione per rinviare all’infinito un gesto risolutore della crisi che esso è il solo a poter impostare. Se e quando Israele troverà la forza di un primo deciso passo sulla via della pace rinunziando a rappresaglie che portano solo ad altre stragi, esso s’imporrà sul serio al rispetto e alla gratitudine di tutti. Esclusi quelli che invece vogliono la prosecuzione del massacro, evidentemente. Ma la chiave di tutto è proprio questa: perché vuol proseguire il massacro, chi vuole proseguirlo? Risposte generiche come quelle che addossano la colpa di tutto al “fanatismo”, evidentemente, non reggono. Ci vuole coraggio a sospendere la vendetta: una scelta che sarebbe senza dubbio impopolare. Ma ci vuole più coraggio ancora a chiamare le cose con il loro nome. E se ci provassimo?


Efemeridi e spigolature, 4

Leviathan e Behemoth - Ennio Di Nolfo è senza dubbio uno dei più lucidi studiosi propugnatori convinti della necessaria e persistente alleanza tra Stati Uniti d’America ed Europa, dell’interdipendenza tra le due sponde dell’Atlantico. E’ la tesi ribadita adesso nel suo bel saggio Il mondo atlantico e la globalizzazione. Europa e Stati Uniti: storia economica e politica (Mondadori). Ed è la storia della progressiva soggezione dell’Europa agli USA, di un’egemonia statunitense sul mondo costruita sulla progressiva perdita, da parte del nostro continente, delle occasioni per proporsi come cerniera tra Occidente statunitense e Oriente sovietico e cinese, di riaffermare la propria sovranità e il diritto a fondare sulla sua grande tradizione politica e culturale un futuro diverso da quello che oggi la vede prigioniera della crisi e di un’unità, quella della UE, illusoria e fallita. Oggi si ripropone forse però un’alternativa eurasianista che contrapponga il Behemoth macrocontinentale al Leviathan atlantista: è quanto si finisce col delineare partendo dall’attenta meditazione del prezioso numero 321 del “Diorama letterario” di Marco Tarchi, dedicato a Europa. La minaccia atlantica. Il pericolo da sventare, anzi il nemico da battere, è la Transatlantic Trade and Investment Partnership.

Il Kosovo e l’Ucraina: due pesi e due misure - I nostri media hanno, in significativa concordia, “oscurato” il discorso programmatico tenuto da Vladimir Putin durante un incontro del sodalizio russo Club Valdai tenutosi a Soci sul Mar Nero alla presenza anche di qualche europeo non-allineato, come il francese Dominique de Villepin. Putin ha rigorosamente elencato le responsabilità degli Stati Uniti: l’uso spregiudicato (ma anche fallimentare) dell’egemonia che la caduta dell’Unione Sovietica sembravano garantir loro sul mondo intero; l’impiego in direzione appunto egemonica della sua moneta; la politica d’intimidazioni, ricatti e intercettazioni; l’iniziale appoggio all’estremismo islamico quando esso sembrava coerente con le sue prospettive imperialistiche e le ripercussioni che ciò ha avuto sul mercato della droga; la continua mistificazione della ricerca di un “Male assoluto”, di un Nemico che giustifichi i suoi piani. Ma le élites dirigenziali europee, ribadendo la fedeltà al loro ruolo servile e subalterno, non ascoltano. Al vertice del G20, a Brisbane, Barack Obama ha ripetuto il mantra dell’illegittimità delle posizioni russe a proposito dell’Ucraina; Angela Merkel e David Cameron gli hanno fatto eco. Qualcuno dovrà spiegarci come mai a suo tempo l’Occidente dette immediatamente e senza discussioni ragione agli irredentisti albanesi del Kosovo, mentre gli irredentisti russi dell’Ucraina orientale hanno irrimediabilmente torto e la loro madrepatria deve lasciarli al loro destino.

Tor Sapienza: la vergogna della guerra tra poveri – Negli incidenti di Tor Sapienza, ai margini est di Roma, si sta consumando un capitolo fondamentale della nostra vergogna. E’ scandaloso, disumano e inconcepibile che un intero quartiere di nostri concittadini sia tenuto in ostaggio dal teppismo e dalla violenza di alcuni fra gli ospiti di un centro di prima accoglienza per immigrati: in nessun altro paese europeo una situazione del genere sarebbe tollerata. E’ scandaloso, disumano e inconcepibile che nel nostro paese sia impossibile imporre ai nostri ospiti – ai quali, anche se non erano stati né invitati né desiderati, non si può negare appoggio e assistenza – alcune pochissime indispensabili regole di civile comportamento. E’ scandaloso, disumano e inconcepibile che si sia arrivati, da parte delle autorità competenti, a provocare e quindi a sopportare la crescita di una rivolta alla base della quale c’è la pretesa, da parte di alcuni cittadini, di farsi giustizia da soli. E’ scandalosa, disumana e inconcepibile quest’abdicazione dello stato: la sua assenza, il suo silenzio. E’ scandaloso, disumano e inconcepibile che si possa concepire, come misura pratica per risolvere almeno in parte la tensione, una misura come quella della separazione degli immigrati minorenni dalle loro famiglie. La nostra classe dirigente, quella che in questi giorni sta di nuovo affogando nel guano delle spese degli “eletti dal popolo” alle Regioni, sta toccando il fondo. Bisogna impedirle di portar a termine la distruzione dello stato.

Le docce gratis del papa e i sevizi igienici a pagamento della repubblica – La povertà è una cosa bellissima: quando è volontaria, come in Francesco d’Assisi e in madre Teresa di Calcutta. Ma la povertà involontaria, quando degenera in miseria, è orribile; ed è una condizione che umilia, degrada e corrompe non solo chi ne è vittima, ma anche chi ne sopporta lo spettacolo senza reagire. Credo sia molto improbabile che i nostri mendicanti, autoctoni o immigrati che siano, rischino di morir di fame: qualcosa da mangiare si rimedia sempre ed esistono anche varie mense gratuite, come quelle della Cartitas. Sono le medicine e l’igiene i veri e più comuni drammi di chi non ha niente. Trovare un posto dove non solo dormire ma anche lavarsi e usufruire di servizi igienici veri e propri, dotati di un minimo di decenza. A Roma, sotto il porticato di piazza San Pietro, si sta rispondendo almeno in qualche misura a questa necessità. Per iniziativa del vescovo Konrad Krajewski, elemosiniere del Santo Padre, all’interno del locale che là ospita i bagni riservati ai pellegrini saranno installate anche alcune docce per consentire ai senzatetto di lavarsi e di cambiarsi la biancheria. L’esempio di monsignor Krajewski sarà seguito a quel che pare da una decina di parrocchie romane. Se volete vedere l’altra faccia della luna di questo problema, recatevi in qualche stazione ferroviaria. Quelle grandi sono state trasformate in centri commerciali quando non addirittura in gallerie di negozi più o meno di lusso, mentre i necessari servizi pubblici sono stati aboliti o decentrati: via di solito (salvo rare eccezioni) farmacie e uffici postali; quanto ai servizi igienici pubblici e gratuiti – oltretutto un baluardo per la difesa della salute di tutti, abbienti o no -, sono stati spudoratamente sostituiti da servizi a pagamento. Ragione: i costi di gestione, il fatto che un servizio pubblico non è remunerativo. Quando non esiste il servizio igienico a pagamento, la stazione se ne presenta tout court sprovvista: alla faccia delle leggi vigenti e dei diritti dei cittadini.

Il New Deal sindacale: lo sciopero contro i poveri – La maggior parte dei nostri politici e dei cittadini che contano lo ignora perché viaggia in auto blu o usufruisce di servizi speciali: ma i nostri treni fanno schifo. I guasti e i ritardi sono diventati ormai consueti e quotidiani, anche sulle “grandi linee”; è piuttosto frequente che anche sulle “Frecce” (Rosse, Bianche o Argento che siano) le cabine riservate ai servizi igienici siano fuori uso o non siano in grado di erogare acqua corrente. D’altronde le costose “Frecce”, dove viaggiano spesso i privilegiati e i più abbienti, sono di solito in servizio “garantito” durante gli scioperi: mentre si fermano o sono soppressi – è successo anche durante l’ultimo sciopero ferroviario, il 13 novembre scorso – i treni per gli studenti e i lavoratori pendolari. Scioperi contro i poveri, dei quali i ceti egemoni nemmeno si accorgono: ed è giusto, dal momento che disturbarli sarebbe socialmente pericoloso. Continuate così, compagni sindacalisti, continuate a farvi del male: ma non stupitevi poi, e non lamentatevi, se l’attuale capo del Partito Democratico – e del governo – è un centrista e un liberista.


Efemeridi e spigolature, 3

      Due nuovi prodotti di un fecondo atélier fiorentino – Nel deserto delle pubblicazioni non-allineate e davvero libere e indipendenti, segnalo la rosa da tempo fiorita in quel di Firenze: lo straordinario atélier ormai da anni tenuto in piedi da un gruppo di studiosi e di free-lances animati e riuniti da un politologo, ordinario di quell’Università, Marco Tarchi. Il gruppo si esprime attraverso la rivista “Trasgressioni”, giunta al n. 58 monograficamente dedicato a Il populismo: l’essenza di un concetto e le evoluzioni di un fenomeno politico (del populismo Tarchi è ormai da anni studioso attento quanto autorevole) e il foglio quasi underground “Diorama letterario”, una preziosa pubblicazione arrivata al giugno-agosto 2014 al n. 321, che costerebbe 3 euro a numero e 24 in abbonamento annuo (in realtà Tarchi e i suoi pochi amici fidati se la pagano anacronisticamente di tasca loro) e che dedica adesso un numero monografico e senza peli sulla lingua (nonché molta documentazione) a La minaccia transatlantica. Si tratta del “grande mercato transatlantico”, uno spettro di cui è vietato parlare. Per informazioni: mtdiorama@gmail.com e www.diorama.it

L’Europa che c’è, quella che bisognerebbe disfare, quella da ricostruire – Due libri che potrebbero esser considerati strumenti di lavoro: Giovanni Armillotta, I popoli europei senza stato. Viaggio attraverso le etnie dimenticate, Roma, Juvence, 2009, e Gaetano Colonna, Ucraina tra Russia e Occidente. Un’identità contesa, Milano, Edilibri, 2014. Due piccole scosse al “pensiero unico”.

Un’occhiata storica e geopolitica al mondo d’oggi – In materia di problemi internazionali, è da meditare il numero 6 del settembre 2014 della rivista “Il Nodo di Gordio”, dedicato a War Games. Giochi di Guerra. Dossier Difesa. Si tratta di un’appassionante e allarmante compte rendu su quella tal terza guerra mondiale che, a detta di papa Francesco, è già cominciata da tempo (redazione@nododigordio.org). Se poi se ne volessero indagare radici e prodromi alla luce della prospettiva della storia del nostro paese, e magari meditare sugli appuntamenti mancati e le occasioni perdute, nulla di meglio che dedicarci alla dolorosa lettura di “Nuova Rivista Storica”, XCVIII,II, mag.-ag. 2014, fascicolo interamente dedicato alla storia dell’ENI (Ente Nazionale Idrocarburi): un survey su una storia italiana, mediorientale e internazionale che avrebbe ben potuto essere diversa (se non avesse dato fastidio a qualcuno…).


Efemeridi e spigolature, 2

       “Legioni straniere”, “brigate internazionali”, attentati sventati all’ultimo minuto e altre piacevolezze…- Dunque, non solo il Nemico è tra noi, ma frotte di convertiti, specie di giovani, stanno correndo nelle file dell’esercito jihadista. Ciò, quanto meno, è quanto ci stano assicurando servizi di sicurezza e media in concorde sintonia e sincronia: fino a parlare, con palese esagerazione, di “legioni straniere” e “brigate internazionali” formate in Occidente per correre in aiuto ai jihadisti irakeno-siriani.

La psicosi si sta diffondendo anche a colpi di quelle che un tempo si definivano “notizie false e tendenziose atte a turbare la pubblica opinione”. Gli esempi di dilatazione, iterazione e generalizzazione sono ormai innumerevoli. Ricordate l’affresco con Maometto all’inferno che sta nella basilica bolognese di San Petronio e che già nel 2002 fu oggetto di un attentato scoperto e sventato all’ultimo istante, che però si rivelò poi una bufala perché i supposti attentatori erano solo innocui turisti? Bene, ci risiamo: il 15 ottobre scorso abbiamo appreso attoniti dai giornali che lo stesso capo dei servizi marocchini, Muhammad Yassine Mansouri, ha rivelato di aver sbaragliato in extremis attentati non solo a Bologna, ma anche alla Basilica del Santo a Padova e alla metropolitana di Milano. Dodici anni fa sarebbe stata al-Qaeda, anche se poi si chiarì che non era vero nulla; ora è ovviamente la volta dell’ISIS: una cellula marocchina, ma con “basisti” anche in Italia (magari perfino italiani…). Sempre il prode Mansouri ha rivelato di aver neutralizzato 126 cellule jihadiste e bloccato 276 attentati. Tantissimi. E, guarda caso, beccati tutti prima che nuocessero. Sulla notizia si è buttato a pesce anche il valoroso Calderoli, quello – ricordate? – delle T-shirts coraggiosamente antimaomettane. Accusando il governo Renzi e il “ministro dell’invasione” Alfano. Peccato solo che la ghiotta notizia non ha avuto un esito. 126 cellule, 276 attentati e nemmeno un nome emerso.

Ma c’è dell’altro. Sul numero 1071 di “Internazionale” un noto specialista, lo statunitense David Samuels (ha pubblicato nel 2008 il dotto saggio Paparazzi) ci assicura che l’ex-primo ministro libico Ali Zeidan teme molto gli estremisti islamici, sia quelli associati ad al-Qaeda, sia i salafiti di Ansar al-Sharia. Argomenti? Non troppi: resta sul vago. Ma la denunzia è rovente e veemente. E non basta. Sullo stesso numero del medesimo giornale, il columnist libanese Rami Khouri (in Libano, tutti quelli che non si chiamano Eid si chiamano Khouri, tipo Bianchi o Rossi da noi o Dupont in Francia o Schmidt in Germania…) s’informa che nel Vicino Oriente i gruppi armati si vanno sostituendo allo stato: insomma, una variante non certo amena del processo di privatizzazione del potere che da noi sono le lobbies a portare avanti.

E non basta. Nel maggio scorso, a Bruxelles, un ex-agente dell’intelligence francese, Alain Shue, tracciava un quadro allarmante e allarmato dei “mercenari” europei (“mercenari” o volontari convertiti? Le due categorie sono differenti, ma il fenomeno è in fieri e la confusione è tanta) accorsi in Siria a combattere contro Assad. Si tratterebbe di un’armata tra le 5.000 e le 11.000 persone: ma un po’ più in concreto, i francesi che hanno abbracciato la causa del jihad sarebbero circa 700: che non sono pochi, intendiamoci. Peraltro, era l’ora che l’intelligence francese se ne preoccupasse: dal momento che a noialtri di memoria meno corta di altri sembra di ricordare che non più di alcuni mesi fa il geniale presidente francese monsieur Hollande e il suo finissimo consigliere culturale Bernard Henri-Lévi, spalleggiati da un gruppo di gentiluomini autodenominantisi Amis de la Syrie, facessero di tutto per rovesciare il rais siriano: tuttora obiettivo anche del premier turco Erdoğan il quale ha teorizzato – contro Obama – che per battere l’ISIS bisogna impiegare anche truppe di terra, ma che poi come atto di buona volontà di partecipare alla lotta contro il califfo al-Baghdadi… ha bombardato i più diretti e coraggiosi avversari di quest’ultimo, i curdi. Limpida chiarezza ed esemplare coerenza, insomma. Intanto si parla della propaganda jihadista che agirebbe nelle prigioni, dove molti detenuti sono musulmani.

Naturalmente, si fanno dei nomi. Un certo Oiale Chergui, un tal Abdelsalam el-Haddouti, un Abdelluahik Safik Muhammad arrestato al suo ritorno in Europa dopo aver combattuto in Siria e in Iraq eccetera. Gente segnalata, indiziata, sospettata; nomi isolati e a pioggia, circostanze riferite in modo allusivo, sigle snocciolate con disinvoltura. La tecnica di “informazione” è la stessa che a suo tempo è stata illustrata da Vladimir Volkoff ne Il montaggio: si moltiplicano le accuse fondate su indizi spesso infondati, spesso non pertinenti, si ripetono le medesime notizia dilatandole e arricchendole di particolari sovente irrilevanti. Terence Mc Coy sul “Washington Post” segnala che su certi social networks si pubblicano immagini con gattini che giocano tra armi in dotazione dei jihadisti: un tentativo di far diventare la causa del terrorismo più “simpatica” presso gli adolescenti… Poi ci sono i casi specifici, indagati con cura e additati alla pubblica preoccupazione. Certo, gli inglesi che vanno ad arruolarsi col califfo e magari tagliano le teste con la stessa disinvoltura con la quale, una quarantina di anni fa, i loro padri “figli dei fiori” prendevano il magic bus per andar a farsi d’erba a Kabul e a Kathmandu, e forse tra l’erba di ieri e il jihad di oggi c’è davvero un filo sottile, quello del disorientamento e del vuoto interiore. Oppure i casi come quello di Nadine, la tunisina trentatreenne che arriva in Italia nel 2007 ma quattro anni dopo comincia a dimostrarsi indottrinata e a indottrinare a sua volta sul web, porta il velo (quale? Hijab, Niqab, Chadri? Sembra il secondo) e quindi viene espulsa. Ma per una espulsa, quante altre ce ne saranno? Se n’è occupata “Repubblica” il 15 ottobre scorso, rivelando che i foreign fighters dell’ISIS provenienti dall’Europa sarebbero circa 3000 (la fiera nei numeri continua), di cui 48 dall’Italia, che una dozzina sarebbero tornati dal campo di battaglia eccetera. La cifra di 3000 è quella fornita a fine settembre dal capo dell’antiterrorismo europeo, Giles de Kerchove: ma notizie del genere, data la loro incertezza e genericità, continuano a essere inutili. Bisogna decidersi: o si tace, o si forniscono dati chiari e ben elaborati. Altrimenti, si fa del pericoloso allarmismo utile solo ad aumentare il disorientamento. O c’è chi vuole proprio questo? Quanto a Nadine, insomma, che faceva, oltre che velarsi ed evitare la compagnia delle donne “infedeli”, quindi “impure”? Trafficava con il web, disegnava bandiere dell’ISIS. Certo, il caso di Muhammad Game, libico, che il 12 ottobre si è fatto esplodere a Milano (ma perché?) è diverso. Mi siamo davanti a spostati, a isolati, o a punte di un iceberg sommerso? Questa è una società scossa, disorientata, dove gli psicolabili abbondano: che alcuni di loro scelgano il jihad come centro della loro nevrosi anziché il satanismo, o la xenofobia, o il sesso, o la violenza contro le donne, è davvero qualificante? E se nelle elezioni tunisine vincono i “laici”, siamo sicuri che il segno vada interpretato in senso positivo e rassicurante? Che ne sappiamo, del contesto di quella vittoria? Del resto, esiste anche “un altro Islam”, come ricordava sempre su “Repubblica”, il 27 settembre, nientemeno che Tahar ben Jelloun. A Parigi, dove i musulmani hanno manifestato solidarietà alla famiglia del povero Hervé Gourdel, ma anche altrove, un po’ in tutta Europa, i musulmani che noi amiamo chiamare “laici” o “moderati” hanno manifestato contro il califfato e l’ISIS. Not in my name, hanno ripetuto alludendo al terrorismo e agli atti di ferocia. Ma anche in questi casi, siamo sicuri di aver compreso sul serio in quale tipo di crisi si dibatte l’Islam, insomma il carattere effettivo della sua fitna, della guerra civile che lo sta lacerando? E il problema è davvero l’Islam, cioè una fede religiosa? Chi arma l’ISIS, chi lo finanzia? Qual è il ruolo del Qatar, della Turchia, di coloro che hanno gli stessi nemici del califfo, quali Assad o i curdi? E se combattendo l’ISIS ci si avvicina troppo al confine iraniano, la logica del cui prodest non c’induce a sospettare che, una volta sconfitti gli jihadisti, i vincitori vogliano proprio far questo, sorvegliare più da vicino e magari minacciare con armi più prossime la repubblica islamica dell’Iran? La lotta dei sunniti estremisti contro gli sciiti (non solo contro i cristiani e gli yezidi) non c’entra per nulla?

Un esempio di coraggioso civismo da Israele – Segnalo un interessante e documentato articolo di Jeff Halper, direttore del Comitato Israeliano contro le Demolizioni di Case (ICAHD ne è la sigla in inglese), Demolire le case vuol dire demolire la pace, edito in traduzione italiana dalla rivista “L’Invito”, n. 236, pp. 3-6. Poche pagine, ma dense e rivelatrici. Halper denunzia esplicitamente che, nonostante la visita in Israele del vicepresidente statunitense Kerry (o magari a causa di essa), la campagna di demolizioni d’immobili in Gerusalemme e nella Cisgiordania, intrapresa dal governo di Nethanyahu, prosegue: e si è intensificata nella cosiddetta area E1, tra Gerusalemme e l’insediamento dei coloni di Maale Adumin, sulle colline a sud di Hebron e nella valle del Giordano. Secondo i dati ONU, nei primi mesi del 2014 sarebbero state demolite 132 strutture abitative (non solo case ma anche recinti per animali, serbatoi d’acqua ecc.) e cacciati 231 palestinesi, con un ritmo che minaccia di superare i dati dell’anno scorso. L’ICAHD stima che dal 1967 circa 29.000 tra abitazioni e strutture produttive siano state demolite in quelli che convenzionalmente definiamo “territori occupati” (un termine che le autorità israeliane rifiutano), mentre il governo israeliano ha annunziato l’intenzione di costruire migliaia tra nuove case e installazioni infrastrutturali tra Gerusalemme e Cisgiordania. Starebbe altresì avanzando il progetto del “parco nazionale” sulle terre di Issawiya e al-Tur, nel nordest della città, che salderebbe i quartieri israeliani a Maale Adumin dividendo di fatto il territorio cisgiordano. Insediamenti palestinesi com Sheikh Jarrah o Silwan si apprestano a scomparire dalle mappe cittadine, mentre demolizioni sistematiche sono portate avanti, sia pure con ritmi più lenti, ad al-Tur, Jabal Mukkaber, Sur Baher e Beit Hanina. I palestinesi verrebbero progressivamente relegati in aree sempre più ristrette e disagiate e obbligati ad andarsene attraverso un meccanismo congiunto di demolizioni delle loro case e di negazione dei permessi di costruzione.

La cosa è per la verità nota, e procede da anni. Ma quel che gli occidentali su ciò più o meno informati non sanno, o tendono a sottovalutare, è che all’interno della società israeliana l’opposizione a queste procedure illecite è forte ed energica. Il Centro israeliano per la difesa dei diritti umani, denominato HaMoked, è estremamente attivo: e ha di recente obbligato il Ministero degli Interni ad ammettere che dal 1967 ad oggi sono ben 14.309 i palestinesi che hanno ingiustamente perduto le loro residenze. Il fenomeno è non solo cittadino (e i confini della città sono stati ritracciati in modo non limpido). Nella valle del Giordano vivevano nel 1967 tra i 200.000 e i 320.000 palestinesi. Oggi ne restano, tra stanziali e nomadi beduini, solo 55.000. Il fenomeno della demolizione – e quindi dell’emigrazione a ciò forzosamente successiva - riguarda non solo i palestinesi, ma anche i cittadini israeliani non ebrei (i cosiddetti arabo-israeliani), come gli abitanti del villaggio di al-Araqib.

La denunzia di Jeff Halper è tanto dura quanto grave. Sarebbe molto bello se le autorità governative israeliane, o anche quelle diplomatiche visto che queste notizie stanno dilagando all’estero, replicassero con chiarezza, magari – meglio ancora – per smentire queste voci allarmanti e per correggere gli errori dei quali esse potrebbero essere veicolo. Io personalmente sto lavorando a una riedizione del mio libretto Gerusalemme (Il Mulino), nel quale con grande cautela indicavo alcuni dati relativi a questo doloroso fenomeno. Sarei lieto di poter affermare che le preoccupazioni relative a una “ebreizzazione/depalestinizzazione” del territorio d’Israele o di quello che le è stato annesso de facto dopo il ’67 sono errate, o infondate, o comunque eccessive. Ma per questo ho bisogno di dati precisi e inconfutabili, dei quali per il momento non dispongo.


Efemeridi e spigolature, 1

       Carissimi,

per e-mail e per telefono (fortunatamente non so leggere gli SMS) mi ponete troppe questioni, alle quali non so rispondere o non ho il tempo sufficiente per farlo; né tantomeno ho il tempo di rispondere a tutti.  Inauguro comunque con oggi una rubrica che comparirà a scadenze irregolari, Effemeridi e spigolature, in cui fornirò notizie brevi o cercherò d’inquadrare rapidamente alcuni problemi che volta per volta avranno o parranno avere carattere d’urgenza.

Il sinodo sulla famiglia – I paragrafi del documento conclusivo su divorziati risposati e omosessuali non hanno raggiunto la prescritta maggioranza dei due terzi: quello sul previsto percorso penitenziale per la riammissione dei divorziati risposati ai sacramenti e quello sul “rispetto e delicatezza” che dovrebbero caratterizzare l’accoglienza riservata agli omosessuali. La questione resta aperta in quanto rimandata al sinodo del 2015 sulla famiglia: comunque la dottrina della Chiesa è stata riaffermata mentre l’indirizzo generalmente accolto è stato quello di una decisa apertura sul piano disciplinare, da considerarsi sulla base del primario valore della carità, della solidarietà e della comprensione. Papa Francesco ha lodato la libertà e la vivacità del dibattito e ha sottolineato come le due  questioni restino aperte.

La Corte europea dei Diritti dell’Uomo proibisce l’uso del niqab – La Corte dei  Diritti dell’Uomo, con sede a Strasburgo, ha solennemente proclamato la conferma della legittimità della decisione del governo francese di proibire l’uso del “velo islamico integrale”, il niqab, alle donne musulmane. Dal momento che il niqab vela l’intera figura femminile, volto compreso, lasciando scoperti solo gli occhi, la decisione appare ispirata soprattutto dalla necessità d’identificazione per ragioni di sicurezza e d’ordine pubblico. Meno giustificata appare la scelta giuridica francese di perseguire qualunque tipo di velatura, a partire da quella parziale del hijab che si limita a velare capelli e collo: una pretesa che potrebbe colpire anche monache e suore tanto cattoliche quanto ortodosse e  cristiano-orientali, nonché donne laiche le quali per molti motivi preferissero una copertura parziale della testa che lasciasse tuttavia libero e identificabile il volto.

Una bizzarra tesi storico-antropologica – A metà ottobre, sul quotidiano “Haaretz”, David Barzilai si è avventurato sulla via scivolosa delle teorie storico-antropologiche dedicate al paragone tra le età dell’uomo e quelle della storia, un tema peraltro tutto men che nuovo fin dall’antichità. Secondo lui, le culture religiose attraverserebbero fasi analoghe a quelle della crescita umana. Prendiamo l’adolescenza, tempo delle reazioni violente e della sete di conquiste e di espansione. Il giudaismo avrebbe conosciuto questa fase aggressiva e “adolescenziale” circa un millennio prima di Cristo, all’epoca di David e di Salomone; il cristianesimo ai tempi delle crociate; l’Islam, la più giovane tra le religioni di ceppo abramitico, la sta conoscendo adesso. Con la maturità, tra alcuni non si sa se anni, decenni o secoli, l’Islam recupererà calma ed equilibrio.
Francamente, l’assunto di Barzilai suscita perplessità. La Cristianità (e la Postcristianità) è stata molto più espansionistica e violenta in età coloniale che non “al tempo delle crociate”:  si deve pensare, nel suo caso, a una maturità e magari a una senilità patologiche, caratterizzate da un’aggressività “adolescenziale” ritardata? Ancora: l’Islam, per il vero, ha dispiegato il massimo delle sue potenzialità espansionistiche tra i secoli VII e VIII: aggressività “infantile”, o adolescenza precoce? Quanto all’ebraismo, almeno nella forma che vediamo affermarsi in Israele, esso presenta a sua volta elementi aggressivi. Si deve quindi pensare, tanto per parafrasare il vecchio Lenin, che  il sionismo sia la malattia senile dell’ebraismo?  Francamente, è una prospettiva inquietante che non ci piace.    

Qualcosa di nuovo sul fronte occidentale? – Europa e Occidente, NATO e dintorni. Sembra impossibile, ma qualcosa dà l’impressione di muoversi. All’Asia-Europe Meeting (Asem), conclusosi il 16 ottobre a Milano, alla presenza di molti capi di stato europei e asiatici e nella quale ha davvero brillato l’assenza degli Stati Uniti d’America e dei suoi rappresentanti: giustamente e correttamente, peraltro, poiché tale paese non è né europeo né asiatico, per quanto d’Europa e d’Asia sia uso occuparsi fin troppo.
E’ presto non dico per tirare conclusioni, ma anche solo per avanzare ipotesi. Comunque, che un meeting del genere sia stato possibile nonostante le sanzioni volute dagli USA contro la Russia e pedissequamente accettati da troppi paesi contro gli stessi rispettivi interessi nazionali e nonostante le crisi russo-ucraina e vicino-orientale, in concomitanza con il voto parlamentare del Regno Unito che riconosce il diritto alla Palestina di costituire un suo stato libero e indipendente, è qualcosa di molto significativo: e, aggiungo, più che d’inatteso addirittura d’insperato.
Si è parlato poco di questo evento, che probabilmente cadrà nel nulla. Ma chissà che non ci sia qualcosa di nuovo sul fronte occidentale, vale a dire su quello euroatlantico. Mentre l’Asem conduceva i suoi lavori il direttore di “Italia Oggi” e di “Milano-Finanza” (non siamo evidentemente dinanzi a fogli eversivi…) si chiedeva in termini esplicitamente critici a che cosa ormai serva la NATO, resto fossile – ma ingombrante, intimidatorio, costosissimo (penso allo scandalo della base Dal Molin di Vicenza, imposta ai cittadini che non al vogliono) della “prima guerra fredda” (anche ammettendo che ormai ne sia in corso una seconda) e da anni strumento tattico-strategico-politico di soggezione dell’Europa agli Stati Uniti. Si tratta di temi sui quali fino ad oggi la consegna dell’omertà e del silenzio era osservata scrupolosamente da politici e da media. D’altronde la latitanza politica e diplomatica del presidente Obama, al di là della sua personale inadeguatezza, può sul serio indicare un disorientamento  collegato alla consapevolezza dell’effettiva eclisse di une egemonia. Sta davvero volgendo a termine, il “secolo americano”?   

FC, 20.10.2014 

 



In libreria: Alle radici della cavalleria medievale

Una nuova edizione

Premesso che detesto far pubblicità a me stesso, vorrei informare gli interessati che l’Editore Il Mulino di Bologna ha or ora pubblicato una nuova edizione del mio Alle radici della cavalleria medievale, ripetutamente uscito nel 1981 per i tipi della Nuova Italia di Firenze, quindi pubblicato di nuovo nel 2004 con una Prefazione di Jean Flori e un excusrsus sulla storia della cavalleria nel medioevo proposto come Prologo dall’Autore, per la Rizzoli-Sansoni di Milano-Firenze. La nuova edizione mantiene inalterati testo e apparato di note rispetto al 1981-2004, a parte qualche correzione di refusi o inesattezze; mantiene altresì l’Introduzione di Jean Flori ma si arricchisce... Continua

 


In libreria: La scintilla (con Sergio Valzania)

Da Tripoli a Sarajevo. Come l'Italia provocò la prima guerra mondiale


Mentre l'Europa si prepara a celebrare i cento anni trascorsi dallo scoppio della prima guerra mondiale, Franco Cardini e Sergio Valzania ricostruiscono la catena di eventi che condusse alla tragedia, evidenziando il ruolo chiave svolto dalla guerra di Libia.
Spetta all'Italia l'avere «dato il la» alla finis Europae e al «tramonto dell'Occidente»? «Se è così» scrivono Cardini e Valzania «non vanno comunque dimenticati i molti e gravi problemi ai quali, nel '14, si cercò di rispondere con le armi: quello sociale anzitutto, insieme con quello rappresentato dallo sfruttamento colonialistico al quale la scienza positivistica porgeva l'alibi della superiore civiltà occidentale e del "fardello dell'Uomo Bianco", tanto simile al fagotto del ladro.».

In libreria: Quell'antica festa crudele

Guerra e cultura della guerra dal Medioevo alla Rivoluzione francese

Questo libro approfondisce il vasto tema della guerra non solo dal punto di vista dell’evoluzione tecnica e strategica ma anche e soprattutto da quello dell’ideologia e della mentalità: insomma della sua «cultura». Com’era, quale posto aveva nella vita delle società, come la vivevano gli uomini che la facevano e la subivano. Spaziando in un lunghissimo arco di tempo che va dall’Alto Medioevo alle soglie dell’età contemporanea, attraverso la lettura di una ricca e pittoresca galleria di testimonianze, letterarie e no, Cardini racconta di un mondo in cui la guerra era una presenza consueta eppure, in fondo, molto meno devastante di quanto saranno le guerre di un’epoca più «umanitaria» e pacifista qual è la nostra.

 


In libreria: Il Turco a Vienna

La capitale dell'impero, l'esercito cristiano contro l'esercito turco, due mesi di assedio, una splendida domenica di gloria.

«Cominciò così la grande battaglia attorno alle mura di Vienna. Era il 12, nel giorno di domenica benaugurante per i cristiani. Alle quattro del mattino, re Giovanni insieme con il figlio Jakub servì personalmente e con devozione la messa celebrata da frate Marco nella cappella camaldolese. Lo scontro si protrasse fino a sera per concludersi trionfalmente in Vienna liberata; all'alba del giorno dopo, sotto il ricco padiglione del gran visir conquistato dalle sue truppe che stavano saccheggiando il campo ottomano, Giovanni III poteva scrivere una trionfante lettera alla sua regale consorte. Terminava così, dopo due lunghi mesi, l'incubo dell'assedio alla prima città del Sacro Romano Impero e capitale della compagine territoriale ereditaria asburgica. Con esso, l'ultima Grande Paura provocata da un assalto ottomano a una Cristianità peraltro tutto meno che unita».